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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Home Sallentina GIUSEPPE MAZZINI E I REPUBBLICANI SALENTINI
GIUSEPPE MAZZINI E I REPUBBLICANI SALENTINI PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Maurizio Nocera   
Mercoledì 06 Aprile 2011 16:55

«Pour Mazzini il y a la libertè. Pour Garibaldi il y a la patrie. Pour nous il y a l'Italie». Questa affermazione è di Victor Hugo e venne pubblicata il 3 giugno 1888 sullo «Spartaco» di Gallipoli, periodico dell'Associazione democratica elettorale di quella Circoscrizione.  Giuseppe Mazzini (Genova 1805 - Pisa 1872): dentro queste due date e questi 67 anni di vita vissuta per gli ideali repubblicani sta tutt’intera la vita di questo Grande Italiano, questo apostolo del Risorgimento nazionale ed europeo, un padre della patria Italia. La sua vita è segnata da atti e prese di posizione che al solo leggerle danno l’esatta misura del ruolo da lui svolto durante buona parte del secolo XIX.  Nel 1831, quando aveva ancora solo 26 anni, Giuseppe Mazzini fondò a Marsiglia la “Giovine Italia”, un’organizzazione politica il cui obiettivo era un’Italia  unita e repubblicana. Con la costituzione di questa associazione si vuole indicare l’inizio del Risorgimento unitario nazionale. Pochi anni dopo, nel 1834, fondò a Berna la “Giovine Europa” e, nel 1848, nuovamente in Italia, l’Associazione Nazionale Italiana; nel 1849, assieme a Saffi, Armellini e Carlo Pisacane, fu il promotore e il sostenitore e il triumviro della sfortunata Repubblica di Roma;  nel 1850, a Londra, fondò il Comitato Democratico Europeo e, sempre su sua iniziativa, in Italia, il Comitato Nazionale Italiano che, nel 1854-55, diventò il Partito d’azione; nel 1860, assieme a Garibaldi, partecipò alla preparazione della spedizione dei Mille; mentre, nel 1866, fondò l'Alleanza Repubblicana; infine, nel 1871, di nuovo a Londra, fondò e pubblicò il periodico «Roma del popolo». Scrisse opere fondamentali per la costruzione del pensiero nazionale e continentale europeo, tra cui, nel 1855, “Del dovere d'agire”; nel 1858, pubblicò il periodico «Pensiero e azione» prima in Italia poi, nel 1860, a Londra.

