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Programma gennaio 2019
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Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 31 Marzo 2011 19:12

Ciclisti a Lecce

 

Se la mattina, verso le 8.30, e la sera, verso le 18.30, vedete un ciclista con zaino sulle spalle e un caschetto azzurro, destreggiarsi nel traffico tra il centro di Lecce e Ecotekne, bè, quello sono io. Ho scelto la bicicletta per muovermi tra casa e ufficio, all'Università. Quei quaranta minuti, tra andata e ritorno, sono la mia ginnastica quotidiana, e ne sono molto contento. Anzi, sarei molto contento se non ci fosse qualche problemino lungo il mio tragitto. Prima di tutto il fondo stradale. All'ingresso di Lecce, dopo la salita da Monteroni, la strada è dissestata in modo quasi intollerabile per la parte del corpo che poggia sul sellino. Ma se l'abbiamo appena asfaltata! potrebbe dirmi un solerte amministratore. Sì, è vero, ma l'asfalto liscio è solo al centro. La parte destra della carreggiata, quella dove devono andare i ciclisti, è rimasta dissestata. Se cerco di stare sul "liscio" le auto mi passano a un millimetro di distanza, per sorpassarmi. D'altronde devo stare molto attento a tenere bene la destra, perché l'apertura improvvisa di uno sportello è sempre in agguato. Le rotonde sono un incubo. Gli automobilisti ti sorpassano e poi ti tagliano la strada per uscire. Le biciclette non esistono. A metà di Viale Gallipoli c'è una pista ciclabile, sul marciapiede. Ma raggiungerla se si va verso la Questura non è facilissimo. E poi bisogna attraversare la strada tre volte, prima di arrivare in Viale Otranto. Ci sono le strisce, per terra, ma nessuno sa che sono come strisce pedonali, e che le auto si dovrebbero fermare. In più, le piste ciclabili sono spesso utilizzate come parcheggio. Sempre solo per un minuto, ovviamente, proprio nel minuto in cui passo io, però!

Insomma, più che piste per bici, ci sono percorsi di guerra. Con morti e feriti.

Io sono uno dei feriti. Nel 2005, facendo il sottovia lungo il mio percorso casa-ufficio, la ruota anteriore della mia bici è andata a finire in un insidioso gradino a destra della carreggiata, proprio dove devono passare i ciclisti (ora non c'è più, per fortuna). Sono caduto sulla faccia, e sembravo Berlusconi dopo il lancio del Duomo. Ho sputato un dente, e altri tre sono ormai morti. Il mio dentista ha fatto un ottimo lavoro, ma prima o poi quei denti si romperanno, sono morti. Un collega giurista mi ha detto che la responsabilità è del Comune e mi ha consigliato di far causa. Cosa che ho fatto. Paride, il mio avvocato, sta seguendo la questione. L'ho visto l'altro giorno, e mi ha detto, sconsolato, che la prossima udienza è stata fissata per novembre, non ho capito se 2010 o 2011. Ho fatto visite, sono già andato di fronte al giudice, con tanto di testimoni, la Stradale ha fatto il sopralluogo e ha confermato che la strada era pericolosa (tanto che il Comune l'ha aggiustata). Mi è stato detto che le cause per questi motivi sono tantissime, e che il Comune non ha i soldi per pagare tutti, e la sua assicurazione non è sufficiente a coprire tutte le richieste di danni. Il che significa che non sono il solo. Avevo cercato strade alternative, in campagna. E le ho anche trovate, passando dall'istituto Agrario. Bellissime. Ma ci sono i cani randagi, che si divertono a inseguire le bici. Una volta ho incontrato un rottweiler libero. Non ho mai pedalato così velocemente in vita mia, per uscire da quello che, per lui, era il suo territorio. Meglio le automobili. E son tornato sulla strada.

Se mi vedete,  salutatemi, mi fa piacere. Se tra i lettori di questo articolo ci sono anche il Sindaco e il Presidente della Provincia, mi permetto di chiedere che si mettano d'accordo e facciano una bella pista ciclabile tra il centro e Ecotekne, magari con un'illuminazione dedicata. Già, perché ora sono tranquillo, le giornate sono lunghe, ma d'inverno torno con il buio, e una parte del mio percorso è priva di illuminazione. Lecce è un paradiso, e io sono felice di vivere in un posto così bello. Spero solo di potermelo godere il più a lungo possibile, e vorrei anche vedere centinaia di studenti venire a Ecotekne in bici. Ma se mia figlia dovesse un giorno frequentare la nostra università, le proibirei di andarci in bici: troppo pericoloso.

