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C'è Musica e … Musica… 12. Musiche a colori. Sessant'anni di Canzoni in Tv PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Venerdì 20 Maggio 2016 05:52

Anche la televisione, come già aveva fatto la radio, mostrò particolare interesse per le canzoni sin dal primo giorno della sua inaugurazione, il 3 gennaio del 1954, con la rubrica musicale l'Orchestra delle Quindici,  un “abbozzo di varietà” della durata di mezz'ora, presentata da Febo Conti, che agli inizi degli anni '60 divenne popolare come conduttore di Chissà chi lo sa?, un quiz televisivo per ragazzi. A fine serata, alle 22.45, Sette note, rubrica musicale con l'orchestra di Carlo Savina, era un modo piacevole di chiudere i programmi contando sul potere di seduzione della musica. Naturalmente l'anno dopo il piatto forte fu il Festival di Sanremo, trasmesso per la prima volta dalle telecamere della Tv. Il rigido protocollo della RAI impose comportamenti compassati, abiti e toilettes decenti per le signore in sala. Gli uomini, oltre che in abiti scuri, “sono pregati di indossare camicie grigie, meglio celesti, perché quelle bianche sul video sparano”.  Certo, si trattava di accorgimenti tecnici, ma era singolare che  si consigliassero i colori per una Tv in bianco e nero! Non c'era l'orchestra di Angelini e neanche lo storico presentatore del festival radiofonico, Nunzio Filogamo. Al suo posto si fa il nome di Mike Bongiorno, che con Lascia o raddoppia? è diventato famosissimo, ma alla fine viene scelto Armando Pizzo, definito “giovane ed esperto speaker”, affiancato da Maria Teresa Ruta, signorina buonasera, zia dell'omonima nipote, personaggio televisivo dei nostri tempi. Vince un trasteverino dalla voce “impostata” e potente, di timbro tenorile: Claudio Villa. Tra poco gli verrà affibbiato il titolo di reuccio con ironica allusione alla sua modesta statura. Intanto trionfa -sarà la prima di tante vittorie- con la canzone Buongiorno tristezza, che ha il titolo di un romanzo francese di una giovanissima Françoise Sagan, Bonjour tristesse, sottoposto alle maglie della censura prima di essere pubblicato in Italia. Villa vince in coppia con  Tullio Pane, cantante lirico, ma nella serata finale (il festival si svolgeva in tre serate) non si può esibire dal vivo per un grave attacco influenzale. Il pubblico si deve accontentare di ascoltare la sua voce da un giradischi portato sul palco e inquadrato da una telecamera fissa. Una trovata che si riproporrà nel 1964 quando Bobby Solo, a causa di un attacco di laringite (probabilmente inventato), eseguirà Una lacrima sul viso in playback. Comunque questo primo festival “televisivo” si stima che sia stato seguito da otto milioni di telespettatori a fronte di sol 100 mila abbonati. Il televisore, infatti, aveva costi molto alti (tra  200 e 250 mila lire) per gli Italiani di allora, anche se il 1955 è l'anno della rivoluzione dei consumi, premessa di uno straordinario “boom” economico, e la “Seicento”, l'utilitaria della Fiat, grazie all'agevolazione delle vendite rateali, aveva avviato la motorizzazione di massa. Per il momento, però, la gran parte degli Italiani la televisione la segue riunendosi nei bar o in qualche circolo dopolavoristico o, ancora meglio, nelle case di vicini che possono permettersela.

Poi il Festival, dopo il tentativo, poco riuscito, da parte della Rai di contrastare il predominio dei discografici su canzoni e cantanti con il lancio delle “voci nuove” nel 1956, dove si affermò Franca Raimondi con Aprite le finestre, e dopo il ritorno all'antico nel festival del 1957 con il richiamo di Nunzio Filogamo e la vittoria di Claudio Villa con Corde della mia chitarra, decollerà definitivamente nel 1958, anzi volerà in alto Nel blu dipinto di blu con l'urlo (Volare oh oh) e le braccia allargate di un cantautore pugliese, Domenico Modugno. Finiva l'era dominata dai cantanti di stile sentimentale e melodico come Giorgio Consolini, Luciano Tajoli, Gino Latilla, Nilla Pizzi, Luciano Virgili, Achille Togliani e lo stesso Claudio Villa, che però saprà restare  sulla breccia ancora per quasi un trentennio e anzi in coppia  proprio con Modugno vincerà il suo terzo festival nel 1962 con Addio... addio. Cominciava così l'era degli urlatori, come Tony Dallara, Modugno,  Celentano,Mina, esponenti di un nuovo modo di fare canzoni e di cantare. Modugno bisserà il successo di Volare l'anno dopo con Piove sempre in coppia con Johnny Dorelli, ormai rinfrancato dopo la fifa che l'aveva attanagliato nell'esordio di Volare.

 

La Pubblicità televisiva

La televisione, si sa, campa di canone  e di pubblicità. E il primo formidabile programma pubblicitario venne lanciato proprio in questi anni, nel 1957 per la precisione.  Si chiamava Carosello ed era un breve spettacolo di 135 secondi dove il prodotto reclamizzato veniva citato solo all'inizio e alla fine. Carosello è stata una delle trasmissioni televisive più amate ed ha rappresentato per vent'anni la linea di demarcazione tra la programmazione serale (le trasmissioni si aprivano al pomeriggio con la Tv dei ragazzi) e quella notturna (si fa per dire, perché i programmi chiudevano prima della mezzanotte, quando inesorabilmente calava la rete di fine delle trasmissioni!). Carosello è stato per diversi anni un regolatore della vita domestica, un tipico appuntamento della famiglia italiana e la frase “tutti a letto dopo Carosello” è rimasta proverbiale perché segnalava la necessità non solo per i bambini, ma in parte anche per gli adulti (allora si lavorava sodo!), di non sottrarre ore al sonno. Insomma, il contrario di ciò che accade oggi, quando la televisione,  o meglio le televisioni trasmettono a ciclo continuo programmi per tutti e di tutti i colori. A proposito di colori le trasmissioni inizieranno nel febbraio del 1977, un mese dopo  l'ultima puntata di Carosello, che fu dunque tutto uno spot in bianco e nero (qualche anno fa si è tentata, senza risultati significativi, una riedizione a colori: “Carosello Reloaded”). Celebri non tanto i prodotti reclamizzati, che pure acquisivano grande visibilità e credibilità, quanto alcuni dei protagonisti di quelle serie: dal pulcino Calimero “piccolo e nero” (forse la prima sottolineatura antirazzistica) miracolosamente ripulito con Ava (Mira Lanza) all'omino coi baffi della caffettiera Bialetti, dall'infallibile ispettore Rock diventato calvo perché aveva commesso il solo errore di non usare la brillantina Linetti ai gustosi siparietti di Tognazzi, Vianello e Mondaini, al doppio brodo Star di Rascel, al Cynar di Ernesto Calindri “contro il logorio della vita moderna” e a tanti altri.

