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Home Necrologi e ricordi Necrologi e Ricordi Ricordo di Michele Tondo (a 15 anni dalla scomparsa)
Ricordo di Michele Tondo (a 15 anni dalla scomparsa) PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Giovanni Bernardini   
Giovedì 14 Aprile 2016 06:02

Quando il peso degli anni si fa sempre più grave, come accade a me, ci accorgiamo che cresce la nostra solitudine, nel senso che le persone più care, gli amici più fedeli ci hanno abbandonati. E i rimasti a questo mondo li contiamo sì e no sulle dita d'una mano, anche loro spesso invisibili poiché invecchiati e sofferenti.

Prendendo atto di questa triste realtà, propria della condizione umana, non resta che affidarsi alla memoria, riandando indietro nel tempo, a volte con nostalgia, a volte con rinnovato dolore.

Ecco dunque che, in questo viaggio a ritroso, incontro fra gli altri l'amico fraterno Michele Tondo, scomparso quindici anni fa a Bari, dove l'avevano portato i suoi studi, l'assistentato accanto a Mario Sansone e infine la cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea in quella Università.

Bisogna risalire alla metà degli anni Trenta per rintracciare le radici della nostra conoscenza, poi man mano divenuta amicizia profonda. Nell'anno scolastico 1935-36, provenendo da Ancona, avevo cominciato a frequentare la III ginnasiale del "Palmieri" a Lecce. L'insegnante di materie letterarie era il prof. Michelini, toscano, molto bravo e molto severo. In quella classe primeggiava Oronzo Parlangéli di Novoli, divenuto in seguito illustre linguista e dialettologo, stroncato purtroppo da incidente automobilistico. Fra gli alunni più bravi c'era Michele Tondo di San Cesario. Sedeva ad un banco con Francesco Riezzo di Squinzano, poi medico a Lizzanello. Frequentammo insieme, dopo le classi ginnasiali, la I liceale. In quegli anni crebbe e si cementò la nostra amicizia. Non c'incontravamo soltanto a scuola, bensì nei rispettivi paesi: in bicicletta io raggiungevo  San Cesario e lui veniva a Monteroni, non tanto per studiare quanto per il piacere di stare insieme e fare lunghe chiacchierate, anche alla presenza dei genitori, in particolare la madre, alla quale Michele era molto legato.

La morte prematura di mio padre mi portò via da Lecce a Pescara, presso la famiglia materna e nella II classe del Liceo-Ginnasio "G. D'Annunzio". Saltata la III e iscritto alla Facoltà di Lettere dell'Università di Firenze, fu lì, alla scuola di Giuseppe De Robertis, che mi ritrovai con Michele. Egli proveniva da Roma, dove aveva seguito le lezioni di Natalino Sapegno, e ora, con me, seguiva lezioni ed esercitazioni settimanali (oggi seminari) tenute da De Robertis.

In quell'ambiente si rinnovò e rinsaldò la nostra amicizia, tanto che Michele, come l'altro carissimo amico Luciano Graziuso, si associava spesso al gruppo di studenti pescaresi da me frequentato.

Le drammatiche vicende della guerra ci separarono ancora una volta, finché ci ritrovammo in questo profondo Sud a guerra finita. Più maturi d'età e di cultura, i nostri incontri divennero più costruttivi: ci leggevamo scambievolmente le nostre prime prove di scrittura, accompagnate da commenti e suggerimenti. Ricordo bene che i suoi giudizi erano piuttosto severi, mi raccomandava sopra tutto di liberarmi della letteratura. Aveva ragione. Risentivo ancora troppo l'influenza della cosiddetta "prosa d'arte", era tempo che maturassi un mio stile personale. Egli mi confidava fra l'altro l'importanza, nella sua formazione, degli affettuosi consigli ricevuti dal fratello maggiore Osvaldo.

Mi laureai a Bari con Mario Sansone il 28 luglio 1946. Michele era presente, si sarebbe laureato pochi giorni dopo, sempre con Sansone, discutendo una tesi su Alfredo Panzini. Dopo che fui dichiarato dottore in Lettere col voto 110/110, nel corridoio, il prof. Sansone ammise di non aver insistito per la lode dato che mi conosceva poco. Allora Michele, al suo fianco, ribatté con calore che io ero stato sempre bravo fin dal Ginnasio.