 

 

Orfani di Manuela?

 

Qualche anno fa, un esperto di comunicazione, credo fosse Gianni Ippoliti, escogitò un modo geniale per far parlare di Porto Cesareo: erigere un monumento a Manuela Arcuri. Gianni Ippoliti è un genio della comunicazione ironica. Le mattina fa la rassegna stampa delle cronache rosa e, in modo serissimo, deride quelle false notizie di cui si beano molti lettori e lettrici di popolarissime, improbabili riviste di improbabile attualità. Il momumento a Manuela Arcuri è, ovviamente, un’operazione di cultura ironica. Solo che è stato preso sul serio. Un monumento di pietra leccese, con opimi quarti posteriori e generose ghiandole mammarie, stringe a sè un corno dell’abbondanza. Sotto, una lapide marmorea informa il passante che è il Mare di Porto Cesareo a decantare Manuela Arcuri, simbolo di bellezza e prosperità. La lapide informa poi, burocraticamente, che sono gli operatori turistici ad aver offerto alla posterità questa imperitura celebrazione. Qualche folle iconoclasta, emulo del deturpatore della Pietà di Michelangelo, ha violato l’opera, mozzandole il naso. Ma la deturpazione è stata presto riparata, restituendo alla cultura cesarina il suo simbolo più bello e qualificante.

Quando, nel 2002, la statua fu eretta, è vero che di Porto Cesareo parlò tutta Italia. Ma lo fece con la stessa ironia con cui Gianni Ippoliti legge delle disavventure amorose di starlet e tronisti. Basta che si parli del paese... non ha importanza a che titolo! Credo sia questa la filosofia che sta dietro questa scaltra operazione mediatica.

Se Porto Cesareo non fosse quel che è, forse ci sarebbero motivi validi per sostenere questa iniziativa. Ma Porto Cesareo è sede di un’Area Marina Protetta, dell’unico parco nazionale presente in Provincia di Lecce. Lo Stato Italiano ha scelto il mare di Porto Cesareo per “fare un monumento” alla sua qualità, decretandone l’importanza per l’intera nazione. Da quando c’è l’Area Marina Protetta, di Porto Cesareo hanno parlato decine e decine di trasmissioni televisive dedicate al mare. Da Linea Blu, a Pianeta Mare, Linea Verde e molte altre. Messe assieme, queste trasmissioni sommano a ore di copertura mediatica su canali nazionali, ore in cui si mostrano a milioni di persone le cose più belle che il territorio di Porto Cesareo ha da offrire. Il monumento a Manuela Arcuri ha goduto di qualche secondo di copertura nel momento in cui è stato “offerto” alla popolazione, e poi è sprofondato nell’oblio. Ogni tanto qualche turista si faceva fotografare di fronte alla statua, qualcuno, con un po’ di sforzo, cercava di accarezzare le chiappe di Manuela che, pare, abbiano proprietà taumaturgiche.

Ora la statua fa ancora parlare di sé, perché l’amministrazione comunale l’ha fatta rimuovere. Gli operatori turistici sono in rivolta. Possono tollerare tutto, possono tollerare le strade che si allagano alla prima pioggia, lo sbancamento delle dune, l’abusivismo selvaggio, il porto che si intasa, le spiagge erose dalle onde, ma Manuela no, non si tocca. E’ la cosa più importante che hanno fatto per l’immagine del paese.

Un giorno ho sentito un amministratore cesarino che si prefiggeva questo obiettivo: Voglio fare di Porto Cesareo la Rimini dello Ionio. Rimini? Ma a Rimini il mare è una schifezza, e gli amministratori, di concerto con gli operatori turistici, hanno dovuto inventare attrattive alternative: piscine sulle spiagge, locali da ballo e da sballo, e altre attività che, loro malgrado, attirano fiorenti attività legate al mercato del sesso. Rimini è diventata anche grande centro congressuale. Rimini è nota e rinomata per decine di cose, ma non certo per la qualità del suo ambiente naturale.

Porto Cesareo è l’opposto di Rimini. Il turista che vuole Rimini ha l’originale a disposizione, perché mai dovrebbe andare a Porto Cesareo?