In quei dieci minuti (dalle 20.50 alle 21), comprensivi di quattro sketch seguiti da brevi messaggi pubblicitari, sono passati personaggi illustri dello spettacolo, del cinema, della canzone, del teatro: Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, Sordi, Macario, Albertazzi, Gassmann, Alberto Lupo, Fellini, Manfredi, Corrado, Mario Riva, Noschese,  Pizzi, Modugno, Mina, Celentano, Paolo Stoppa, Nino Taranto, Virna Lisi, Paolo Panelli e Bice Valori, Dario Fo e Franca Rame, Renzo Arbore e tanti altri, persino Frank Sinatra che cantava Night and day. La sigla più celebre fu trasmessa a partire dal 1962 e presentava i panorami di quattro città: Venezia, Siena, Napoli e Roma con un musicante a lato. Il motivo musicale che l'accompagnava, rimasto sempre immutato, si rifaceva a una tarantella napoletana del 1825 circa intitolata Pagliaccio. Si può dire che il boom economico è nato con Carosello,  un grande strumento di marketing che andava incontro ai gusti proponendo prodotti che hanno oggettivamente migliorato la vita delle famiglie (elettrodomestici, detersivi, prodotti per l'igiene, gelati confezionati, ecc.). Poi la contestazione del '68 e le rivolte degli anni Settanta  con gli attacchi al consumismo hanno portato a una rivoluzione in tema di consumi. Dall'edonismo divertito e ingenuo dei primi anni, dall'entusiasmo di un Paese che stava rinascendo si è passati agli “anni di piombo” quando il consumismo è stato demonizzato come male sociale. E' cominciato così il lento declino di un programma che ormai costava troppo, anche di più degli introiti che ricavava,  non più al passo coi tempi, soppiantato da spot più agili che si risolvevano nel giro di 30 secondi con utili molto più sostanziosi e che via via hanno invaso le trasmissioni con continue interruzioni pubblicitarie. Oggi si può dire che la pubblicità domina incontrastata non solo nelle reti private, che di quella vivono, ma detta i tempi, con continue e lunghe interruzioni, anche nella televisione pubblica,  che agli introiti del canone può aggiungere  i vari sussidi statali. Carosello chiudeva i battenti il primo gennaio del 1977 . Era cominciato il 3 febbraio del 1957.

 

La Censura in Tv

 

La televisione agli inizi curò molto l'aspetto pedagogico, inserendo chiaramente nel suo statuto finalità educative e rigore morale. Questo comportò un attento controllo su tutti i programmi, sui conduttori e sulle  soubrettes. La dirigenza democristiana di allora vietò espressamente l'uso di parole volgari, l'ironia e la satira nei confronti dei personaggi politici e religiosi e venne fatto rigorosamente divieto di esibire parti del corpo nude come le gambe, che dovevano essere sempre ricoperte da calze nere. Del resto la RAI aveva come amministratore delegato un dirigente dell'Azione Cattolica piemontese, l'ingegner Guala, che definiva la televisione “il focolare del nostro tempo” e in seguito si fece frate trappista.. Chi sbagliava pagava con la soppressione del programma come accadde a un varietà del 1956, La Piazzetta, dove una ballerina, andata in scena con una calzamaglia color rosa, dava l'impressione di essere nuda per via del bianco e nero. Così andò anche per un programma di successo, Un, due, tre, con la sospensione e l'allontanamento dei conduttori, Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, che avevano parodiato una caduta del Presidente della Repubblica di allora  Giovanni Gronchi. Ma la censura televisiva colpirà anche molte canzoni: nel '57 i versi   “ Nun me 'mporta d'o passato, nun me 'mporta 'e chi t'avuto” di  Resta cu' mme di Domenico Modugno e del paroliere Franco Migliacci, dovettero essere sostituiti dai più casti: “Nu’ me ‘mporta si ‘o passato, sulo lagreme m’ha dato” ; nel '59 Jula De Palma dovette subire una piccola battuta d'arresto nella sua carriera di cantante per l'interpretazione giudicata troppo sensuale di Tua, allusiva a un rapporto fisico tra un uomo e una donna (“Tua, tra le braccia tue/ solamente tua, così/ tua, sulla bocca tua/ finalmente mia, così...”). Oggi, abituati a sentire testi di volgare ed esplicito erotismo e a  vedere in Tv ben altre dissacrazioni, nudi a iosa e cattivo gusto in molti programmi, tutto questo sembra incredibile. Si  è passati dalla chiusura più intransigente, e ottusa, al lassismo più gratuito!  Volendo, sarebbe possibile, attraverso la censura televisiva,  ricostruire l'evoluzione del costume e della morale in Italia.

 

Mike, il re del quiz

La televisione è stata anche una formidabile agenzia di unificazione linguistica di un Paese geograficamente troppo lungo, frammentato in dialetti diversissimi da nord a sud e con un alto tasso di analfabetismo. Fu, quindi, altamente meritoria l'idea di lanciare, sul finire degli anni Cinquanta, quando ormai il miracolo economico diffondeva fiducia e un certo benessere, un programma di insegnamento elementare, “Non è mai troppo tardi”, condotto dal maestro Alberto Manzi, molto seguito e stimolante al punto da spingere quasi un milione e mezzo di adulti -secondo stime attendibili- a conseguire la licenza elementare.

Ma la disomogeneità culturale degli Italiani fu attenuata anche da trasmissioni di intrattenimento  e di giochi a quiz come quello condotto da Mike Bongiorno dal 1955 al 1959, Lascia o raddoppia?, dove i concorrenti, rispondendo a domande prima di cultura generale e poi specifiche, potevano raddoppiare i gettoni d'oro vinti. Il programma di Mike, seguitissimo (fu spostato dal sabato al giovedì per le lamentele dei negozianti, che vedevano calare sensibilmente le vendite di fine settimana), appassionò milioni di persone che a casa, nei bar o nei luoghi di pubblico ritrovo “gareggiavano” con i concorrenti in studio provandosi a rispondere alle domande del presentatore, al quale Umberto Eco dedicò un saggio, “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (in Diario minimo), dove analizzava la sua tecnica comunicativa: “Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo -scriveva Eco- deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta”. E certamente aveva un fondamento di verità, almeno a livello linguistico, la battuta umoristica “L'Italia non l'ha fatta Garibaldi, ma l'ha fatta Mike Bongiorno”.

