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Pietro Cavoti e i ritratti degli illustri salentini PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Luigi Galante   
Venerdì 15 Aprile 2016 06:03

[Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la Premessa di Luigi Galante al volume Pietro Cavoti. I ritratti degli illustri salentini, a cura di Luigi Galante e Giancarlo Vallone, Lecce 2016, che è stato presentato il 15 aprile 2016, alle h. 18:30, presso l’Università Popolare Aldo Vallone Galatina (Sala “C. Contaldo” del Palazzo della cultura “Z. Rizzelli”).]

 

Nel febbraio del 1890 la città di Galatina perde uno dei suoi figli più illustri, il Professor Pietro Antonio Cavoti (1819-1890), grande studioso, amante dell'arte e appassionato collezionista. Dopo una vita intensamente dedicata all'arte e alla conoscenza, ed essendo senza discendenti diretti, Cavoti pensò bene di chiedere all'amico Cosimo De Giorgi di custodire tutte le sue collezioni insieme a libri, taccuini, acquerelli e ad un numero immenso di disegni di sua produzione.

La morte di questo personaggio, la cui fama era diffusa ben oltre il territorio salentino, inclinò la mente illuminata di Cosimo De Giorgi al desiderio di offrire un giusto riconoscimento, quello di far istituire a Galatina un museo a lui intitolato, per timore di veder dispersa l'immensa raccolta e le collezioni. A soli otto anni dalla morte dell'amico, il De Giorgi rivolgeva un appello ai parenti e agli amministratori di Galatina: "Si ricordi Galatina di questo tipo di gentiluomo, di questo scienziato che per eccessiva modestia non volle pubblicare mai i suoi lavori perché, secondo lui, erano incompleti, di questo educatore del popolo, di questo suo figlio, il cui nome risuona ancora in Firenze nelle officine dell'artigianato, nel gabinetto degli artisti, nelle biblioteche dei dotti. Il ricordo più adeguato pel Cavoti non sia né una lapide, né un monumento, ma bensì l'istituzione di una scuola popolare di arti e mestieri fregiata col suo nome, sia la fondazione di un piccolo Museo civico nel quale sieno custoditi e messi in evidenza al pubblico i lavori di Pietro Cavoti"[1] Fu poi per interessamento di Antonio Vallone, amico più giovane, ma  intimo di Cavoti, che nel 1936 ebbe origine il Museo civico di Galatina, mentre la Scuola era già stata istituita nei primi anni del Novecento (1905 – 1907) sempre da Antonio Vallone. Ricostruire la storia delle collezioni del Fondo Cavoti, così ricca e complessa, è stato un lavoro assai arduo. Tutto ebbe inizio nell'inverno del 2002, quando per la prima volta visitai il Museo civico di Galatina, intitolato appunto a Pietro Cavoti.  Andavo in quel Museo con la speranza di scoprire qualcosa d’interessante, e la speranza nacque leggendo nel libro del De Giorgi, i famosi Bozzetti di viaggio, le pagine dedicate a Soleto. Si accennava a un artista, galatinese, che amava il Mezzogiorno e i suoi monumenti più di se stesso, e lo dimostrava raffigurando e tracciando su carta disegni, fedeli all'originale, di architetture fatiscenti e in via di estinzione. Conobbi così questo "bisbetico" personaggio galatinese, il quale, da più di tredici anni, ancora mi stupisce e mi emoziona ogni volta che decido di effettuare una ricerca nel Museo.