Come si può essere così ciechi da non capire che di Porto Cesareo si parla continuamente per ben altri motivi? Come si può essere così miopi da non essersi resi conto che di Porto Cesareo parla tutta Italia, continuamente, perché ogni anno, sommate, ci sono ore di trasmissioni televisive dedicate alla sua Area Marina Protetta? I salentini che vanno a Porto Cesareo ci vanno per il pesce e i ristoranti e, in estate, per il mare. Non hanno bisogno della statua di Manuela per sapere di Porto Cesareo. Vent’anni fa, sulla guida del Touring Club, Porto Cesareo era segnalata per un solo motivo: la presenza del Museo di Biologia Marina. Oggi il Museo è ancora un motivo di vanto per il paese, ma ormai è l’Area Marina Protetta ad essere il marchio di qualità che fa la differenza. Se, ormai, di Porto Cesareo si parla più che di Gallipoli, il motivo è solo uno: l’Area Marina Protetta. L’obiettivo degli operatori turistici deve essere uno solo: mantenere con la qualità e l’onestà delle proposte quel che promette il marchio di altissima qualità conferito dalla presenza di un parco nazionale. Sabato mattina Gianni Ippoliti ha mostrato gli articoli di giornale che “denunciavano” il sopruso della rimozione del monumento, e in uno di questi c’era una foto di una turista che fotografava due turisti, uno a destra e uno a sinistra, sghignazzanti, che toccavano uno la chiappa destra e l’altro la chiappa sinistra della Manuela marmorea. Ed è proprio con questo spirito che tutti hanno parlato di Porto Cesareo, uno spirito sghignazzante. Fare i pagliacci per attirare l’attenzione è una strategia vincente quando non si ha altro da offrire. La rimozione della statua è un segnale di comprensione delle qualità di Porto Cesareo, forse gli operatori turistici potrebbero offrirla a qualche paese costiero meno fortunato. Se trovano qualcuno che la vuole...

 

 

Il cancro no!

 

Ieri ho comprato due uova di Pasqua. A me non piacciono le uova di Pasqua, e so che si tratta di un prodotto commerciale che sfrutta un momento particolare. Però le ho comprate lo stesso, perché comprandole ho finanziato la ricerca sul cancro. Praticamente si tratta di una colletta. Facciamo la colletta con le azalee, le uova, le arance, e con tante altre cosette con cui si cerca di racimolare fondi per finanziare ricerche. Come mai? E’ semplice: perché i finanziamenti alla ricerca sono scarsissimi. Oramai è un luogo comune parlare di fuga dei cervelli. I ricercatori scappano perché qui non trovano condizioni buone per lavorare. Non ci sono soldi per pagarli e non ci sono soldi per farli lavorare. Il nostro paese ha rinunciato alla ricerca scientifica. Le Università sono in bancarotta e, compresa la nostra, rischiano di chiudere. Non sta succedendo altrove, succede qui, da noi.

Ieri però ho sentito un signore importante promettere che “vogliamo vincere il cancro”.

A me è simpatico quel signore, non lo nego. Però sul cancro non si scherza. Tutti, nelle nostre famiglie, o tra le nostre amicizie, abbiamo qualcuno che è morto di cancro. Non si scherza.

Come può uno stato che non investe in ricerca pensare di promettere di vincere il cancro? Intanto ci sono decine e decine di tipi di cancro. E moltissimi tipi di cancro derivano dalle condizioni ambientali. A Taranto c’è uno dei più alti tassi di tumori all’apparato respiratorio del mondo. Del mondo! Non basta una pastiglietta o un passaggio in una macchina miracolosa per guarire i tarantini malati. Il cancro se lo prendono a causa di quello che respirano. Debellare il cancro significa prima di tutto rimuovere le cause ambientali che fanno venire il cancro. Discariche abusive, fabbriche inquinanti, fumi non filtrati, scorie tossiche (nucleari e non), residui di lavorazione. Tutta questa roba fa venire il cancro. E’ inutile curare i sintomi se non si rimuovono le cause. Il cancro non si vince solo con la medicina. Si vince con l’ecologia, con la cura dell’ambiente. Non basta dare tanti soldi a un ospedale dove lavorano alcuni bravi ricercatori. E’ importante, grazie! ma non basta. Non basta a poter affermare di poter debellare il cancro. Assieme alle cure bisogna rimuovere le cause. Ma come mai di ambiente, alla fine, non parla mai nessuno, se non in modo generico? Noi, qui in Salento, abbiamo molte polveri sottili nell’aria. Non sembra, ma ci sono. Vengono da grandi impianti industriali. E poi dalle auto, ovviamente.