Tra i concorrenti è rimasto famoso Gianluigi Marianini, un dandy torinese molto forbito nel parlare che rispondeva a domande sulla moda. La valletta era la mitica Edy Campagnoli, che sposò Lorenzo Buffon, portiere del Milan e della Nazionale.

Nel 1970 Mike si ripresentò (questa volta sul secondo canale Rai, inaugurato nel 1961) con un nuovo telequiz, anche questo di grande successo, “Rischiatutto”, caratterizzato dalla sigla con l'omino che cerca di sfuggire alla parola rischio. Gustose le gaffes, più o meno volute, del presentatore e le sue  schermaglie con la nuova valletta in minigonna Sabina Ciuffini (riproposte anche nelle imitazioni del grande Alighiero Noschese). In questi giorni di aprile viene avviato sulla prima rete il remake di Rischiatutto, condotto da Fabio Fazio,  una sorta di operazione nostalgia. Bongiorno ha continuato ancora a proporre telequiz (Scommettiamo?, Flash, Superflash, La ruota della fortuna e altri), confermandosi l'incontrastato dominatore del piccolo schermo (ha presentato ben undici Festival di Sanremo) anche negli anni successivi quando lasciò la Rai per passare, negli anni Ottanta, alle televisioni della Fininvest (oggi Mediaset) di Berlusconi, dove si annunciava con la sua inconfondibile Allegria!.

Torniamo alle canzoni e, in particolare, a una trasmissione del 1957, Il Musichiere, condotto da Mario Riva.  Era un gioco musicale a quiz dove i concorrenti dovevano indovinare un motivo musicale appena accennato, precipitandosi a suonare una campanella poco distante dalla sedia a dondolo da cui partivano. I motivi musicali erano eseguiti dall'orchestra di Gorni Kramer, grande fisarmonicista, e da due cantanti, Nuccia Bongiovanni e Paolo Bacilieri. Kramer aveva composto anche la sigla insieme a due grandi autori televisivi e di commedie musicali, Garinei e Giovannini.   Divenne subito famosa, tutti la canticchiavano ed ebbe anche un notevole successo discografico:

Domenica è sempre Domenica,                                                  Domenica è sempre Domenica
si sveglia la città con le campane.                                               e ognuno appena si risveglierà
Al primo din-don del Gianicolo                                                   felice sarà e spenderà
Sant'Angelo risponde din-don-dan.                                     sti quattro soldi de felicità.

 

Era un mondo semplice dove le canzoni miravano a infondere serenità e fiducia. Alla cultura e al rigore di Lascia e raddoppia? si contrapponeva l'atmosfera familiare, la musica e l'improvvisazione gaia del Musichiere, che andò in onda fino al 1960, fino a quando, cioè, il suo conduttore e animatore Mario Riva morì a seguito di una rovinosa caduta dal palco dell'Arena di Verona, dove era in corso il Festival del Musichiere.

 

Il Festival della canzone napoletana

La grande tradizione della canzone classica napoletana, esaltata dalla Piedigrotta canora, cerca il rilancio  organizzando nel 1952 il Festival della Canzone Napoletana, quasi in concorrenza con Sanremo nato l'anno prima. Ed è proprio la dominatrice del Festival di Sanremo di quell'anno, Nilla Pizzi, che dopo l'en plein nella città dei fiori con i primi tre piazzamenti vince anche la gara napoletana con Desiderio 'e sole. Ci saranno poi le affermazioni di Aurelio Fierro (Guaglione,nel 1956, e Vurria, nel 1958, con Nunzio Gallo), di Fausto Cigliano e Teddy Reno (Sarrà chi sa?) nel 1959, mentre  nel 1964 sarà Modugno a trionfare con la splendida Tu si' 'na cosa grande, cantata in coppia con Ornella Vanoni. La Rai trasmetterà queste edizioni fino al 1970 (Me chiamme ammore, vittoria tutta napoletana con Peppino Di Capri e Gianni Nazzaro), poi l'anno dopo per polemiche e denunce di alcuni autori esclusi calerà il silenzio sulla manifestazione, che continuerà con altri nomi e altre emittenti per alcuni anni ancora, ma senza più interesse e significato.  La canzone napoletana continuerà a risuonare  nelle voci di singoli protagonisti del panorama musicale italiano: Peppino Di Capri, Massimo Ranieri, Mario Merola, il re della sceneggiata, Nino D' Angelo, Gigi D'Alessio e Pino Daniele, scomparso qualche anno fa, capace di fondere tarantelle e sonorità mediterranee associate al rock e al blues in testi di amara rappresentazione della condizione sociale partenopea (Napule è, 'Na tazzulella 'e café, Je so' pazzo).

 