Una vacanza estiva, da scapoli, la trascorremmo insieme a Caramanico, provincia di Pescara. Fu lui a trovare una pensione per me con mia madre. A causa del caldo, di solito la mattinata ci trattenevamo alle Terme, concedendoci grossi boccali di birra e acqua diuretica della fonte "Pisciarello". A vespro, rinfrescata l'aria, facevamo lunghe passeggiate verso il Murrone o alle Coste. Qui si spalancava un precipizio. Ricordo che ci stendevamo per terra proprio sull'orlo a provare la vertigine dell'abisso (horror vacui).

Avventurosa, divertente, istruttiva riuscì una gita che facemmo a Taranto sulla vecchia Balilla di Michele. C'erano con noi mia madre e due giovani amiche. Eravamo dunque in cinque sulla macchina, laddove per legge potevamo essere solo quattro. Di conseguenza viaggiammo col timore che la polizia stradale ci bloccasse e non meno timore della scarsa affidabilità dell'auto.

Invece andò tutto bene e potemmo goderci la mostra di pittura del "Premio Taranto" e anche il suggestivo spettacolo della flotta che usciva dal Mar Piccolo oltrepassando il ponte girevole.

Nei secondi anni Cinquanta, se non sbaglio, Michele viveva già a Bari, assistente di Sansone e collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno, dove comparivano sue recensioni, sempre molto acute e chiarissime. Una caratteristica, questa, mantenuta in tutte le sue opere di critica letteraria, sulle quali non mi soffermo sia perché non è questo il luogo, sia perché intendo limitarmi agli aspetti umani della nostra amicizia. Dalle sue recensioni, dalle sue letture provenivano anche talune mie scelte di libri. Mi trasmise, ad esempio, il suo grande amore per Cesare Pavese, che cominciai a privilegiare e amare io stesso. A Pavese e alle sue opere dedicò il primo, se non sbaglio, ampio saggio, edito dalla Liviana di Padova.

Per l'intervento di Michele il gruppo leccese, facente capo alla rivista Il Campo, poté annoverare fra gli amici e collaboratori lo scrittore Nino Palumbo, oriundo di Trani ma da molti anni residente al Nord, autore di vari romanzi pubblicati da Mondadori, come Impiegato d'imposte e Il giornale. La presenza di Palumbo fu un prezioso stimolo per Il Campo.

Allora andavo a Bari di quando in quando espressamente per incontrare Michele, il prof. Sansone e gli altri suoi illustri allievi Arcangelo Leone de Castris, Vitilio Masiello, Francesco Tateo, nonché il nostro vecchio caro don Tommaso Fiore.

A Bari mi recai con mia moglie pure per il matrimonio di Michele con Rita Lorusso, professoressa di francese, amata e fino all'ultimo fedele compagna della sua vita.

Nel 1969 Michele tenne a battesimo il mio primo vero libro, scrivendone la prefazione. Intitolato Provincia difficile, fu edito dal barese Mario Adda e destinato alla scuola, con il commento di Graziuso (segno d'una gran collaborazione tra amici).

A giugno 1981, nel luminoso salone del Circolo cittadino a Lecce, Sansone e Tondo presentarono il mio primo libro di poesia, Segni del diluvio, edito da Lacaita.

Infine nel marzo '87, Michele venne da Bari a presentare, con me, al Liceo "Capece" di Maglie, la mia Allegoria (semiseria) del Viaggiatore e altri epiloghi, edita da Bastogi di Foggia.

Sulla stessa aveva redatto una bella e positiva recensione.

Nonostante il prestigio ormai acquisito quale docente universitario, studioso, saggista, Michele era rimasto un temperamento timido e questa timidezza nascondeva sotto qualche repentino scatto d'impazienza, ma alla fine prevalevano la sua fondamentale generosità d'animo e l'assoluta franchezza, che maggiormente ce lo fanno rimpiangere.

Una brutta mattina del luglio 2001 fu l'amico Luciano Graziuso a comunicarmi la dolorosa notizia, letta sul giornale, della scomparsa di Michele.

Ora vorremmo di lui, come di altri cari, credere ad una sopravvivenza ultraterrena. Foscolianamente confidiamo almeno nella sopravvivenza del ricordo.


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