Queste fabbriche danno occupazione, danno da mangiare a tanta gente. Però danno anche la morte. In modo sottile. Non uccidono direttamente, ma fanno morire piano piano. Non sono problemi facili da risolvere. E richiedono serie, serissime riflessioni. Non ci sono bacchette magiche, soluzioni miracolose.

Sono disposto a bermi tutto, a pensare di poter pagare meno tasse (ricevendo servizi migliori, lo promettono tutti), ad avere un lavoro garantito per mia figlia (ce ne sarà uno nel milione di posti di lavoro che arriveranno, no?), a pensare persino di vivere 120 anni (mia nonna Ottavia è arrivata a 101, quindi magari ce la faccio), ad essere circondato di bellissime donne (almeno sul mio schermo televisivo, mentre altri le hanno vere, a destra e a sinistra), e ad avere la possibilità di diventare milionario (con una bella lotteria: prima o poi toccherà anche a me, no?). Me le bevo tutte. Però col cancro non scherziamo. Un po’ di rispetto per chi è malato, per chi ha dei malati in casa, per chi ha perso persone care. Queste non sono cose da promettere. Perché non si può vincere il cancro con le sole medicine. Non si può.

Se qualcuno ve lo promette, vi sta prendendo in giro o, in alternativa, è stato preso in giro da qualche ciarlatano e ripete quel che gli han fatto credere. In entrambi i casi non fa buona figura. Purtroppo queste affermazioni sono state fatte in un momento politicamente rilevante, e io non voglio influenzare nessuno con questo, il mio è un intervento di tipo tecnico, ed è mio dovere di ricercatore dire quel che penso, per informare chi magari non è in grado di capire. Sul cancro non si scherza. Un po’ di rispetto!

Ma poi, risentendo la frase, ho capito che non si tratta di una promessa. La frase dice: “vogliamo vincere il cancro” e tutti vogliono vincere il cancro no? Mica ha detto che lo vince. Ha detto che lo vuole vincere.

Alle poste una volta ho visto una pubblicità di fondi di investimento. La scritta grossa diceva: Obiettivo: Rendimento Garantito. Poi chiedere il rimborso quando vuoi.

Sotto, la scritta piccola diceva: Non vi è garanzia di rendimento nè di restituzione del capitale. E’ una truffa, ho pensato. Ma no! L’obiettivo è di garantire un rendimento, ma poi magari non lo si raggiunge. Succede. E tu i soldi li puoi chiedere indietro: ecco il modulo. Ma loro poi non te li restituiscono. Lì si dice solo che c’è un obiettivo e che puoi chiedere i soldi indietro. Non c’è scritto che te lo danno il rendimento, e neppure i tuoi soldi.

E quindi è vero: Vogliamo vincere il cancro! Che scemo sono stato a non capire. Esiste qualcuno così cattivo da non voler vincere il cancro? Vincerlo davvero è un altra storia. Obiettivo: vincere il cancro. Mica ha promesso che lo vince. Ha solo detto che vuole vincerlo. Tutto a posto. Ma le Poste di chi sono ora?

 

 

Cultura da cani

 

Niki Vendola, a chi gli chiedeva di indicare un punto importante, non affrontato nei suoi cinque anni di presidenza e da affrontare nel caso dovesse essere rieletto, ha risposto: il problema del randagismo e i diritti degli animali. Mi ha sorpreso, devo dire. Perché si tratta di un problema talmente grosso che, sempre usando il linguaggio di Vendola, la promessa di risolverlo potrebbe essere una “balla spaziale”. Però è bene che se ne parli.

L’Italia è l’unico paese dell’Europa Occidentale dove le persone muoiono sbranate dai cani randagi. E’ successo a una turista tedesca che correva su una spiaggia, a una contadina umbra, e a molti bambini. Se vi capita di girare per le strade di campagna del Salento, in bicicletta, vi sarete accorti che è frequente incontrare cani randagi e, a volte, succede che attacchino. Io andavo in campagna con mia figlia, in bicicletta, e ho dovuto smettere. Pare che il Salento detenga il record italiano di numero di cani randagi. Da dove vengono?