Oggi, alla luce di numerosi studi condotti sulla figura dell'artista galatinese, abbiamo nuove informazioni e conferme che gettano luce sui suoi materiali e sui lavori e sugli studi rimasti celati e ignoti ai più, e sulla loro importanza storica. Ed è impossibile negare che studiare Pietro Cavoti risulta oggi di basilare importanza anche solo per riscoprire o riappropriarsi di culture e identità locali oramai cancellate per sempre. Bisogna dire, che fino a pochi anni fa, il Cavoti, nonostante la sua notorietà in vita, era quasi del tutto sconosciuto. Indubbiamente, la ragione dell'oblio è legata proprio al fatto che Cavoti non volle mai pubblicare i suoi studi né parlare o far parlare di sé e delle sue ricerche archeologiche, artistiche epigrafiche e documentarie d’arte e di storia in genere, affiancate da minuziosi e pregevoli disegni, schizzi e acquerelli. All’amico De Giorgi confiderà: “Io lavoro per la scienza e non per me; e rifuggo dal plauso volgare, trovando un sufficiente compenso nella stima di persone onorande”[2]. Nei pensieri esposti al De Giorgi, si coglie un Cavoti più intimo e fragile: l’umiltà, la modestia che lo contraddistingue e che spesso lo porta a criticare a volte con violenza gli elogi di stima rivoltigli e a farlo anche in pubblico, quasi celando il suo io dietro i perfetti e pazienti studi e disegni. In alcune lettere affiora la consapevolezza di saper fare il proprio dovere e di volerlo fare in promozione dell’Arte e del nuovo Stato unitario. Così scrive al duca Castromediano: “Tu non sai che l’amicizia tua e degli uomini che come te fanno onore alla nostra generazione e alla nostra gran patria comune, è il più dolce ristoro della mia vita in questo sonnifero angolo del mondo ove benché contento dello schietto amore dei galatinesi, pure lungi dalla mia dilettissima Firenze, dall’alma Roma, provo noie del più penoso esilio!! Oh, quante fiate amareggiato dal disinganno delle speranze nella gioventù presente; sdegnato dall’ignorante cinismo dei nati e cresciuti alla vita materiale, trovo non solo conforto ma anche tanto ammaestramento nel pensare che tu, malgrado tanta guerra, della tua fortuna, hai serbato sempre il cuore fermo e acceso da affetto purissimo per la patria e per le cose belle…”[3]. Frutto di una mia metodica e lunga ricerca è stato il rinvenimento dei cosiddetti "ritratti degli illustri salentini". Si tratta di disegni di volti, come ho già scritto in altre occasioni, quasi tutti, all'inizio delle mie ricerche, inediti, e quindi sconosciuti anche ai più autorevoli studiosi. Perché poi Cavoti disegnasse i ritratti che incontrava nelle case private e nelle chiese, lo scrive egli stesso. In uno dei tanti taccuini, egli annota “Sento nell’animo mio il lamento degli uomini antichi. Che fine faranno le opere lasciate a noi? Se il tempo sarà dalla mia parte caverò il peggior nemico ch’è l’uomo e non la clessidra dei secoli a far distruzione di opere dipinte”. Lo scritto risale agli albori del 1848. E poi ancora, in uno dei suoi ultimi taccuini, il 2 novembre del 1889, tre mesi prima della sua morte, scrive: “La matita, i miei album, i veri compagni de’ miei segreti. Tutta la mia vita in queste carte adorate lontane dalla distruzione del più feroce nemico della storia, l’uomo. Epperò parmi dovere