Nel 1859, stampò l'opuscolo Ai giovani d'Italia. Su una delle sue opere fondamentali, “I doveri dell’uomo” (Lugano, 1860), ritenuta non a torto il primo manifesto di libertà e democrazia dei popoli della nuova epoca, inviò un appello “Agli operai italiani”, in cui scrisse: «A voi, figli e figlie del popolo, io dedico questo libretto nel quale ho accennato i principii in nome e per virtù dei quali voi compirete, volendo, la vostra missione in Italia: missione di progresso repubblicano per tutti e d’emancipazione per voi. Quei che per favore speciale di circostanze o d’ingegno, possono più facilmente addentrarsi nell’intelletto di quei principii, li spieghino, li commentino agli altri, coll’amore, col quale io pensava, scrivendo, a voi, ai vostri dolori, alle vostre vergini aspirazioni alla nuova vita che - superata l’ingiusta ineguaglianza funesta alle facoltà vostre - infonderete nella Patria Italiana...» (cfr. Giuseppe Mazzini, “I doveri dell’uomo”, Sansoni - La Meridiana, Firenze, 1943, p. 5). Sempre sullo stesso libro, ma in altro contesto, rivolgendo lo sguardo più vivo al suo più alto ideale, cioè all’Italia unita e repubblicana, scrisse: «La Patria è una, indivisibile. Come i membri d’una famiglia non hanno gioia della mensa comune se un d’essi è lontano, rapito all’affetto fraterno, così voi non abbiate gioia e riposo finché una frazione del territorio sul quale si parla la vostra lingua è divelta dalla nazione» (cfr. Giuseppe Mazzini, “I doveri dell’uomo”, Sansoni-La Meridiana, Firenze, 1943, p. 61). La patria, dunque, e a quale patria oggi, in epoca di globalizzazione, dobbiamo pensare? Vi sono momenti nella vita di un popolo e di una nazione che occorre riguardare al passato per capire ciò che va accadendo nel presente. Si sente dire che oggi l’Italia, così com’è, è troppo estesa geograficamente, che politicamente è ingovernabile, che in essa vi sono troppe disparità regionali, che lo sviluppo economico generale è ineguale ed è per questo motivo che si registrano ineguaglianze e insicurezze sociali. Io penso però, e ho paura di verificarlo, che si siano dimenticate, o quantomeno sbiadite, le raccomandazioni di coloro che hanno fondato questo paese. Penso a Giuseppe Garibaldi, l’altro grande Padre della patria Italia, e a Giuseppe Mazzini, personaggio politico italiano che davanti alle difficoltà e alle proprie responsabilità non venne mai meno, non mandò allo sbaraglio i suoi compagni, i suoi amici, ma li incitò sempre alla lotta, perché in essa egli stesso era. Due furono i suoi più grandi capolavori: l’Unità del Paese, che egli vide avverarsi a partire dal 1860; e l’idea di un’Italia Repubblicana, fondata sul lavoro e sulla solidarietà. Egli non riuscì a vedere avverato quest’ultimo ideale. Il 10 marzo 1872, a Pisa, ospite clandestino, con lo pseudonimo di Joseph Brown, della coraggiosa Giannetta Nathan Rosselli, Giuseppe Mazzini morì solo e senza che nessuno, all’infuori di qualche suo più stretto compagno, sapesse di lui. Ma la storia, che noi sappiamo essere maestra di vita e regolatrice di ogni cosa, non lascia mai nulla di scoperto sulle indistinguibili pagine del suo libro sul quale è narrata la vita degli umani. Nel 1945-46, quando i costituenti del secondo dopoguerra si riunirono per gettare le basi di quella che sarebbe divenuta la Carta fondamentale del nuovo stato Italia, la Costituzione, (la forma statuale fu quella repubblicana, scelta dal popolo italiano con un referendum il 2 giugno 1946), non dimenticarono l’insegnamento del grande Genovese internazionalista. Così, nell’impeto gioioso di un’indimenticabile giornata per gli italiani, e nel calore sostenuto dal forte vento della libertà e della democrazia riconquistata, nacque la nostra Costituzione Repubblicana che oggi, a 57 anni da quel 1 gennaio 1948, giorno della sua promulgazione, appare essere una delle più avanzate e meglio adeguate Costituzioni del mondo. Basti pensare all’articolo 11, che qui cito con lo sguardo rivolto alle giovani generazioni: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Questo dettato costituzionale del 1948 non è molto lontano dalle intenzioni mazziniane della metà dell’Ottocento. Leggiamo infatti quanto allora Giuseppe Mazzini scrisse sull’argomento: «L’unificazione politica del mondo  non è pensabile come supremazia militare d’una potenza sopra tutte le altre, perché nessun popolo può rassegnarsi alla lunga a essere oppresso e sfruttato da altri. La collaborazione e la pace regneranno sulla Terra solo con l’associazione dei popoli, e se essi saranno liberi ed eguali». E ancora, sempre sul libro “I doveri dell’uomo”, rivolto agli italiani, scrive: «Le divisioni naturali, le innate spontanee tendenze dei popoli, si sostituiranno alle divisioni arbitrarie sancite dai tristi governi. La Carta d’Europa sarà rifatta. La Patria del Popolo sorgerà, definita dal voto dei liberi, sulle rovine della Patria dei re, delle caste privilegiate. Tra quelle patrie sarà armonia, affratellamento. E allora, il lavoro dell’Umanità verso il miglioramento comune, verso la scoperta e l’applicazione della propria legge di vita, ripartito a seconda delle capacità locali e associato, potrà compiersi per via di sviluppo progressivo, pacifico: allora, ciascuno di voi, forte degli affetti e dei mezzi di molti milioni d’uomini parlanti la stessa lingua, dotati di tendenze uniformi, educati dalla stessa tradizione storica, potrà sperare di giovare coll’opera propria a tutta quanta l’Umanità» (cfr. G. Mazzini, “I doveri dell’uomo”,  Sansoni, Firenze 1943, p. 57). Un monito ed un insegnamento questi che ci devono far riflettere in un momento in cui oggi vediamo affermarsi lo scontro tra le diverse nazionalità della Terra piuttosto che il confronto. Per questo ritengo utile ritornare a leggere i testi di Giuseppe Mazzini per riscoprire valori e idealità alquanto sopite, e per ritrovare il senso e il significato profondo di una vita tesa al senso vero dell’esistenza umana, alla ricerca di un mondo ideale che fece bella la vita dei grandi iniziati di tutti i tempi: di Socrate, Pitagora, Budda, Confucio, Gesù Cristo, Maometto, Giordano Bruno, Ernesto “Che” Guevara. Forse, ma questo è difficile accertarlo in questo momento storico, fra questi grandi della storia, un suo piccolo posto ce l’ha anche il nostro Giuseppe Mazzini, indiscutibilmente l’apostolo del repubblicanesimo moderno. Ma oggi, ricordandolo a Lecce, città-capoluogo del Salento (l’antica Terra d’Otranto), nella quale giustamente i leccesi gli hanno intitolato una tra le più belle piazze, non possiamo dimenticare quelli che furono i suoi compagni e amici di quel tempo, cioè i nostri martiri del Risorgimento italiano, quei coraggiosi salentini che dettero la vita o marcirono per lunghi anni nelle segrete galere borboniche per dare a noi l’Unità del Paese. Essi hanno un nome e un cognome, spesso ingiustamente dimenticato, ma che sono:

 

- Epaminonda VALENTINO, (Napoli 1811 - Lecce 1849), repubblicano mazziniano della prima ora, fondatore della “Giovine Italia” nell’allora Regno di Napoli e il primo introduttore a Lecce e provincia dell’organizzazione, marito di Rosa de Pace, sorella della rivoluzionaria repubblicana mazziniana di Gallipoli Antonietta de Pace. Epaminonda, nel maggio 1848, partecipò ai moti insurrezionali di Napoli e di Lecce, aderì al Circolo patriottico di Terra d'Otranto (fondato il 29 giugno 1848 e attivo fino ai primi giorni di agosto dello stesso anno). In seguito alla sua partecipazione ai moti insurrezionali, venne arrestato a Lecce il 30 ottobre 1848, assieme a Sigismondo Castromediano (Cavallino), i fratelli Stampacchia (Lecce), Gaetano Brunetti (Lecce), più
altri. Epaminonda fu condannato a morte. mori nel carcere di Lecce nel 1849 tra le braccia del Castromediano. Dell’atroce modo in cui egli mori, lo storico Pier Fausto Palumbo ha scritto: «Fin dal 29 settembre (1848) una prima vittima fu fatta: nelle braccia del Bortone e del Castromediano era spirato, in carcere (si tratta del carcere dell’Udienza o carcere centrale di Lecce, ndr), a soli trentotto anni, Epaminonda Valentino, gallipolino d’elezione per le nozze con
Rosa de Pace, fondatore in provincia della “Giovine Italia”» (cfr. P. F. Palumbo, “Terra d’Otranto nel Risorgimento”, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 165).

Anche Sigismondo Castromediano, che lottò esemplarmente contro i Borboni, nelle sue “Memorie” ha scritto una pagina bellissima su questo straordinario rivoluzionario repubblicano mazziniano, napoletano salentino e gallipolino d’elezione: «Epaminonda lasciava la giovane moglie, Rosa de Pace, e due figliuoletti ancora piccini, che amava sino alla follia, e con essi Antonietta sua cognata... La nuova dolorosa giunse a quelle donne in Gallipoli per via di nostre lettere, e a conforto di loro sventura e a venerata memoria dell’estinto loro inviammo una iscrizione lapidaria...» (Sta in “Aspetti e figure del Salento nelle parti inedite delle “Memorie” di Sigismondo Castromediano” (a cura di A. Vallone), in «Studi Salentini», III-IV, giugno-dicembre 1957, p. 174).

