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La pelle del serpente PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Pompea Vergaro   
Lunedì 30 Maggio 2016 06:20

[Riportiamo di seguito la Prefazione alla silloge poetica di Claudia Petracca, La pelle del serpente, L’officina delle parole Edizione, 2016]

 

Claudia, la profonda passione per la meraviglia della parola scritta.

Un nuovo scenario si è offerto ai miei occhi trovandomi di fronte a questa pagina.

Se alcuni mesi fa sarebbe stato il palcoscenico di una gioiosa presentazione poetica, quel sipario è calato ed è sceso il silenzio. Oggi senza la presenza della poetessa e amica Claudia ogni cosa è cambiata.

Qui il sipario si può aprire solo sulla memoria. Claudia Petracca, l’autrice che tanto aveva anelato, tra mille dubbi e desiderio, questa pubblicazione, prematuramente e inaspettatamente non è più tra noi, come mestamente si suol dire.

Ho ri-letto le sue poesie non più a cuor leggero prima di redigere alcune brevi riflessioni e mi è parso di incontrare ancora un’altra Claudia. Se nei giorni della progettazione di questo libro avevo sostato sui suoi versi, ora mi sono sentita affondare, sprofondare nelle viscere della sua parola per sentirmi sbalzata fuori con nuove scoperte: le confidenze tra donne fatte di risate - Claudia amava tenere la gioia in un cantuccio della sua anima senza proporla di sua iniziativa, ma appena gliela offrivi, sorprendentemente, balzava fuori - fatte di malinconie e caffè al bar, come anche le corrispondenze letterarie, se così possono definirsi, quelle sono restate tali. E mi piace parteciparne due, legate a questo libro.

Un pomeriggio, come spesso solevamo fare, condividendo un caffè, le racconto di una lunga pelle di serpente che era stata trovata nella mia campagna nell’entroterra brindisino, in contrada Santa Maria. E tra alcune considerazioni e sorseggiando il caffè le chiedo se conoscesse quel pensiero di Friedrich Nietzsche: “Il serpente che non può cambiar pelle muore. Lo stesso accade agli spiriti ai quali si impedisce di cambiare opinione: cessano di essere spiriti”.

Due giorni dopo, Claudia mi telefona e mi dice che mi ha inviato una poesia per email. Aveva composto con mia grande sorpresa e gioia “La pelle del serpente” che poi è diventato il titolo della silloge, sostituendo quello che precedentemente avevamo scelto.

Claudia in un altro nostro incontro con caffè mi parla e mi chiede se conoscevo “Passeggiate Solitarie” di Jean- Jacques Rousseau da cui aveva tratto un pensiero, ora inserito in quarta di copertina di questa pubblicazione. Incuriosita, corro in libreria e lo compro!

Erano questi gli scambi che spesso accadevano tra di noi e che tanto ci entusiasmavano.

E ora cosa resta?

Restano le preziose “sudate carte di leopardiana memoria” come Claudia soleva spesso dire con quel suo morbido sorriso che celava un po’ di malinconia quando accennava alla sua scrittura.

E noi cosa possiamo fare per lei? Semplicemente impegnarci donandole al mondo.

La pelle del serpente

Dedicherò pochi pensieri a “La pelle del serpente” per non turbare il silenzio, quel prezioso silenzio che esige la poesia, soprattutto in questi giorni.

La silloge, i cui versi possiedono vigore poetico, rigore linguistico e una personale cifra stilistica, è suddivisa in 6 sezioni: Terra mia, Amore Amore, Nei deserti, Parole (tracciate), D'Autunno, De il mio vagare. Due poesie aprono e chiudono l’Opera: La pelle del serpente/ …E basta, basta poesia!

Sfogliando le pagine incontreremo i cangianti stati d’animo che la poetessa vive quotidianamente in piena consapevolezza: l’amore e la stessa poesia, l’isolamento e il dolore, la disillusione, l’attaccamento alla terra salentina e a Lecce, la sua città natìa, la meraviglia della parola.

La poesia di Claudia è una scintilla che può accendere un fuoco, e, per parafrasare un pensiero dell’artista norvegese Edvard Munch “meglio una scintilla rosso sangue, che fare luce sera dopo sera”.

L’essenza di questa raccolta è il viaggio inteso come allontanamento dal proprio centro, da un mondo dal quale la poetessa, ma anche l’umanità, ha perso il contatto e non sa come orientarsi, provando a rintracciare, così, nuove strade in una continua ricerca di se stessa e del verso fatta di soste e incontri inattesi, incrociando lo spazio e il tempo della riflessione, come Claudia amava fare.

Le immagini poetiche della silloge appartengono a un perenne movimento, dove ricorrente è l’attesa, il distacco, con quella innata capacità di aprire lo sguardo su inesplorati, per quanto fugaci universi, restando, al contempo, prudente e riservata.

Nello stesso tempo, è una poesia aperta che si sforza di indagare il fluire della vita. È un luogo dinamico che esprime visioni e realtà, squarci di verità, illuminazioni, ma anche incertezze e ombre. È un luogo incompiuto che si dirige verso altri, confidando di ritrovare il proprio. Un continuo anelito di mutamento: […D'un solo passo è lungo il suo travaglio / inevitabile e indispensabile condanna alla sua sopravvivenza / si sfila il vecchio sé…].

La poetessa ama scandagliare e ritmare le parole come vorrebbe fare con l’ esistenza, ma la vita, spesso, si sa, è altro. Ella è fuori da tutte le cose delle quali parla, non al di sopra. Per esserlo esige di penetrare in loro. Per questo ha bisogno della Poesia, perché tutto sommato le appartiene, è qui che si sente libera. È qui che risiede la sua speranza di salvezza. È qui che confida di cambiar pelle e accendere quella rossa scintilla.

“Io non sono né i capelli né la mano né il naso io sono io ciò che è invisibile”

Marina Ivanovna Cvetaeva

Mi piace concludere queste pagine con alcuni versi della poetessa russa di Marina Ivanovna Cvetaeva, tratti dalla poesia: “Sono io…” che Claudia aveva inserito all’interno di un suo breve testo “Prospettiva Cvetaeva (Marina libera come una donna)”.

Perché, Marina Ivanovna Cvetaeva, insieme ad altre che ella tanto amava, come Wislawa Szimboskta, Alda Merini e Siylvia Plath, era la poetessa che prediligeva in assoluto.


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