di ogni generazione il rispettare monumenti statue e pitture de suoi antenati.” Povero Cavoti. Oggi credo, che le sue "profezie" si siano quasi del tutto avverate. Per stilare un censimento dei volti effettivamente disegnati e dipinti da Cavoti, al fine di comprendere quanti ne restano oggi, bisogna risalire proprio alla data del 1848 (anno in cui sono attestati alcuni ritratti e caricature di personaggi galatinesi), e iniziare, com’è ovvio, le ricerche proprio da Galatina. Lo dice l’artista stesso che alla fine di una missiva indirizzata il 3 giugno 1885 al Ministro della Pubblica Istruzione Fiorelli, afferma “… per la mia Galatina ho avuto per i miei studi giovanili, la casa del Padre Predicatore Alessandro Tommaso Arcudi”. Personalmente, credo, dopo aver studiato per anni le carte cavotiane, che non vi fosse in Galatina, palazzo più ricco e pieno di storia, da quello di Arcudi e dei suoi antenati.  Quella casa era un museo, dice lo stesso padre predicatore, e quindi è facile immaginare che Cavoti abbia pensato di cominciare a copiare e ritrarre proprio da quel che restava di una delle quadrerie più importanti della città e forse della provincia e che, bisogna dirlo, nel periodo di Cavoti, quando gli Arcudi erano ormai estinti ed il palazzo abbandonato, veniva metodicamente “spogliata” su commissione di antiquari, anche se molto restava a vista, per uso del nostro artista. Sappiamo però che Cavoti non dipinse solo i volti di personaggi Galatinesi. I suoi taccuini sono pieni di rilievi di vasi, monete, stemmi, ruderi o edifici non più esistenti, ma soprattutto disegni di donne e uomini di ogni tempo, eseguiti, spesso, con note e con attenzione ai dettagli, copiati a volte da stampe o realizzati "dal vero" grazie a viaggi a Milano, Firenze (qui in particolare nella Galleria degli Uffizi), Bologna, Siena, Napoli, Roma, Pompei, Padova e poi in tutta la nostra Provincia.  Un enorme materiale dunque, anche a prescindere da quanto è scomparso, tutto depositato nelle carte cavotiane del Museo galatinese[4]. Diverse mie pubblicazioni si fondano su questo materiale, ed ora, con il conforto del parere positivo dei Professori Antonio Cassiano e Giancarlo Vallone, ho pensato di pubblicare nel loro insieme organico quanto rimane dei ritratti e in particolare dei ritratti di salentini (molti dei quali in verità ho già pubblicato via via[5]) e che, del resto, occupano una parte importante dell'impegno del Cavoti, perché egli vi si dedicò, senza mai tralasciare alcuna occasione, e con seria meticolosità,  dal 1848 al 1889. Va subito detto che Cavoti stesso aveva in progetto di utilizzare questi ritratti, e comprendeva perfettamente l'importanza anche semplicemente della raccolta dei volti dei salentini illustri; anzi definiva questa raccolta i "ritratti antichi degli Illustri Salentini" e voglio indicare, anche qui da uno dei suoi ultimi taccuini, il fatto che, evidentemente, acquerelli e olii che Cavoti traeva dalle bozze e dai disegni suoi ricavati da originali visti nelle varie case o chiese, e in altri luoghi, erano, lui vivente, molto noti; li vollero vedere e se ne interessavano in molti: il Castromediano, il De Giorgi, il Casotti, Luigi Viola (il galatinese realizzatore del Museo di Taranto). L'onorevole Gaetano Brunetti, avendo capito