- Francesco VALENTINO (1835-1866), figlio di Epaminonda e nipote di Antonietta de Pace. Fu l'altro salentino a morire nelle battaglie risorgimentali, convinto repubblicano, prese parte nelle associazioni democratiche e nel giornalismo rivoluzionario di Marsiglia e di Genova, indossò nel 1866 la camicia rossa garibaldina morendo a Pieve di Ledro, nei pressi di Bezzecca (Trento) nella battaglia contro l’impero austro-ungarico in quella campagna militare che Garibaldi intraprese per la liberazione di Trento e Venezia. Del figlio Francesco riporto solo quanto ebbe a scrivere il corrispondente di guerra Augusto Vecchi che, nel commentare la battaglia di Bezzecca (Trento), del 24 giugno 1866, scrisse: «Il povero Valentino è morto, colpito al petto, gridando “Viva l’Italia”».

- Antonietta DE PACE (Gallipoli 1818 - Napoli ), cognata di Epaminonda Valentino e zia di Francesco, patriota e rivoluzionaria gallipolina, repubblicana mazziniana della prima ora, alla cui opera la città di Lecce ha intitolata una via e un’istituto scolastico di grado superiore. Dopo la morte del cognato, la responsabilità della attività cospiratrice nel Salento ricadde su di lei. Lo storico Pier Fausto Palumbo ha scritto: «Animatori della vasta cospirazione mazziniana, e segretari del Comitato centrale di Napoli, i due salentini Fanelli e Mignogna. Collaboratrice instancabile e preziosa, Antonietta de Pace ...: ad essa facevano capo i Comitati di Lecce, di Brindisi, di Ostuni, di Taranto; e fu essa, con la madre dei Poerio, la moglie del Settembrini, la figlia di Luigi Leanza, poi moglie di Camillo Monaco, a intrattenere gli ancor più rischiosi rapporti coi galeotti politici di Procida, Santo Stefano, Ventotene, Montesarchio e Montefusco. Le corrispondenze segrete tra Santo Stefano e Napoli passavano per Ventotene, i cui reclusi erano giunti a dare tale fastidio al governo che, per liberarsene, preferì disfarsi dei meno pericolosi (...) La guerra di Crimea riaccendendo le speranze, si fece leva sui militari, con una società mazziniana tutta particolare per loro. Anche di questa animatori furono il Mignogna e la de Pace, che vennero arrestati: l’uno si ebbe cinquanta legnate e l’eroica donna fu per quarantasei volte inquisita. Al processo che ne seguì, il Mignogna s’ebbe condanna all’esilio, la de Pace fu assolta» (cfr. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 167), dopo aver scontato però 18 mesi di carcere, che noi oggi diremmo preventivo. È nata la vicenda che vuole la de Pace entrare  in Napoli liberata al fianco di Giuseppe Garibaldi. Era il 6 settembre 1860 e l’Italia iniziava la sua nuova era di paese unito. Così, la ricorda Oronzo Colangeli, che fu Preside per molti anni dell’Istituto Professionale Femminile “Antonietta de Pace” di Lecce:  «Mazziniana convinta e repubblicana, non si scostò mai dalla sua linea ideale pur adattandosi, per un consapevole senso di civile partecipazione al momento storico che attraversava l’Italia... Con una fede pari a quella degli apostoli del nostro Risorgimento non ebbe incertezze neppure nei momenti più difficili ed oscuri della reazione. Perseguita dalla polizia e dai tribunali borbonici non vacillò, trovando in se stessa le risorse  morali per resistere agli inquisitori e risorgere in adamantina coscienza di riaffermata libertà. Esempio purissimo delle migliori tradizioni delle donne italiche che, in tempi dolorosi e di triste servaggio, seppero credere nel radioso avvenire della Patria» (cfr. O. Colangeli, in “Antonietta de Pace, Patriota Gallipolina, Istituto Professionale Femminile di Stato” - Lecce, Editrice Salentina, Galatina 1967, pp. 73-74).