Canzonissima

Intanto nel 1958 era nata Canzonissima. Spettacolo, gara canora e cartoline della lotteria. Servivano per votare i cantanti, ma anche e soprattutto a far  sognare gli Italiani con i 100 milioni in palio nell'estrazione della notte della Befana. Questa prima edizione fu vinta da Nilla Pizzi con la canzone “L'edera”. Ma la più famosa rimane quella dell'anno successivo, autori Garinei e Giovanni con la regia di Antonello Falqui, condotta dal fantastico trio Delia Scala, Paolo Panelli e Nino Manfredi, indimenticabile nel ruolo del barista ciociaro Bastiano, che invogliava gli spettatori  ad acquistare il biglietto della lotteria col famoso tormentone: “Fusse che fusse la vorta bbona”. Anche questo serviva ad alimentare il miracolo economico appena avviato. L'anno dopo la lira vincerà l'oscar della moneta. E' il 1960 e Federico Fellini scatena polemiche e censura con “La dolce vita”, premiato con la palma d'oro al festival del cinema di Cannes. La televisione inaugura la trasmissione “Tribuna politica” e negli Stati Uniti John Kennedy diventa il 35° presidente americano.  L'edizione di Canzonissima è affidata al trio Aroldo Tieri, Lauretta Masiero  e Alberto Lionello, ribattezzato “lo chevalier italiano” perché cantava un motivetto molto popolare “La-la-la-la” indossando una paglietta. Vinse un “urlatore”, Tony Dallara con “Romantica”, canzone con cui aveva vinto quell'anno il Festival di Sanremo in coppia con Renato Rascel, autore della musica su testo di Dino Verde. In quella canzonissima Mina si produsse in uno scatenato rock'n'roll cantando “Tintarella di luna”.  L'edizione del 1962 è rimasta famosa per il ritiro dalla trasmissione dei conduttori Dario Fo e Franca Rame dopo uno sketch sui lavoratori edili, che provocò scandalo con tanto di interrogazioni parlamentari. Il contraccolpo si ripercosse sulle successive cinque edizioni che andarono in onda con altri nomi. Finalmente nel 1968 Canzonissima si riprese il nome storico: a condurla Mina con Paolo Panelli e Walter Chiari. La sigla, “Zum zum zum”, è una composizione del Maestro Canfora, ma a furoreggiare è Patty Pravo, la ragazza de Piper (la mitica discoteca romana dove la cantante veneziana fu scoperta) con La bambola, un successo assoluto, che nel mondo ha venduto 40 milioni di copie. Sul secondo canale della Rai Corrado conduce la prima puntata della Corrida.  L'anno seguente gli Italiani ammirano incantati le lunghe gambe delle gemelle tedesche Alice ed Ellen Kessler, che affiancano nella conduzione Johnny Dorelli e Raimondo Vianello. Risulterà tra i dieci programmi più visti dell'anno! “Ma che musica maestro” è la sigla della Canzonissima del 1970, cantata da Raffaella Carrà che la conduce in coppia con Corrado. I due condurranno anche quella del 1971, famosa per la partecipazione di Alberto Sordi che ballava  il Tuca Tuca con una Raffaella che mostrava con divertito imbarazzo l'ombelico a tutta l'Italia. Poi per un triennio la conduzione verrà affidata a Pippo Baudo e nel 1974 Canzonissima verrà spostata alla domenica pomeriggio. Per le successive edizioni la gara fra cantanti verrà sospesa e la “Lotteria Italia” sarà abbinata con altri nomi (tra cui “Fantastico”) ad altre trasmissioni televisive. Si preannunciano tempi grigi, gli anni di piombo prolungano la loro scia di sangue, tra “eversione di destra” e “terrrorismo di sinistra” che culminerà nel 1978 nell'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta ad opera delle “Brigate Rosse”; la crisi petrolifera costringerà gli italiani ad andare un po' a piedi e un po' a targhe alterne, mentre l'inflazione eroderà il potere d'acquisto. L'Italia non è più spensierata come un tempo ed ha meno voglia di canzonette.

 

I favolosi anni Sessanta

Sembra lontano come un sogno perduto il decennio precedente, i mitici anni Sessanta, quando le canzoni erano la colonna sonora della gioia di vivere, delle estati al mare, dei balli del mattone e dei complessi beat di giovani capelloni come l'Equipe 84 e I Giganti, precursori della contestazione giovanile di fine anni '60, che invitavano a mettere... dei fiori nei vostri cannoni. Gli anni Sessanta videro aggiungersi alle manifestazioni canore per eccellenza (Sanremo e Canzonissima)  nuove ribalte musicali come “Un disco per l'estate”  nato col fine di incentivare il mercato discografico anche d'estate con selezioni delle canzoni e serata finale trasmesse in Tv come per Sanremo. La prima edizione nel 1964 fu vinta dai Los Marcellos Ferial con una canzone tipicamente estiva “Sei diventata nera”. Ma le canzoni balneari imperversavano in quel periodo. Un rappresentante del genere era Edoardo Vianello, cantautore  della cosiddetta “scuola romana” che aveva cominciato a mietere successi  nel 1962 con “Pinne, fucili ed occhiali”  e “Abbronzatissima” dell'anno dopo. Nel 1965 completò la sua scanzonata trilogia sottolineando i rischi delle tintarelle sotto il solleone  con la canzone “Il peperone”. Più romantico e sentimentale si era mostrato Gino Paoli con  “Sapore di sale” del 1963. Erano canzoni gettonatissime nell'estate di quegli anni. Ricordo ancora il juke-box  sotto la rotonda al mare delle mie estati che  a colpi di 50 e 100 lire diffondeva i ritornelli delle canzoni più in voga. E proprio Una rotonda sul mare porta alla ribalta nel 1964 Fred Bongusto, un cantante “confidenziale”, il corrispettivo del crooner americano, di cui Frank Sinatra è l'esempio più celebre. Le parole sono di Franco Migliacci, l'autore di Nel blu dipinto di blu, uno dei parolieri più abili, che  in quattro versi  scatta una sorta di istantanea delle nostre estati al mare:

“ Una rotonda sul mare
Il nostro disco che suona
Vedo gli amici ballare
Ma tu non sei qui con me”

Badate bene “il nostro disco” non “la nostra canzone”, perché è il disco, il 45 giri, il protagonista di quegli anni. “Il disco  – scrive il musicologo Paolo Ruggeri-  è dovunque. E' in radio, dove non si trasmettono più cantanti e orchestre dal vivo, ma solo in disco. E' nei juke-box, ormai presenti nei bar più sperduti. E' nei “mangiadischi”, giradischi portatili che suonano solo 45 giri. Il rapporto tra cantanti e canzoni e tra canzoni e pubblico è completamente mutato... Il pricipale consumo della canzone  avviene attraverso il disco. La canzone senza il disco non esiste, perché non ha modo di farsi conoscere e perché non può avere il suono, il “sound”, che è possibile realizzare solo in studio di registrazione e che ormai contribuisce in modo determinante al suo successo.  (…) la radio, che non ha più i suoi cantanti, le sue orchestre, le sue canzoni, è ormai soltanto un mezzo per la diffusione del disco... La televisione crea le sue sigle e i suoi personaggi, ma moltissimi ne prende a prestito dal mondo del disco, e nel disco trova il mezzo per rendere durevole e fruibile la sua musica”. La Rotonda del cantante molisano ha il sapore di quegli anni, una sorta di inno degli innamorati.  In quell'anno circolava anche  un allegro twist, Con te sulla spiaggia, di un cantante non  giovanissimo e già un po' stempiato, Nico Fidenco che aveva aperto la stagione canzoniera degli amori estivi nel '61 con Legata a un granello di sabbia, che scartata a Sanremo si rifece d'estate vendendo oltre un milione di copie. Grande successo ebbero nel '63 Stessa spiaggia, stesso mare di Mogol (nome d'arte di Giulio Rapetti, autore di tante belle canzoni di Battisti), cantata da Piero Focaccia e anche da Mina, e una melanconica   Era d'estate del cantautore Sergio Endrigo, cognato di Riccardo del Turco che in un certo senso chiuderà il filone delle canzoni estive nel '68 con Luglio. Nel 1961 l'Italia festeggiava il centenario dell'unità nazionale. Grandi festeggiamenti furono concentrati particolarmente  a Torino, culla dell'unità, ormai assurta, grazie all'apporto degli immigrati meridionali, a simbolo dell'industrializzazione. Proprio allora  la figlia di un operaio della FIAT si faceva largo nella discografia grazie al fiuto di Teddy Reno, organizzatore ad Ariccia del “Festival degli sconosciuti”.   Si trattava di  Rita Pavone, la ragazzina tutto pepe, pel di carota, come venne soprannominata per via del colore rosso della sua capigliatura, che restò in testa per oltre un mese alla classifica dei 45 più venduti con il suo primo disco, La partita di pallone.