l'importanza della raccolta, la voleva tutta, evidentemente per fini istituzionali, tuttavia non se ne fece nulla, perché Cavoti, in coerenza con i suoi principi non volle. Naturalmente, come ho già accennato, molto materiale cavotiano è andato disperso, in tempi e modo diversi, e quindi anche molti ritratti. Ebbene, proprio per dare una concreta idea di quanto è stato perduto dell'opera grafica cavotiana, è opportuno notare che lo stesso Cavoti ci dice che l'insieme dei ritratti, comprese le caricature, e cioè il lavoro portato a termine dipingendo ad olio o in acquerello, ed usando a tal fine disegni e bozze preparatori, ripresi in modo assai cursorio dagli originali nelle case, ammontava al numero di 256[6]. Ora ne restano solo alcuni; mentre dei disegni e delle bozze, che dovevano essere molti di più dei 256 ritratti, oggi ne sopravvivono poco più di un centinaio. Per i disegni "dal vero", effettuati, come ho detto, durante le sue escursioni in Terra d'Otranto (oltre a quelli legati ai suoi viaggi a Firenze, Padova, Roma, Napoli, Cosenza, Oria, Taranto, ecc), in molti casi è stato possibile ricavare i soggetti e i luoghi dalla sua annotazione manoscritta a commento del disegno. Alcuni di questi ritratti sono schizzi veloci ed approssimativi, utilizzati per fissare visivamente la memoria di quello che andava osservando. Inoltre, nonostante Cavoti conoscesse la fotografia, e ne fosse assai incuriosito, utilizzò sempre il mezzo grafico per le sue ricognizioni sul campo. Si pubblicano in questo volume, anche alcune fotografie inedite, eseguite sicuramente dall'artista, ritraendo personaggi galatinesi e salentini a lui più cari.[7] Ed ancora, sparse nei suoi taccuini, si trovano delle figure caricaturali di personaggi del tempo e di suoi amici. Anche queste caricature, bellissime, sono realizzate con tecniche varie, matita, acquerello, ma quello che acquista particolare interesse, è l'atteggiamento con il quale Cavoti si pone nei confronti della realtà, ricco di una vena umoristica anche quando ritraeva se stesso.  Nei taccuini, suoi fedeli compagni di viaggio, egli fissava impressioni istantanee, appunti, schizzi o pensieri, e, appunto, disegni, che avrebbero ricevuto successivamente forma nei singoli scritti.[8] Egli visita palazzi, collezioni private, consulta fonti all'interno di musei, archivi e biblioteche. Il ritrarre i volti di numerosi personaggi, è per Cavoti lo strumento più idoneo per illustrare, documentare e conservare la memoria.  In una missiva spedita il 19 maggio 1885 dal Ministro della Pubblica Istruzione, si invitava il Cavoti a svolgere un elenco delle opere d’arte più pregevoli, esistenti sì nelle pubbliche che nelle private gallerie di questa Provincia”. La risposta di Cavoti fu: “... per i bisogni di miei studi ho avuto larghissimo soccorso nelle grandi città come Napoli Roma e Firenze ove ho dimorato diciotto anni, e per la mia Galatina ho avuto pei miei studi giovanili, la casa del P. Predicatore Alessandro Tomaso Arcudi.” Bisogna dire però, e anzi già l'ho detto, che, come spesso accade, e come già ci riferisce il De Giorgi, "molti dei suoi taccuini e raccolte d’arte sono andate perdute o meglio ancora trafugate". Dunque dobbiamo accontentarci di quel che resta; ed anche così, non si tratta di poco.

