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Ma il petrolio non uccide solo così – (20 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 21 Aprile 2016 06:16

[“La Stampa” di mercoledì 20 aprile 2016]

 

Qualche tonnellata di petrolio finisce in un torrente, a Genova, una città abituata a ben altro. Quando, nel 1991, naufragò la Haven finirono in mare 144.000 tonnellate di petrolio. 90.000 bruciarono. Sul fondo ne finirono tra 10.000 e 50.000. Dopo un quarto di secolo il Mar Ligure è ancora lì, la gente va al mare, ma i pescatori evitano quella zona, perduta per chissà quanto tempo ancora, asfaltata.

Le poche tonnellate finite nel torrente sono niente al confronto. Gli effetti non saranno così devastanti, la perdita è sotto controllo, sono stati posti argini alla piena nera. Rane, uccelli e pesci presenti in quel tratto di torrente ne hanno sofferto, molti esemplari sono morti e, dato che un po’ di petrolio è finito nel porto, ci sarà qualche conseguenza anche nell’ambiente marino. Questi fenomeni si mitigano con solventi e con la rimozione fisica del petrolio. L’acqua dei fiumi si rinnova continuamente e a parte il fenomeno acuto che colpisce specie carismatiche (uccelli, anfibi, pesci), se si agirà con perizia è presumibile che i danni non saranno permanenti.

Questa volta non è andata così male. Questi impianti sono gestiti da tecnici esperti, e ai danni degli incidenti si risponde tempestivamente. Fa parte del gioco.

Non deve essere questo a farci pentire di aver disertato le urne del referendum. Gli italiani diventano ambientalisti a fronte di disastri. Ci vollero Chernobyl e Fukushima per trascinare i referendum antinucleari. Per fortuna il petrolio non è il nucleare. Gli effetti di un incidente nucleare restano per tempi lunghissimi. Quelli derivanti da sversamenti di petrolio sono bazzecole al confronto. Tutto bene, allora? Non direi. Sono campanelli di allarme. Gli impianti invecchiano (anche le piattaforme di estrazione invecchiano) si tende sempre al risparmio e le manutenzioni, spesso, sono meno assidue di quanto dovrebbero. Se questa volta abbiamo un piccolo disastro, rispetto agli enormi disastri che hanno afflitto lo stesso territorio in tempi passati, non ci possiamo rassicurare. Forse gli ambientalisti più estremi mi accuseranno di minimizzare. Certo, mi commuovo anche io per gli uccelli e le rane, per i pesci. Non mi piace, non è giusto. Ma quella fauna tornerà. Preoccupano maggiormente i fenomeni più subdoli, cronici. E magari dolosi. Le scorie smaltite illegalmente che, ogni tanto, scopre la Magistratura, anche in tempi recentissimi.

E quindi sì, ci dobbiamo preoccupare di quello che stiamo facendo alla Natura. E ogni segnale va preso seriamente. Compreso questo.

Il nostro atteggiamento nei confronti della natura rimane epidermico, quasi infantile. Ci piacciono gli animali “carini”: l’uccello che muore affogato dal petrolio non può lasciare indifferenti. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Il Mediterraneo di oggi è un altro mare, rispetto a 50 anni fa. Le specie tropicali sono in grave disagio, a casa loro, migrano a nord e arrivano da noi, soppiantando quelle autoctone. Trovano da noi condizioni ottimali, ma muoiono le foreste di gorgonie, per centinaia di chilometri.  Uccise dal petrolio, indirettamente:. bruciamo i combustibili fossili, aumenta l’anidride carbonica, aumenta la temperatura dell’atmosfera e quella del mare. Le specie che non tollerano alte temperature scompaiono. Fa meno pena una gorgonia di una papera. Ma quelle foreste sottomarine sono più importanti di qualche esemplare carismatico. Ci commuovono gli eventi estremi e non ci importa dei mali cronici. La Natura se la caverà sempre. Non altrettanto avverrà per noi.


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