Fu anche interprete nel 1964 dello sceneggiato Gian Burrasca nel ruolo maschile (piccola ed esile com'era sembrava, più che una diciottenne, un mal cresciuto ragazzino lentigginoso di dodici o tredici anni) dello scatenato protagonista Giannino Stoppani. I suoi successi musicali continuarono con un nuovo twist, Il ballo del mattone, e con il surf di Datemi un martello. Tuttavia nel suo repertorio non mancarono dei “lenti” appassionati, come Cuore e Come te non c'e nessuno, che rispecchiavano i problemi sentimentali degli adolescenti.

Una manifestazione canora abbastanza originale fu Il Cantagiro, ideato nel 1962 da Ezio Radaelli, che si svolgeva d'estate, a tappe come il Giro d'Italia di ciclismo, portando la carovana dei cantanti ad esibirsi in diverse località a contatto diretto con il pubblico, dal quale venivano giudicati attraverso le giurie popolari delle varie città dove sostavano. Tra i cantanti più celebrati che vi parteciparono ricordiamo: Adriano Celentano, il molleggiato che l'anno prima a Sanremo aveva sfiorato il podio con 24 mila baci, Rita Pavone, Gianni Morandi, vincitore nel '64 con In ginocchio da te, Caterina Caselli, già affermatasi a Sanremo con Nessuno mi può giudicare e vincitrice nel '68 con Il volto della vita, il non più giovanissimo Peppino di Capri e, soprattutto, Massimo Ranieri, che trionfò nel '69 con Rose rosse, preludio ad una sfolgorante sequela di successi nella prima metà degli anni Settanta (in particolare a Canzonissima con Vent'anni ed Erba di casa mia).

Negli anni Sessanta sulla ribalta sanremese si avvicendarono cantanti che hanno fatto la storia della canzone italiana. Oltre agli ultimi citati  nei riferimenti al Cantagiro giova ricordare Gigliola Cinquetti, Bobby Solo, Iva Zanicchi, Al Bano, Lucio Battisti.

Nel 1964 l'Italia si innamora di una ragazzina sedicenne tutta “acqua e sapone”, dolce e determinata al tempo stesso, Gigliola Cinquetti, che l'anno prima ha vinto al Concorso per voci nuove di Castrocaro, forse la più anziana delle competizioni canore, che dal '57 ebbe il merito di fare da trampolino di lancio a diversi interpreti poi meritatamente affermatisi. Una sorta di talent show come lo sono oggi quelli di  X Factor e di  Amici, che imperversano su Sky e Mediaset, o come quello condotto da Antonella Clerici fino all'anno scorso, Ti lascio una canzone, una sorta di Zecchino d'oro un po' cresciutello per bambini sopra i dieci anni, che ha lanciato i tre tenorini del Volo, vincitori di Sanremo 2015 con “Grande amore”  e ormai assurti a star internazionali con concerti in tutto il mondo. Cinquetti -dicevo- che si esibisce senza emozione sul palco dell'Ariston con il suo vestitino portato da casa e che incanta il pubblico in sala e i milioni di telespettatori a casa cantando:


“Non ho l'età non ho l'età per amarti,
non ho l'età per uscire sola con te.
se tu vorrai, se tu vorrai aspettarmi,
quel giorno avrai
tutto il mio amore pe te”

 

Fu un trionfo in quel Festival presentato da Mike Bongiorno, dove per la prima volta le canzoni furono presentate con una breve trama. Cinquetti conquisterà anche l'Europa vincendo a Copenaghen l'Eurofestival, prima tra i cantanti italiani (il secondo, e ultimo, è stato Toto Cutugno nel 1990). Sul mercato discografico però il vero trionfatore di quella edizione fu Bobby Solo con quasi due milioni di copie vendute, il doppio della Cinquetti. E' il protagonista dell'esibizione in playback a cui si è già fatto cenno. La sua canzone, Una lacrima sul viso, dai toni bassi alla Elvis Presley, difficile da cantare “dal vivo” senza l'ausilio di mezzi tecnici assai sofisticati, fu forse all'origine del “mal di gola”, la forte faringite che gli impedì di cantare. Espediente o meno, Bobby è escluso dalla gara, ma ottiene comunque da Gianni Ravera, patron del Festival, di esibirsi. Esecuzione perfetta: il cantante si sposa a meraviglia col playback e la sua bocca si muove in perfetta sintonia con le parole. Insomma, un figurone! L'esperienza non restò isolata e addirittura per un decennio, dal 1979 al 1989 “i cantanti o fingevano di cantare mentre andava in onda il loro disco, o accompagnavano con la loro 'vera ' voce la base musicale, sempre tratta dal disco poi messo in commercio” (Gigi Vesigna, Vox populi, p. 355). Bobby Solo vinse poi, con Se piangi se ridi, l'edizione successiva, quella che vide l'esordio di due “signore” della canzone italiana: Ornella Vanoni, che, messe da parte “le canzoni della mala”, andò in finale con un testo di Mogol, Abbracciami forte, e Iva Zanicchi, soprannominata per la voce potente e per il... naso molto pronunciato “Aquila di Ligonchio” dal nome del suo paese natale.  Zanicchi coglierà due importanti vittorie in questi anni, nel '67 in coppia con Claudio Villa (Non pensare a me) e nel '69 con Bobby Solo (Zingara). Intanto però, a metà degli anni Sessanta, il Miracolo Economico è già finito. Il cammino delle riforme, che il Centro-Sinistra aveva avviato, sembra aver esaurito la sua carica innovativa nel momento stesso della sua realizzazione.  L'economia italiana va verso il collasso e, per arginare la situazione si tassano (che grande idea!) le auto e si aumenta il prezzo della benzina. Ma torniamo a Sanremo! Nel 1966 Gigliola finalmente ha l'età, dichiara di essersi liberata del ruolo di eterna adolescente e canta in coppia con Domenico Modugno