Ora però, c’è da farsi una domanda indubbiamente radicale. Tutti i ritratti finora scoperti sono il frutto della fantasia di Cavoti, o realmente egli disegnò questi volti da originali? E ancora. Come mai degli originali di questi volti, oggi non rimane più alcuna traccia o quasi? Per rispondere alla prima domanda, bisogna sottrarsi alle emozioni della scoperta, e quindi prendere sempre con molta cautela il tutto. Come già ho accennato in altri scritti, uno degli istinti dominanti in Cavoti è certamente l’amor di patria anche nel senso della piccola patria galatinese e della sua storia locale, e questo, in un artista come lui, assume facilmente inclinazione iconografica, e spinge alla riproduzione di volti tratti da quadri. Cavoti non era tipo da perder tempo dietro “modelli” di fantasia. E’ probabile che in alcune circostanze e privo degli strumenti da viaggio, egli si sia trovato ad osservare qualche volto, e lo abbia poi “a memoria” riportato su carta una volta rientrato nel suo studio. Certo è vero, i disegni cavotiani derivati dalla casa Arcudi sono molti, forse troppi, e rispecchiano molto da vicino le convinzioni di Arcudi stesso.  Sempre con la dovuta cautela, si può pensare che il Padre predicatore Alessandro Tommaso Arcudi (1655-1718), abbia commissionato a sue spese alcuni quadri di antichi personaggi ispirati dalla sua fantasia di committente e eseguiti da qualche pittore a lui vicino. In altri termini, sembra difficile dubitare della buona fede di Cavoti, e del fatto che egli vedesse e disegnasse da originali; ma è anche difficile sostenere che tali originali, che Cavoti vedeva in casa Arcudi, e che ritraggono poi molti personaggi biografati nella Galatina letterata, non fossero frutto dell'invenzione arcudiana.  Tralasciando questa questione, mi sento in dovere di citare quattro soli esempi che attestano il modo di lavorare e forse anche la onestà del Cavoti. La prima indicazione è relativa al ritratto proprio di Arcudi, e viene fuori da una lettera che Gian Battista Rossi invia al Cavoti da Lecce il 6 settembre 1841 e che dice: “l’Arcudi Galatinese che avea la parrucca di color rossastro, gli occhiali ad arco e che prendea il tabacco da una borsetta di cuoio col cucchiaio…”.  Cosa dobbiamo pensare? Se ipotizziamo, com’è più naturale, che il leccese Rossi avesse visto un disegno o un ritratto dell’Arcudi grazie al galatinese Cavoti (e non viceversa), dobbiamo poi anche immaginare che il Cavoti inviò o fece vedere all’amico un disegno da un ritratto originale di Arcudi, o forse una caricatura tratta dalla stessa fonte, e sono ipotesi preferibili all’altra, e cioè che Cavoti abbia inviato all’amico un suo disegno di fantasia. Certo a noi sono rimasti due disegni cavotiani di Arcudi, e se uno, che sembra ritrarre l’Arcudi giovane, è forse una idealizzazione cavotiana, l’altro è abbastanza vicino a quel che descrive il Rossi. Questa potrebbe essere una prova che Cavoti vide il quadro dell’Arcudi, e probabilmente lo fece vedere, o lo disegnò, allo stesso Rossi, che con precise indicazioni lo ridescrive nella lettera. La seconda testimonianza deriva dal confronto tra il ritratto cavotiano di Stefano Agricoli (l'Arcivescovo martire di Otranto comunemente detto Pendinelli) e il suo ritratto originale, “salvato” per chissà quale miracolo e conservato tutt’oggi nella sacrestia della chiesa matrice di Galatina. I due ritratti sembrano copie perfette, anzi in quello del Cavoti c’è di più. Come sua abitudine egli segnava all’interno del foglio, oltre la provenienza, anche il luogo dove era esposto: “… il ritratto proviene da un quadro della cappella dei Signori Capani che vi era un tempo nella chiesa madre di Galatina”. Un terzo riscontro utile deriva da un ritratto di Matteo Tafuri, che io ho avuto modo di vedere in casa dei discendenti del canonico Manca, in Soleto, e che è assai vicino al disegno del Tafuri che Cavoti dichiara di aver esemplato nel 1881 appunto nella casa del canonico Manca, suo amico. Un quarto e ultimo principio di prova, non più che questo, viene dal disegno cavotiano ancora di Matteo Tafuri qui pubblicato come ultimo appunto del Tafuri; ebbene il Cavoti dice di averlo tratto da un originale conservato in una villa di Alezio di proprietà della famiglia Tafuri di Gallipoli; ora, noi sappiamo per certo che questa famiglia, estinta da tempo, possedeva una collezione di ritratti familiari, cinque dei quali (non però quello di Matteo)  sono comparsi, e poi dispersi, sul mercato antiquario tra il 2001 e il 2002.  Posso anche ipotizzare che ancora qualcosa di tanti originali sia conservato in case private, ma fino ad ora non è emerso nulla, e d'altra parte non ho tentato molte ricerche in questo senso. Del resto, il Cavoti, rientrato definitivamente a Galatina da Firenze per motivi di salute, continuò nella sua opera di amore e di attenzione, e denunciò più volte agli amministratori di Galatina, che tra i palazzi in decadenza (e in particolare in quello dell’Arcudi stesso) vi erano delle opere da salvare e custodire, ma tutto fu inutile; egli stesso afferma in un suo scritto: “oggi poco rimane per la incuria dei nostri amministratori cui poco importa e sanno”. Concludo rammentando l’ultimo disperato appello che Cavoti fece, dopo innumerevoli tentativi, per salvare quel che poteva, senza ottenere nessun risultato utile: “Che fine avverrà mai? Promisi di parlare con i cari amici Luigi De Simone, il caro Cosimo De Giorgi e il Nostro Sigismondo Castromediano. Galatina muore”. Ma non se ne fece nulla e quello che oggi a noi rimane, sono solo ed esclusivamente le copie cavotiane da me ritrovate.