- Bonaventura MAZZARELLA (Gallipoli 8 febbraio 1818 - Genova 6 marzo 1882), avvocato e magistrato gallipolino ancor prima dei moti risorgimentali del 1848, repubblicano mazziniano sin dalla prima ora, fondò a Lecce e provincia il primo nucleo del Partito d’azione d’ispirazione mazziniana con la costituzione dei primi Comitati collegati ai Circoli. Nel maggio 1848, a Lecce città, uno di questi Comitati prese il nome di Circolo Patriottico Provinciale di Terra d'Otranto, che vide al suo interno il fiore della nostra migliore gioventù, fra cui il leccese Giuseppe Libertini, il cavallinese Sigismondo Castromediano, Annibale D'Ambrosio, il magliese Oronzio De Donno, il monteronese Alessandro Pino, il manduriano Nicola Schiavoni, il brindisino Cesare Braico, altri. Mazzarella fu eletto presidente, e si dedicò all'organizzazione della Deputazione Provinciale del Circolo Patriottico, dalla quale sarebbe nata, dopo l’Unità d’Italia, quella struttura amministrativa che noi oggi conosciamo col nome di Provincia. Bonaventura Mazzarella, il 30 aprile 1849, fu l’unico salentino, assieme ad altri trenta emigrati repubblicani, ad combattere sotto le mura di Roma nella difesa della Repubblica. In tutta la sua vita fu sempre coerente rimanendo repubblicano mazziniano, e in quanto tale, in Genova, dove dimorò dalla fine degli anni '50 fino alla morte, fu per decenni consigliere comunale.

- Giuseppe LIBERTINI (Lecce 1823-1874), repubblicano mazziniano della prima ora, al quale i leccesi hanno intitolato un’altra bella piazza e un bel bronzo, fu avvocato e amico personale di Giuseppe Mazzini, col quale stette per lungo tempo a Londra. Partecipò non solo ai moti insurrezionali del 1848, fondò il Circolo Patriottico di Terra d’Otranto e combattè sulle barricate di Monte Calvario a Napoli il 5 maggio 1848. Fu membro del governo provvisorio  garibaldino (settembre 1860) e deputato del Regno d’Italia. - e aggiunge oltre il Palumbo - A guidare il Partito d’Azione, col compito di far insorgere le province allo sbarco di Garibaldi sul continente, il Mazzini aveva destinato Giuseppe Libertini [leccese che, dopo la morte di Epaminonda Valentino assunse la direzione della “Giovine Italia” salentina] (“l’uomo di pronti ed arditi disegni, che seppe far miracoli, tanto da superare di gran lunga la nostra aspettazione”)», (cfr. P. F. Palumbo, “Terra d’Otranto nel Risorgimento”, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 171). Del Libertini, un altro inedito ricordo ce lo scrive Francesco Stampacchia nel 1860: «Giuseppe Libertini, pur esso salentino e propriamente leccese, figura di primo piano nel Risorgimento nazionale, intimo di Giuseppe Mazzini e con lui operante, già recluso a Ventotene, membro del Comitato Europeo con Kossut ed Herzen, aveva organizzato la insurrezione di Potenza, di Ariano e delle Calabrie, e si trovava in Napoli membro del Governo Provvisorio costituitosi al partire di Francesco II e scioltosi quando fu proclamata la dittatura di Garibaldi. Egli era allora accanto all’eroe, da cui era stato chiamato, e con lui fra gli applausi percorreva le vie della Capitale» (cfr. F. Stampacchia, “Lecce e Terra d’Otranto un secolo fa”, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 308).

- Vito Mario STAMPACCHIA senior (Lequile 1788- Lecce 1875), patriota leccese giacobino, partecipò ai moti insurrezionali del 1820 e successivi.

- Gioacchino STAMPACCHIA (Lequile 1818 - S. M. Capua Vetere 1904),  fu patriota mazziniano, aderì alla Giovine Italia.

- Salvatore STAMPACCHIA (Lecce 1812-1885), fratello di Gioacchino e figlio di Vito Mario senior, patriota risorgimentale.

- Gaetano BRUNETTI (Lecce 1829-1900), avvocato, repubblicano mazziniano della prima ora. Partecipò a tutto il risorgimento italiano.