“Dio come ti amo

non è possibile
avere fra le braccia
tanta felicità
baciare le tue labbra
che odorano di vento
noi due innamorati
come nessuno al mondo”

 

Cominciano ad affacciarsi nelle canzoni i primi elementi di rivendicazione giovanile e di pari diritti delle donne: contestazione e movimento di liberazione della donna lasciano balenare i loro profili e per il momento si manifestano nella carica beat di una giovanissima Caterina Caselli, che sale subito in testa alle classifiche delle vendite con la canzone Nessuno mi può giudicare, che al Festival si piazza al secondo posto.  “Casco d'oro”, così fu soprannominata per la particolare pettinatura a caschetto dei parrucchieri milanesi Vergottini, è oggi la più importante discografica  e talent scout italiana. Tra gli altri, la sua casa, la Sugar, ha lanciato Andrea Bocelli e il gruppo salentino dei Negramaro. La canzone di Caselli era nata nell'ambito del Clan Celentano, ma il “molleggiato” optò per Il ragazzo della via Gluck, il primo inno ambientalista contro la cementificazione che, pur scartato dalle giurie, ebbe un enorme successo radiofonico. In quel Festival fece la sua prima apparizione anche Lucio Dalla con Paff-bum, personaggio geniale ma per il momento considerato un “matto”.

In Tv nasce “Settevoci”, gara musicale antenata, come Castrocaro, dei moderni talent show, in cui il conduttore Pippo Baudo, che poi sarà il primatista dei presentatori di Sanremo con tredici edizioni, presenta volti nuovi e cantanti emergenti, come Ranieri, Berti, Al Bano, Marisa Sannia, che diventeranno famosi e questo giustifica il suo continuo intercalare: “Quello l'ho inventato io”.

Ma già nel 1962, sul secondo canale  RAI nato da poco, c'era già stato un programma, Alta Pressione, con giovani cantanti (lanciò Morandi e Pavone) che coi loro successi erano capaci di... alzare la pressione. Il più importante programma di varietà televisivo di quegli anni, trasmesso sul canale nazionale dal 1961 al 1966, fu Studio Uno, spettacolo di intratttenimento leggero condotto da Mina, spigliata padrona di casa, che nella rubrica L'uomo per me duettava volta a volta con ospiti importanti  (Totò, Manfredi, Mastroianni, De Sica, Sordi e altri). Favolose le coreografie di Don Lurio con le gemelle Kessler che ballavano cantando sigle rimaste famose come Da-da-un-pa e La notte è piccola. Chiuse un decennio di formidabili spettacoli televisivi Doppia coppia, Di Amurri e Verde, con le indimenticabili imitazioni di Alighiero Noschese e l'ironia spigliata di una irresistibile Bice Valori nella parte di una telefonista della RAI.

A Sanremo nel 1967 arrivano i primi complessi, i Giganti e l'Equipe 84, definiti “capelloni” dal presentatore Mike Bongiorno. Ma il Festival sarà funestato dalla notizia della morte del cantautore genovese Luigi Tenco, che con un colpo di pistola nella sua stanza d'albergo pone fine alla sua vicenda terrena lasciando scritto: “Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda in finale Io, tu e le rose e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi”.

Il Festival è sotto choc, c'è mestizia e sconcerto.  Tuttavia lo spettacolo continua e proclama vincitori Claudio Villa e Iva Zanicchi che cantano Non pensare a me (quasi una cinica esortazione a dimenticare!).

 

I  Cantautori

Cominciano ad affacciarsi a Sanremo i cantautori, di solito piuttosto allergici alla ribalta festivaliera, e dopo Tenco arriverà  Lucio Battisti che vi parteciperà nel 1969 per la prima volta (e l'ultima).  Negli anni Sessanta e Settanta i cantautori rappresentano una tendenza, sempre più diffusa nella musica italiana, volta a cercare nuove vie espressive e musicali. Questi moderni trovatori danno voce in maniera innovativa e priva di retorica alle proprie esperienze, al disagio esistenziale, alla protesta sociale molto spinta in quegli anni,  anche come testimonianza delle loro scelte e posizioni politiche. Il loro stile è immediatamente riconoscibile.

Ciò vale  sia per Tenco e Battisti che per tanti altri che si affermarono in quei decenni e in quelli successivi: Gaber, Paoli, Bindi, Endrigo, Lauzi, Iannacci, De André, Vecchioni, Guccini, Dalla, De Gregori, Fossati, Battiato, Branduardi, Zero, Ligabue e altri.

Le loro canzoni hanno caratterizzato una stagione assolutamente nuova nella musica italiana, più impegnata, con testi più elaborati, portatori di messaggi esistenziali e sociali.

Un contributo importante alla canzone d'autore lo ha dato la cosiddetta scuola genovese, un movimento culturale e artistico sviluppatosi agli inizi degli anni Sessanta e influenzato dalla tradizione letteraria e musicale italiana e ligure (Pavese, Sbarbaro, Caproni) con richiami alla musica francese (Aznavour, Brel, Brassens), a Bob Dylan e alla filosofia anarchica (in particolare Tenco, De André e Gino Paoli). Ha avuto in Umberto Bindi un compositore preparato ed elegante negli arrangiamenti (Arrivederci, Il nostro concerto, La musica è finita) e in Gino Paoli un autore di pagine di grande fascino ( Il cielo in una stanza, Senza fine, Sapore di sale), che anche altri interpreti (Mina, Vanoni) hanno esaltato. Ma soprattutto Fabrizio De André  ha rappresentato il cantautore per antonomasia, per il quale il riferimento alla scuola genovese è riduttivo pur caratterizzandola al massimo.   Fabrizio De André ha saputo rappresentare il fragile equilibrio dell'esistenza sospeso tra sopraffazione e sopravvivenza e lo ha fatto con “un approccio sofferto alla realtà, lacerato da dubbi e angosce che si sublimano talora in versi, canzoni, idee” (Mario Luzzatto Fegiz). Indimenticabili le sue canzoni, da Bocca di rosa alla Canzone di Marinella, e i suoi album, da La Buona Novella ad Anime salve.

