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Il referendum sulle trivelle: una domanda da azzeccagarbugli – (5 aprile 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 07 Aprile 2016 18:09

[“La Gazzetta del Mezzogiorno” di martedì 5 aprile 2016]

 

Tra poco il referendum. La domanda è da azzeccagarbugli e riguarda un fatterello irrilevante, incomprensibile ai più, nella modalità con cui la troveremo nella scheda. Nella sostanza, si tratta di decidere se prolungare la durata delle concessioni a sfruttare giacimenti di combustibili fossili entro le 12 miglia (nelle nostre acque territoriali) o se restringere le concessioni alla loro naturale scadenza. La logica di chi dice NO, o chiede di astenersi, è: oramai quelle trivellazioni sono state fatte, quelle piattaforme ci sono, sarebbe un peccato non sfruttare sino in fondo una risorsa che abbiamo e che ci aiuta a essere indipendenti dalle importazioni. Lasciamo che le piattaforme continuino a funzionare e garantiamo lavoro a chi si occupa del loro funzionamento. In più il paese guadagna con le royalties (quello che le compagnie ci pagano per prendere una risorsa nel nostro territorio).

Mi trovai di fronte a questa logica quando mi impegnai in una campagna contro la raccolta dei datteri di mare. Per prendere questi deliziosi molluschi si devastano i fondali. E’ una cosa che non si deve fare. Punto. Ma mi si diceva: oramai li hanno presi… è peccato non mangiarli!

E’ una logica che non condivido.

Chi dice di votare SI, dice: finite le concessioni, basta. Le royalties sono irrisorie, queste fonti fossili coprono in minima parte il nostro fabbisogno energetico e le piattaforme sono un potenziale rischio per l’integrità ambientale.

Il movimento per il sì viene chiamato anche NO TRIV. No alle trivelle. In effetti le trivellazioni si sono già fatte, all’inizio. Poi le piattaforme per la trivellazione sono state sostituite da quelle per l’estrazione. E quindi si dovrebbe chiamare NO PIAT. In effetti sarà vietato aprire nuovi campi di estrazione (e quindi trivellare) nelle nostre acque. Il messaggio è un pochino distorto.

Si chiede il mio parere… Direi che al 70% concordo con il SI e al 30% concordo con il NO. Sono in totale disaccordo con l’astensione. Domenica scorsa Scalfari ha incitato all’astensione, nel suo fondo su Repubblica. Auspicando un compromesso tra crescita economica e difesa dell’ambiente. Non sono d’accordo. Ha anche citato Taranto, e l’ILVA.

E in effetti le analogie ci sono. Anche per l’ILVA ci troviamo di fronte al ricatto occupazionale: si perdono i posti di lavoro. E chi chiede rispetto per l’ambiente e la salute umana viene tacciato di terrorismo ecologico. Però sappiamo che rimettere a posto i danni perpetrati con questa impresa industriale costa di più di quello che si è guadagnato. Per non parlare delle vite umane (che non si valutano in euro). Economicamente non conviene. O meglio, conviene nel breve termine. I francesi hanno guadagnato a fare le centrali nucleari. Ora le devono dismettere (smantellare) e i costi sono enormi, e non sanno neppure come fare. Quarant’anni dopo l’installazione, le generazioni attuali devono far fronte ai disastri perpetrati dalle generazioni precedenti. Il benessere passato si paga con il malessere presente.

Tra poco ci chiederanno di collocare a casa nostra le scorie dei cinque minuti nucleari che abbiamo avuto. Chi le prenderà? Le vorreste a casa vostra? Veronesi dice che non c’è alcun pericolo. Ma allora mettiamole a Milano, no?

Siamo ancora nell’età del fuoco. Bruciamo. Abbiamo bruciato le foreste, per riscaldarci, e poi il carbone, il gas, il petrolio, la spazzatura. Bruciamo principalmente carbonio. Quello delle piante è “vivo”, quello di carbone, petrolio, gas è fossile. Quando bruciamo carbonio si origina anidride carbonica. E questo cambia il clima, e rende il pianeta sempre più inospitale per la nostra sopravvivenza. Lo dicono tutti. Ma poi continuiamo a estrarre combustibili fossili. L’età del fuoco continua. Si aspetta che finiscano i combustibili fossili, per tentare altre strade. Sappiamo fare di meglio. L’età della pietra non è finita quando sono finite le pietre. Siamo passati ad altro. Ora lo sappiamo che bruciare combustibili fossili fa male al nostro futuro. Dobbiamo smettere. Il referendum non è una cavillosità irrilevante. E’ un modo per esprimere, democraticamente, che non vogliamo continuare a bruciare. Vogliamo altro. Questo porterà nuovi posti di lavoro, innovazione tecnologica, benessere. I posti perduti si riguadagneranno in altri settori. E ne guadagnerà la sostenibilità.

Sarebbe facile, ora, cavalcare gli eventi di possibili conflitti di interesse, di petrolieri che determinano la formulazione di leggi, e di emendamenti. Parlare di casi di inquinamento proprio da parte di compagnie petrolifere. Qualcuno dice che sono i “poteri forti” a contrastare le decisioni in materia di energia. Ma, da quel che ne so, i poteri forti sono le banche e i petrolieri. E pare che le leggi si facciano sempre per favorirli. Anche in questo caso.

Gli oppositori di Renzi saltano sul carro del referendum per rovesciarlo. Per me votare SI significa dire al governo che deve cambiare rotta e sviluppare una politica ecologica e economica sostenibile. Qualunque sia la formula di governo. Nessuno, sino ad ora, ha dimostrato di volerlo fare. Si difendono i banchieri e i petrolieri.


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