- Eugenio ROSSI (Gallipoli 1831-1909), repubblicano mazziniano, partecipò a tutte le iniziative politiche e militari contro i Borboni e per l'unità nazionale, ad iniziare dal maggio del 1848. Dopo l'unità d'Italia si arruolò, per mezzo del Comitato per Roma e Venezia, presieduto da Emanuele Barba, alla campagna garibaldina di Aspromonte nel 1862, partecipando successivamente alle altre campagne che Garibaldi fece fino a Bezzecca. Ritornato in Gallipoli divenne uno dei più ferventi promotori di lotte sociali a favore del popolo, divenendo più volte consigliere comunale ed assessore della città. Fu il fondatore e primo presidente della sezione del Partito socialista di Gallipoli ad iniziare dal 1892. Fondò, assieme ad altri suoi compagni, lo «Spartaco», organo dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli e circondario e, più tardi, nel 1900, fondò, divenendone il direttore, «Il Dovere», organo dell'Unione Dei Partiti Popolari di Gallipoli, espressione delle masse popolari. La sua opera, sociale e politica, è oggi rintracciabile nelle centinaia di lettere, articoli, saggi sul socialismo ecc. che egli ci ha lasciato sullo «Spartaco», su «Il Dovere», e su altri giornali ed opuscoli. E accanto a questi non vanno dimenticati altri nomi che qui riprendo parafrasando alcuni scritti del leccese Pietro Palumbo (cfr. «La Democrazia». Strenna per il 1911, anno XII,, n. 1-2, pp. 9-11, articolo ripreso e pubblicato in “Lecce e Garibaldi”, Capone editore 1983, pp. 7-13); del neretino Pantaleo Ingusci (cfr. «Puglia Letteraria», anno II, 1932, n. 5, 31 maggio, p. 5; articolo ripreso e pubblicato in Lecce e Garibaldi, Capone editore 1983, pp. 15-19), del leccese Amilcare Foscarini (cfr. «Puglia Letteraria», anno II, 1932, n. 8, 31 agosto, p. 5; articolo ripreso e pubblicato in “Lecce e Garibaldi”, Capone editore 1983, pp. 21-30).

- Cesare BRAICO, di Brindisi, garibaldino fra i Mille, aveva combattuto nel 1848 sulle barricate a S. Brigida a Napoli, successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari fu condannato a 25 anni di galera. Soffrì il carcere duro borbonico assieme a Sigismondo Castromediano e a Luigi Settembrini. Dopo 11 anni di carcere fu esiliato fuori dall’Italia. Riparò a Londra dove per bocca dell’altro suo compagno Giuseppe Fanelli ricevette il saluto di Giuseppe Mazzini.

- Giuseppe FANELLI, di Martina Franca, garibaldino fra i Mille che partì da Quarto per la Sicilia (famoso il coraggio dimostrato durante la battaglia di Calatafimi), repubblicano mazziniano della prima ora, difensore della Repubblica Romana del 1849, dove combattè sotto il comando politico di Giuseppe Mazzini. Fu anch’egli uno dei responsabili della Giovine Italia  in Terra d’Otranto.

- Vincenzo CARBONELLI, di Taranto, garibaldino fra i Mille, repubblicano mazziniano della prima ora, partecipò il 15 maggio 1848 ai moti insurrezionali di Napoli, anch’egli difensore della Repubblica Romana e propagatore degli ideali mazziniani in Terra d’Otranto.

- Nicola MIGNOGNA, di Taranto, garibaldino fra i Mille,  il 5 maggio 1860 fu, assieme a Crispi, Rosolino Pilo e La Massa, tra gli organizzatori della spedizione da Quarto alla volta della Sicilia. Repubblicano mazziniano della prima ora, nel 1836 si era affiliato alla Giovine Italia diffondendone gli ideali nelle provincie napoletane. Nel 1848 combattè a Monte Calvario a Napoli, successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Venne processato assieme ad Antonietta de Pace. Lavorò spesso a fianco di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Fino alla fine dei suoi giorni rimase un convinto repubblicano.


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