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Per Claudia Petracca PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Paolo Vincenti   
Giovedì 26 Maggio 2016 05:49

“Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de’ suoi? Celeste è questa

corrispondenza d’amorosi sensi”

(U. Foscolo)

 

L’amore che ci ha unito

è quello che ritroveremo

l’amore che ci siamo dato

è quello che ci riavrà

Io vivrò per voi, in voi

credete, non sono andata via

è solo una stazione, un cambio di passo

un mutamento leggero, un battito di ciglia

un altro modo di guardare…

credete, non si va mai via

io vivrò con voi,  in voi

sempre e per sempre

 

Claudia Petracca è volata via leggera come ha vissuto. Era una presenza discreta nella vita dei suoi amici, costante ma defilata, stava sempre un passo indietro. Però se la cercavi, se chiedevi un consiglio, lei c’era. Era tenace, caparbia, determinata, nonostante la dolcezza dei modi che al primo approccio poteva esser scambiata per timidezza. Aveva fatto studi classici e questo emergeva dalla puntigliosità e dai tempi lunghi con cui licenziava ogni suo scritto. Emergeva inoltre dalla maniacale attenzione alla forma.  Poetessa, scrittrice, operatrice culturale. Amava la letteratura italiana del Novecento ma aveva una predilezione per Wislawa Szymborska sulla quale progettava di scrivere un saggio. Amava la musica d’autore, la gente semplice, la spontaneità degli affetti, amava la sua terra e più di tutto la sua città.

Ho conosciuto Claudia Petracca con il libro “Pietre”, il suo primo romanzo, che racconta la storia di una giovane donna del nord Italia giunta in vacanza a Lecce. Ed è proprio la città barocca al centro della narrazione, con le sue pietre che raccontano una storia antica. In particolare, quel centro storico dove Claudia è nata e cresciuta e dove lei ritrovava le proprie radici. Il suo secondo romanzo, “Un volo sulla cenere”, racconta una storia ambientata fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Sofia e Giacomo, i protagonisti del libro, vivono la drammaticità delle persecuzioni razziali durante il regime nazi -fascista  e i personaggi sono ben studiati e le loro psicologie ben delineate. Dalla narrazione, emerge una interiorità devota ai particolari, attenta a cogliere i minimi dettagli, insieme ai momenti rivelatori della coscienza. La scrittura si presenta piana e regolare, una prosa intensa e poetica. Il romanzo fu finalista al Premio Nabokov 2014. Per questo libro, Claudia mi chiese di comporre la prefazione, ed io cercai di delineare nel mio scritto gli elementi di forza del libro, che si caratterizza come un romanzo storico, e la profondità dello scandaglio psicologico, oltre alla capacità affabulatoria dell’autrice. Da quel momento, la nostra collaborazione si intensificò. Io avevo letto delle poesie di Claudia che trovavo davvero belle, raffinate, semplici e complesse ad un tempo. Così la spronai a pubblicarle. Il pretesto mi fu offerto dalla rivista letteraria “La Fornace”, che muoveva i primi passi in quel tempo, fondata da un gruppo di amici operatori culturali galatinesi. Nel 2014 Claudia partecipò a “Periferie Urbane” Rassegna di arte, letteratura e musica, organizzata da L’officina delle parole, con il breve testo: “Scarti di sogni”. Nel 2015 partecipò a “Libertàpluralefemminile” mostra “Kaleidos” di Carlo Massimo Franchi (nell’ambito di Itinerario Rosa 2015), a cura dell’Associazione Mimose e L’officina delle parole, con il testo “Prospettiva Cvetaeva (Marina libera come una donna)”. Dal 2015 inoltre aveva iniziato a curare una rubrica quindicinale culturale-letteraria su Corrieresalentino.it, dal titolo “Volta la carta”. Il libro “Un volo sulla cenere” aveva riscosso notevoli consensi (conservo un ricordo vivo delle presentazioni che facemmo in diversi luoghi del Salento), e così fu anche per le poesie. Ciò spinse Claudia a crederci di più e a raccogliere le sue prove poetiche in un volume, affidato alle cure dell’editrice Pompea Vergaro. Il libro, “La pelle del serpente” (L’officina delle parole 2016) è stato pubblicato postumo per interessamento della famiglia di Claudia, cioè il marito Carmelo ed i figli Chiara Stefano e Francesco. Si tratta di una miscellanea, una raccolta di poesie divise in sei sezioni: Terra mia, Amore Amore, Nei deserti, Parole (tracciate), D'Autunno, De il mio vagare. Due poesie aprono e chiudono l’opera: La pelle del serpente/ …E basta, basta poesia! Si trovano tutti i luoghi poetici frequentati dall’autrice e poi il suo vissuto personale, le gioie, i dolori, la nostalgia, l’amore per la sua città, sedimentati a formar poesia. I versi scorrono lievi nei brevi componimenti, fluisce il canto che in non pochi momenti desta incanto, sol che ci si lasci andare al lirico afflato. “Mi metto a nudo”, scrive l’autrice nella Premessa, “e lascio cadere alcuni veli dalla mia anima. Mi svelo, dunque, mentre avanzo lungo la strada che mi accoglie e riconosce la mia nuova pelle”, facendo riferimento così alla muta del serpente del titolo, allegoria dei cambiamenti, delle trasformazioni che ogni persona vive e in particolare una donna come lei, animata da sentimenti forti, brividi intensi, passione per la vita e per la poesia. Ora Claudia ha dovuto consegnare a noi entrambe, ed è penoso accettare che il suo passaggio sia stato così veloce.