Luigi Galante

 


[1] C. De Giorgi, Artisti Pugliesi. Pietro Cavoti, in Apulia, anno I, nn. 11-12, Bari 1898. pp. 152 e 155.

[2] C. De Giorgi, Necrologio di Pietro Cavoti, in  Propugnatore, Lecce, febbraio 1890, n. 33.

[3] L. Galante , Lettere di S. Castromediano a Cavoti in Pietro Cavoti. I tesori ritrovati, EdiPan, Galatina 2007, pp. 212-214.

[4] Il Fondo Cavoti comprende n° 46 taccuini manoscritti rilegati da Cavoti e n° 45 rilegati dopo la sua morte che furono donati al Museo di Galatina dal nipote ed erede Torricelli nel 1936. Questi raccolgono documentazione varia tra autografi del Cavoti, lettere, diplomi, ecc., nonché disegni, fotografie (album fotografici), ecc., tutti regolarmente inventariati.

[5] Vedi Il filo di aracne, numeri; Anno V - N° 2, marzo/aprile 2010, Anno V - N° 3, maggio/giugno 2010, Anno VI - N° 2, marzo/aprile 2011, Anno VII - N° 1, gennaio/febbraio 2012, Anno VII - N° 2, marzo/aprile 2012, Anno VIII - N° 1, gennaio/febbraio 2013, Anno VIII - N° 3, maggio/giugno 2013, Anno VIII - N° 5, novembre/dicembre 2013, Anno IX - N° 2, marzo/aprile 2014, Anno X - N° 1, gennaio/febbraio 2015

[6] Nel taccuino 3389, Cavoti annota il numero degli Illustri Salentini che vissero nelle Province di Taranto, Brindisi e Lecce. Il totale riportato da Cavoti, è di 220 personaggi. Questo il numero dei ritratti ordinati per luogo nei suoi appunti: Lecce 51, Taranto 34, Brindisi 15, Nardò 8, Otranto 6, Gallipoli 12, Alessano 3, Ostuni 4, Soleto 3, Ugento 1, Melpignano 2, S. Pietro Vernotico 1, Grottaglie 8, Erchie 1, Francavilla 4, Taurisano 1, Corigliano 1, Carovigno 1, Casalnuovo 3, Campi 7, Mesagne 3, Copertino 2, Leverano 1, Casarano 2, Galatina 45, S. Pietro in Lama 1. Si vede bene che  Galatina con un numero di 45 ritratti, è seconda solo a Lecce che ne conta 51. Il Cavoti segna anche la città di Galatone, dimenticando di riportare il numero dei personaggi ritratti.

[7] Si conservano nel museo due album fotografici di vari soggetti che Cavoti con gusto collezionistico aveva conservato nel suo studio. In uno dei due album, sono conservati tre suoi ritratti in dagherrotipia.

[8] Un esempio di ricerca con  intenti scientifici, e con il fine anche di un censimento iconografico del personaggio, è rappresentato dagli schizzi e dagli appunti sul Galatino. Il Cavoti  ha la disperata ossessione di trovare in manoscritti e in documenti antichi, più notizie possibile, per sottrarre il Galatino agli errori e alle invenzioni.


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