Poi son venuti gli altri che a De André hanno guardato come un Maestro. A cominciare da Francesco De Gregori, esponente di una piuttosto variegata scuola romana, che con franchezza ha dichiarato: “Senza De André non sarei diventato un cantautore”.  L'accusa di ermetismo ai suoi testi non ha impedito alle sue  Alice, Rimmel, Titanic, La donna cannone di diventare molto conosciute e apprezzate.

Anche Lucio Battisti viene a volte accostato alla scuola romana, ma la sua personalità – come quella di De Gregori del resto- è tale da non poter essere etichettabile. E' stato un grande musicista, creatore di melodie che hanno trovato nei testi di Mogol (il poeta-paroliere Giulio Rapetti) la perfetta fusione artistica.

Tra Modena e Bologna hanno raggiunto il successo negli anni Settanta due cantautori emiliani, Francesco Guccini (Dio è morto, La locomotiva,, Eskimo)  e Lucio Dalla (4 marzo, Piazza grande, La sera dei miracoli, L'anno che verrà).

Non mi dilungo oltre sui cantautori, che ho già ampiamente trattato in altre lezioni, e mi limito  a ricordare soltanto Roberto Vecchioni, straordinario autore di Luci a San Siro e Samarcanda, che ha partecipato varie volte a Sanremo e nel 2011 ha vinto il Festival con la canzone Chiamami ancora amore.

 

 

Gli anni Ottanta

Negli anni Ottanta la televisione influenza sempre più le tendenze  dei telespettatori, assecondandone i gusti, a volte volgari (si parla di televisione spazzatura), nel campo del costume e della pubblicità. Prendono piede le televisioni commerciali prima a livello territoriale  e poi su tutto il territorio nazionale. Nasce così il duopolio  RAI/ Fininvest (oggi Mediaset), sempre più accentuato negli anni Novanta quando la legge Mammì sancirà in maniera definitiva il diritto per le emittenti private di trasmettere su tutto il territorio nazionale. Grandi protagonisti della vecchia RAI (Bongiorno, Corrado, la coppia Mondaini-Vianello, Maurizio Costanzo, Enzo Tortora) lasciarono l'azienda pubblica e debuttarono sulle reti di Berlusconi. Il vecchio, e glorioso, sceneggiato televisivo  venne sostituito dalle fiction, che oggi imperversano su tutti i canali. Certamente (ci mancherebbe altro!) sono continuati i programmi di approfondimento culturale, politico e scientifico (Quark, per esempio), ma il profilo -lasciamo perdere il rigore- educativo dei primi tempi è andato sempre più sfumando e oggi in televisione passa di tutto con gravi rischi per i più deboli e influenzabili, a cominciare dai bambini.

A metà degli anni Ottanta uno showman pugliese, Renzo Arbore, fu il creatore di due trasmissioni, che fecero epoca e sono diventate dei programmi cult,  Quelli della notte e Indietro tutta. Fu il secondo canale della RAI ad ospitare entrambe le trasmissioni. La prima metteva alla berlina in tono satirico, rispolverando i toni di un programma radiofonico degli anni Settanta di Arbore e Boncompagni, Alto gradimento, un certo tipo di televisione autoreferenziale, che si parla addosso, un salotto televisivo dove si alternavano, a volte in maniera improvvisata, gli interventi sconclusionati di Nino Frassica (fra' Antonino da Scasazza), il non capisco, ma mi adeguo del comunista romagnolo Maurizio Ferrini, improbabile venditore di pedalò, i tentativi vani dello scrittore Riccardo Pazzaglia di innalzare il livello culturale, le ovvietà di Massimo Catalano (meglio essere ricchi e in salute che poveri e malati) e il gossip di Roberto D'Agostino, che già preludeva al futuro portale internet Dagospia, collettore di notizie, indiscrezioni e scoop, inaugurato nel Duemila. Celebri nella loro allusiva leggerezza sono rimaste le sigle di apertura, Ma la notte no:

Lo diceva Neruda
che di giorno si suda
(ma la notte no!)
rispondeva Picasso
io di giorno mi scasso
(ma la notte no!)

e quella che accompagnava i titoli di coda, Il materasso:

… ma il materasso il materasso
il materasso e' il massimo che c'e'
ma il materasso il materasso
il materasso e' la felicita'

 

Due anni dopo, nel 1987,  Arbore, forte del successo ottenuto, presentò Indietro tutta, che tenne gli Italiani svegli e attaccati al televisore fino al telegiornale della notte. In maniera molto ironica e divertente i concorrenti del nord e del sud Italia si sfidavano in una sorta di gioco a premi (finto) tra battute spiritose, gag, personaggi curiosi (qualcosa del genere farà Paolo Bonolis con Ciao Darwin, riproposto anche quest'anno su canale 5)  e canzoni, facendo il verso a un certo tipo di televisione frivola e consumistica. Il cacao meravigliao era lo sponsor immaginario della trasmissione che si snodava tra sculettamenti e balli delle ragazze coccodé, gustosi siparietti dei protagonisti( in gran parte gli stessi di quelli  Quelli della notte), stimolati da Renzo Arbore, che insieme a tutta la compagnia cantava Sì, la vita è tutt'un quiz e si congedava con la sigla che lanciava il telegiornale, Vengo dopo il tiggì. Anche Sanremo dovette subire gli strali del presentatore foggiano che, proprio durante lo svolgimento del Festival (vinse Si può dare di più del trio Morandi-Tozzi-Ruggeri e per la prima volta si svolse in quattro serate), fece la parodia delle canzoni interpretando in una sorta di controfestival Grazie dei fiori bis. E pensare che l'anno prima a Sanremo Arbore aveva sfiorato il podio suonando e cantando Il clarinetto, una canzone piena di soavi doppi sensi, ironica e allusiva!