Sarebbe stata una brava insegnante elementare, di quelle che sono guida preziosa per i ragazzi. Perché lei teneva molto ai fondamentali della nostra cultura. Mi piaceva questo aspetto del suo modus operandi e glielo ripetevo spesso. A fronte di una pletora di scrittorucoli che non conoscono nemmeno la lingua di cui fanno uso, di sedicenti scrittrici che violentano la sintassi a vantaggio di sbrindellati e inconsistenti romanzetti adolescenziali, Claudia si distingueva per la perfetta padronanza della lingua dei padri, per la sua versatilità, per la serietà e per l’impegno che profondeva, sia che scrivesse poesia, che prosa, sia che si cimentasse con la critica letteraria. Conservo gelosamente le sue recensioni dei miei libri, fra le più belle che abbia ricevuto.Claudia era convinta propugnatrice della funzione pedagogica della letteratura, nel senso che un’opera debba docere et delectare, secondo l’insegnamento dato da Quintiliano, ossia smuovere i sentimenti del lettore, farlo anche riflettere, attraverso la piacevolezza di una invenzione letteraria.  In una delle ultime conversazioni che abbiamo avuto su Fb, Claudia mi chiedeva il titolo di una canzone di cui le avevo parlato in una occasione precedente. Lei ricordava solo il tema della canzone o almeno ricordava che questo avesse qualche addentellato con ciò che stava scrivendo in quel periodo. Solo che io non ricordavo quale canzone fosse; nonostante lei cercasse in tutti i modi di farmi riavere, dandomi degli indizi perché potessi risalire alla fonte, io non riuscivo proprio a ricordare. Sciorinai una serie di titoli a caso, tutti sbagliati. Forse era una canzone di Gino Paoli, ma non ne sono sicuro nemmeno adesso, e in ogni caso Claudia non potrebbe darmene conferma.

Avevamo un rapporto dialettico, come succede fra veri amici che si dicono tutto con sincerità, fuori da ogni ipocrisia e schema preconcetto. Impattando con la sua scomparsa, in quel giorno gelido di gennaio, mi sono sentito crollare il mondo addosso. Ero sulla terrazza di un antico palazzo, per prendere una boccata d’aria fresca dopo un abbondante pranzo, quando ho ricevuto la triste telefonata. Tutto ha iniziato a girarmi intorno e mi sono appoggiato ad un contrafforte dell’antica costruzione per non cadere bocconi, sprofondare nella depressione. Mi è sembrato che il mondo fosse più solo, più spoglio, più orfano, più grigio, più lacerato; per alcuni giorni dopo il ferale evento, anche i volti che incontravo mi sembravano “splenetici” per dirla con Gautier, mi sentivo trambasciato, sconcertato. Quando si perdono dei punti di riferimento, manca un po’ il terreno sotto i piedi. Ho pensato molto a Claudia, al suo volto, alla sua voce, al suo sorriso appena accennato (aveva pudore delle proprie emozioni, non le lasciava a briglia sciolta quand’era in pubblico), ai suoi rimproveri e ai suoi complimenti, ai suoi scritti. Poi, nel tramenio della vita, l’immagine di Claudia ha iniziato a sbiadire dagli occhi ed è scesa lentamente giù nel cuore, dove si è sedimentata e rimarrà. Addio Claudia, collaboratrice preziosa, compagna di un pezzo di strada, mia simile, mia opposta, mia amica.

 


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