Se in casa c’è un bambino, la tentazione di comprargli un cucciolo con cui giocare è grande. I cuccioli delle specie che necessitano di cure da parte dei genitori hanno fattezze che stimolano l’attenzione benevola. I segnali sono gli stessi in moltissime specie: occhi grandi, emissione di suoni accattivanti, atteggiamenti sottomessi. Si tratta di segnali irresistibili. Nessuno resiste a un cucciolo. In questi casi i cuccioli sono due. Uno è il nostro cucciolo (il figlio) e l’altro è il cucciolo di cane, lo stimolo è doppio.

I cani, però, crescono molto in fretta rispetto agli umani, e tutte le caratteristiche che rendevano irresistibile il nuovo membro della famiglia si trasformano in difetti. Sporca, abbaia, morde i mobili e i tappeti, magari morde persino la zia. Il bambino, dopo l’entusiasmo iniziale, se ne disinteressa. E il carico cade su papà e mamma, che hanno altro da fare. Si deve partire per le vacanze, e quella che sembrava una buona idea diventa un problema. La soluzione è semplice: si abbandona il cane per strada. Non fraintendetemi, non dico che tutti i rapporti tra cani e umani siano di questo tipo. Gli anziani, per esempio, rarissimamente abbandonerebbero un cane. Non lo abbandonerebbe neppure un cacciatore. Però tutti quei cani in campagna ci sono perché qualcuno li ha abbandonati. Certo, poi si riproducono e il numero aumenta, ma l’innesco del processo deriva dal comportamento degli umani.

E’ quindi un problema culturale, ed è difficile modificare la cultura. Di sicuro non possiamo pensare di modificare la cultura dei cani. Si tratta di animali sociali, che formano branchi, e che sono carnivori. Inseguono prede, le uccidono e le mangiano. Oppure mangiano rifiuti. Ma l’istinto del carnivoro rimane, non si estirpa. Rimane inespresso se i bisogni fondamentali sono soddisfatti dalle amorevoli cure del padrone, ma può anche succedere che riesploda senza apparente motivo. Nessun problema se l’amico dell’uomo è un barboncino, ma il problema è grosso se è un pitbull. Tra parentesi, quante volte avete letto di ladri sbranati dai cani, e quante volte avete letto di figli dei proprietari del cane sbranati dal cane? Può anche succedere che animali particolarmente aggressivi vengano abbandonati da veri e propri delinquenti. Dietro ogni cane abbandonato c’è un umano, non dimentichiamolo mai.

Intanto occorrerà catturare tutti questi animali, come minimo fare una campagna di sterilizzazione, in modo che non aumentino. E poi cercare di affidarli a famiglie che li possano tenere. I costi per la collettività saranno grandi, e non mi piace pensare che molti animali finiranno per essere soppressi.

Oltre a morderci, i cani possono ucciderci provocando incidenti con la loro presenza sulla strada. Di solito sono loro a morire. Ma li contate i cani schiacciati sulla strada, mentre guidate? Provate. Sono tanti, tantissimi.

Vendola ha ragione a sollevare il problema. Perché è un problema grave, che intacca l’immagine della nostra terra, minaccia la nostra vita e mette a repentaglio la dignità dei cani. In quel brano di intervista, Vendola non ha spiegato come pensa di risolvere il problema, e mi dichiaro molto interessato. E vorrei anche conoscere l’opinione degli altri tre candidati.

 

 

Non nel mio cortile

 

Gli anglosassoni hanno coniato un modo di dire molto efficace per dipingere un comune comportamento: Not In My Backyard (Non nel mio cortile) che viene poi abbreviato nell’acronimo NIMBY.

Tutti sono d’accordo che sia bello avere l’energia elettrica. Ma nessuno è disposto ad avere le centrali nel proprio territorio. In Salento dovremmo esser messi molto bene, abbiamo la più grande centrale a carbone d’Europa, però quando ci sono i temporali l’elettricità viene erogata in modo saltellante. Chi usa un computer lo sa bene, e tutti devono avere il gruppo di continuità, altrimenti sono guai.

Da più parti si dice che le centrali nucleari risolveranno il problema. Io sono molto ignorante in campo di energia, ma un pochino mi intendo di ambiente. Le scorie delle centrali non trovano opportuna collocazione. Forse possono essere usate per fare armi a uranio impoverito (che bello!), oppure possono essere sepolte, come fanno i gatti con le loro cacche (ma dove sono ora le scorie che a Scanzano Ionico non hanno voluto?), oppure possono essere affondate con navi obsolete, magari di fronte alla Somalia (ma anche di fronte alla Calabria). Credo che le centrali, nel loro periodo di funzionamento, diano buone garanzie di sicurezza. Ma non ci sono risposte al problema della dismissione (le centrali non hanno vita infinita, dopo un certo periodo devono essere smantellate) e a quello dello smaltimento delle scorie. Ma a noi delle generazioni future non interessa gran che.