Il calo d'interesse determinò a metà degli anni Settanta la soppressione di un programma storico della Tv come Canzonissima, che venne sostituito con quiz e giochi abbinati alla Lotteria.  Negli anni Ottanta fu Fantastico il varietà che raccolse l'eredità di Canzonissima e per oltre un decennio fino al 1991 ebbe un buon successo. Lo condussero di volta in volta grandi nomi: Corrado, Baudo, Carrà, Montesano, Ranieri e si affermarono soubrettes e ballerine come Heather Parisi, Lorella Cuccarini, Alessandra Martines.  Ma non mancarono anche qui polemiche e colpi di scena: nel 1986 ci fu l'allontanamento del comico, e futuro fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, per la famosa battuta su Craxi e i socialisti, sostanzialmente accusati di rubare. Quattro anni prima Renato Zero aveva polemicamente abbandonato a metà percorso il varietà per i tagli e le censure al suo spazio.  La sua sigla finale, Soldi, era stata sostituita con Carletto, cantata dal presentatore Corrado, e la canzone Viva la Rai,  molto ironica, che a molti è sempre sembrata un inno e una pubblicità colorata (per via dei travestimenti fantasiosi del cantante “sorcino”, tutto piume, trucco, tacco alto, gonna e mantella),  aveva subito dei tagli al testo. Passi per “Mamma Rai” che “non ti abbandona mai” e che “ti allatta dall'antenna”, ma di un altro passaggio i funzionari si erano accorti, sebbene in ritardo, e l'avevano tagliato provocando la presa di posizione del cantautore romano. Il testo tagliato è:

 

Viva la RAI

Quante battaglie nei corridoi

Poveri noi

Se non si mettessero d’accordo alla RAI

Paghiamo allora questo abbonamento

Per mantenerli in salute e in sentimento

Perché oramai

Questo cervello

Avrà un padrone lo sai?

 

Tutto vero, ma la verità -si sa- fa male e la televisione, non solo la Rai, ha continuato tranquillamente nella sua opera di imbonimento dei cervelli!

 

Uno stanco rito

Nel 1988 il Festival di Sanremo si allunga fino a cinque serate, diventando interminabile (e noioso), e per la prima volta vengono inserite le interruzioni pubblicitarie. Per gli anni a venire la più importante gara canora italiana diventerà una passerella di ospiti, più o meno famosi, profumatamente strapagati (coi soldi del canone, i nostri), dove le canzoni in gara sembrano una variabile indipendente dal programma e le giurie fantasma del televoto possono far vincere chi meno t'aspetti o eliminare canzoni valide. Da molti anni ormai non seguo più, o lo faccio molto saltuariamente, il Festival, che è diventato sempre più stanco rito e appuntamento noioso e ripetitivo.  Già durante il festival del 1978 il compianto (e rimpianto) Rino Gaetano diceva:”Io penso che Luigi Tenco dieci anni fa sia morto di noia perché da ventotto anni Sanremo è sempre uguale, perché non c'è la buona intenzione di cambiarlo davvero”. Figuriamoci oggi! Se dovessi ricordarmi il titolo di qualche canzone vincitrice negli ultimi vent'anni, avrei molte difficoltà. A pensarci su mi vengono in mente i Jalisse con Fiumi di parole e Roberto Vecchioni con Chiamami ancora amore. Il duo Jalisse (Alessandra Drusian e Fabio Ricci, moglie e marito) vinse a sorpresa il Festival del 1997, quello che vide il ritorno di Mike (momentaneamente “liberato” da Mediaset), accompagnato da Valeria Marini e da Piero Chiambretti in formato angelo, appeso a un cavo d'acciaio. La canzone del duo, Fiumi di parole, arrivò in finale e vinse con moltissimi voti contro ogni aspettativa e contro ogni boicottaggio. Avevano una loro piccola casa di produzione e non era accettabile che un'etichetta indipendente sconvolgesse certi equilibri e certi interessi. Difatti sparirono subito dopo, nonostante il quarto posto all'Eurofestival, frenati (anche qui!) da una Rai preoccupata di dover organizzare, in caso di vittoria, il successivo Festival Europeo, considerato dispendioso e poco interessante. Ma la canzone è bella, cantata divinamente da Alessandra, ed è tra i brani più conosciuti dell'Eurofestival non soltanto in Europa.

Dopo sessant'anni di Festival a Sanremo nel 2011 ha vinto un cantautore, che ha già calcato le scene dell'Ariston, Robero Vecchioni. Il professore della musica italiana si è laureato campione con un suo testo, tra il popolare e il colto, Chiamami ancora amore, molto televotato (43%). Un successo atteso per 45 anni, come ha ammesso lo stesso cantautore, segno che per chi vi partecipa, a prescindere che si tratti di un esordiente o di un cantante già affermato, Sanremo è sempre... Sanremo, ovvero un... grande sogno (tanto per ricordare il titolo di un album del cantautore milanese).

 

La musica del Duemila

Le ultime due edizioni del Festival sono state condotte con  massimi ascolti da Carlo Conti, un presentatore molto apprezzato dal pubblico e dalla critica, che in televisione ha realizzato due programmi di grande successo: Tale e quale show e I migliori anni. Il primo, andato in onda per cinque edizioni tra il 2012 e il 2015, è stata una gara tra personaggi dello spettacolo che hanno imitato, con tanto di trucco per assomigliare perfettamente, cantanti celebri, italiani e stranieri. Una giuria in studio ha votato la migliore imitazione e poi c'è stata la finale con il solito televoto. Le canzoni, dunque, protagoniste, sia pure in stile cover, ma alcune imitazioni sono state davvero superbe.

Anche l'altro programma, andato in onda dal 2008 al 2013, ha presentato per sei edizioni una gara tra canzoni, selezionate per decennio a partire dagli anni Cinquanta, ed è stato un modo di rivivere attraverso la competizione tra i cantanti, che per tanti versi ricorda Canzonissima, anni e canzoni indimenticabili della nostra vita,  I migliori anni della nostra vita, come recita la canzone di Renato Zero sigla della trasmissione. Avremo ancora modo, nella nuova edizione programmata dalla Rai nel mese di maggio, sempre con la conduzione di Carlo Conti, di risentire le belle canzoni che fanno parte della nostra storia.  Insomma, anche nel Duemila terranno banco i “classici”, le canzoni più belle di questi ultimi sessant'anni. Nostalgia? Forse!  Ma quella musica vive ancora oggi che ci siamo già lasciati alle spalle tre lustri del Duemila. E' testimonianza di ciò che siamo stati, memoria viva del nostro essere nel tempo, occasione per riandare al nostro vissuto, agli sguardi, alle parole, agli incontri, alle piccole e grandi cose che abbiamo amato, alle colonne sonore che ci hanno accompagnato e ci accompagneranno ancora. Perché la musica è parte di noi. Basta ascoltarla e far prevalere quella migliore.  Ma questo vale sia per la musica che per tanti altri aspetti del nostro stesso essere ed operare.


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