Ho letto da qualche parte che, a livello nazionale, molti partiti sono a favore al nucleare. Ma ho anche letto che tutti i candidati alle regionali, di qualunque colore politico, dicono che se loro diventeranno governatori diranno no al nucleare. I politici nazionali dicono che il nucleare ci vuole, i politici locali non lo vogliono nel loro cortile. Noi siamo già il cortile del resto d’Italia, visto che produciamo più energia di quella di cui abbiamo bisogno e, inoltre, l’erogazione a noi che la produciamo è di basso livello (vi assicuro che a Milano non ci sono sbalzi di tensione durante i temporali). E giustamente i nostri politici non vogliono una bella centrale nucleare lungo le nostre coste. Il sito, prima del referendum che chiuse la nostra esperienza nucleare, era già stato trovato: lungo le coste di Avetrana, al confine tra la provincia di Taranto e quella di Lecce. Vicino alla grande pista di collaudo.

Ci potrebbero essere altri modi per produrre energia, ed è bello che la nostra regione sia al primo posto per la produzione di energie alternative. Ma pare che queste non possano essere la soluzione definitiva. Ci vogliono tante piccole soluzioni per arrivare a farne una grande. Noi ci crediamo furbi, giusto? Però sentite questa storia: produciamo tantissimi rifiuti, però non sappiamo cosa farne. A volte li lasciamo per strada (vedi Napoli) in attesa che “qualche santo” ci pensi. Ho letto che i nostri rifiuti vengono caricati su treni e portati in Germania, dove vengono inceneriti per produrre energia. Noi paghiamo i Tedeschi per questo servizio e loro guadagnano sia con i nostri pagamenti che con l’energia prodotta dai nostri rifiuti. Chi sono i fessi? Pare che l’Italia sia molto capace nella progettazione, realizzazione, e gestione di impianti di termovalorizzazione. Però nessuno vuole i termovalorizzatori nel proprio territorio. Capisco perfettamente, perché spesso c’è puzza e l’aria è malsana. Ma questo non dipende dagli impianti, dipende dal fatto che sono messi in mano a persone che non li sanno far funzionare.

Ho moltissimi rapporti con l’Università di Vienna, e vado spesso a trovare i miei colleghi e amici austriaci. Dietro l’edificio dell’Università c’è una costruzione coloratissima, opera dell’architetto Hudertwasser, spesso avidamente fotografata dai turisti giapponesi (e anche da me). Poi ho scoperto che è l’inceneritore. Non c’è puzza, non c’è rumore e, visto da fuori sembra un pochino il Centro Pompidou di Parigi, la prima volta che l’ho vista ho pensato che fosse un museo di arte contemporanea. Insomma, possibile che non si possano fare delle belle centrali a spazzatura (invece che a carbone o ad uranio) e trasformare i problemi in soluzioni? Gli altri riescono a farlo, perché noi siamo così fessi?

 

 

L’uomo è una bestia

 

L'uomo è una bestia, diceva il comico Bracardi. E in effetti siamo animali. Il nostro nome scientifico è Homo sapiens sapiens Linneo, 1758. Linneo, nel 1758, pubblicò la prima lista di animali conosciuti a quei tempi, usando la nomenclatura binomia che ancora oggi viene adoperata. Forse ricorderete che poco tempo fa è stato decodificato il genoma dello scimpanzé e si è visto che è identico al nostro per il 98%. Una bella somiglianza. Lo scimpanzé si chiama Pan troglodytes (Linneo, 1758). Linneo è tra parentesi, questa volta. Perché Linneo non attribuì lo scimpanzé al genere Pan. Gli autori tra parentesi hanno descritto con un nome generico differente una specie oggi ascritta a un certo genere (in questo caso Pan). Sapete a quale genere è stato ascritto lo scimpanzé? Linneo lo ha chiamato Homo troglodytes. Eh già, c'era l'uomo sapiente (noi) e l'uomo delle caverne (lo scimpanzé). Poi qualcuno disse: non è possibile che lo scimpanzé sia nel nostro stesso genere. E così fu coniato il nome Pan e Linneo finiì ingloriosamente tra parentesi.

In seguito si vide che quelli che chiamavamo scimpanzé erano in effetti due specie: lo scimpanzé vero e proprio e il bonobo, a cui, nel 1929, Schwarz diede il nome di Pan paniscus.

Torniamo alla genetica. La somiglianza genetica tra i due scimpanzé e noi (il 98%)  di solito indica che le specie appartengono allo stesso genere. I generi, infatti, contengono specie molto vicine tra loro, specie che derivano da antenati comuni molto vicini. La genetica vorrebbe che le tre specie fossero messe nello stesso genere e che si chiamassero, quindi, Homo sapiens Linneo, 1758 Homo troglodytes Linneo 1758 e Homo paniscus (Schwarz, 1929). In questo caso Linneo esce dalla parentesi, dove invece finisce Schwarz, visto che per lui paniscus era Pan e invece è Homo.

Ci sono tre specie di uomini a passeggiare sul pianeta. Siamo meno soli. E forse questo ci dovrebbe rendere un pochino più umili.

La Chiesa è squassata dagli scandali sessuali, e i religiosi sono visti sempre più come pervertiti. I religiosi sono uomini (e donne) e appartengono ad una specie animale. L'imperativo categorico per tutte le specie è quello biblico dell'andate e moltiplicatevi. Il successo di una specie si vede dal numero di esemplari che la rappresentano e il successo di un individuo si misura con il suo successo riproduttivo. Il motivo ultimo degli individui è di procreare. E' scritto nella Bibbia e ce lo ha insegnato prima Darwin, con la selezione sessuale, e poi Freud che, alla fine, ritrovava quasi sempre motivazioni sessuali nei nostri comportamenti (soprattutto da parte degli uomini). Ci sono differenze, infatti. Se volete vendere una cosa ad un uomo, mettete una donna nuda e il risultato è garantito. Con la donna nuda si vendono anche i copertoni. Per le donne, invece, funzionano i bambini. In effetti gli uomini fanno i bambini (vanno e si moltiplicano) attraverso le donne, e quindi vogliono le donne, mentre le donne fanno i bambini, e quindi a loro interessano direttamente i bambini. I pubblicitari lo hanno capito benissimo. I religiosi sono uomini. Secondo me è giusto che facciano voto di castità e non si possano sposare, perché quando hai figli sono loro la cosa più importante, il resto passa in secondo piano. La Chiesa sopravvive da 2000 anni perché di solito premia il merito e non si cura dei vincoli familiari. Però i religiosi restano uomini. Alcuni resistono alle pulsioni sessuali. Ma pare proprio che molti facciano solo finta. Dato che non hanno figli ufficiali, il problema non si dovrebbe porre (il nepotismo deriva dal favorire i figli dei religiosi, spacciandoli per nipoti). Ma questa repressione del nostro essere animali evidentemente crea dei problemi a molti. Perché siamo animali! Reprimere gli stimoli può addirittura portare ad aberrazioni e la sessuofobia a volte nasconde pulsioni diametralmente opposte. I famosi vizi privati nascosti da pubbliche virtù.

Non so che suggerire ai religiosi, da una parte la loro scelta di castità mi pare strategicamente giusta, dall'altra pare che si stia rivelando un fallimento biologico, perché la natura vince su tutto. O meglio, no, non credo. Credo che la stragrande maggioranza dei religiosi sia coerente con i propri voti e che le coperture dei cedimenti al peccato siano state fatte per vergogna e, ovviamente, non per approvazione di comportamenti contrari ai voti. Questi religiosi deviati, comunque, ci stanno dando una profonda lezione di umanità, e anche loro ci mostrano come siamo vicini ai nostri fratelli Homo troglodytes e Homo paniscus.

La differenza tra i due scimpanzé, e questo chiude questa piccola storiella, fu scoperta per via di comportamenti differenti. Prima scimpanzé e bonobo venivano tenuti assieme, negli zoo. Poi si è visto che alcuni erano aggressivissimi tra loro, in caso di conflitto, e potevano arrivare a gesti molto violenti, mentre altri non litigavano praticamente mai perché le femmine, alla prima avvisaglia di conflitto, si rendevano disponibili ai rapporti sessuali con tutti e i contendenti dimenticavano la lite e si svagavano con attività amorose. Gli scimpanzé fanno la guerra, i bonobo fanno l'amore. A quali saremo più affini noi?


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