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Buon viaggio nel villaggio PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Martedì 14 Giugno 2016 20:32

[Riportiamo di seguito la Prefazione all'ultimo volume di Paolo Vincenti, L'osceno del villaggio, Argomenti Edizione, Lecce 2016]

 

C’è sicuramente un mio piccolo ‘alter ego’, riconoscibile e forse neanche così piccolo, in Paolo Vincenti, scrittore ottimo, e congiuntamente poeta, per quel suo modo lieve e forte, e spesso anche lirico, d’osservare e raccontare il mondo e la vita: con cortesia e armonia, con acutezza, ma anche con ironico e sapido senso del gioco. Così come ho già fatto anch’io, e faccio ancora, forse più con la matita che con la penna, ma il concetto, infine, non cambia di molto.

Spero, e ne sono anzi certo, che l’accostamento gli sia gradito. D’altronde, l’avermi invitato a leggere/scrivere di lui lo comprova.

Più leggo Paolo, più egli evoca le mie mai perdute giovinezze e curiosità, con varie analoghe sperimentazioni letterarie di ieri come di oggi, sempre foriere di scoperte, conoscenze, sorrisi, conquiste e coscienza critica, proponendole intanto senza speciose accademie, per congenito e schietto piacere personale, e sempre congiunte al sanguigno desiderio di condividerle serenamente con il lettore, come in un incontro di festa.

 

Rabdomante di parole sorgive – quelle che servono per umettare appena la mente e il cuore, lasciando a chi legge ogni libero variabile completamento con le proprie modulazioni sentimentali – è Paolo Vincenti. Egli ha il pregio non comune di attrarre alla sua scrittura e alle sue folgoranti ispirazioni, chiunque vi si accosti, per volere o per caso, producendo un’istintuale commistione di emotività, curiosità e sapere, e rilasciando infine, tramite l’incanto delle parole, un senso quasi tattile di arricchimento e rigenerazione.

Una dovizia offerta a piene mani, generosa e sincera.

«La sperimentazione continua, forse un’ansia sempre insoddisfatta» – rivela Paolo – «mi portano a scrivere testi molto diversi fra loro, e rendono difficile riunire materiali eterogenei in una raccolta che abbia caratteri di organicità, unicità, completezza».

Mi permetto di dissentire. Proprio nella diversità ed eterogeneità io trovo, invece, una sorta di affascinante (e assai colto) fil rouge, che lega solidamente quei preziosi e pur dissimili appunti, osservazioni, riflessioni, arguzie o note di costume, elevandoli da misurati ‘frammenti’ a corposi ‘sentimenti’ di vita, in un’organica ed elevatissima testimonianza esistenziale-umanistica. Lo registra ampiamente questo libro perfetto (dal pregnante e caustico titolo L’osceno del villaggio), che a buon diritto si pone accanto alle opere migliori di altri autorevoli saggisti, scrittori e maestri di letteratura o di giornalismo moderno.

In più c’è la musica.

È l’altro fil rouge che collega e perfeziona le variegate proposizioni di Paolo Vincenti, sempre o quasi introdotte dai versi di un cantautore dei suoi preferiti (Dalla, Vasco Rossi, Paolo Conte, Venditti, Vecchioni, Jovanotti, Bennato...). Non un semplice vezzo, bensì una motivazione aggiuntiva – quando non perfino ispiratrice – per meglio e più consistentemente avviare e sviluppare le proprie tematiche, tanto da considerarla «...una compagna di viaggio preziosa per me da una vita, al pari della letteratura».

Ben oltre i contesti specifici (in qualcuno entreremo a curiosare volentieri più avanti), emerge decisa, e quasi prepotente, la sensibilità di Vincenti per fatti di cronaca non effimeri né banali; o per storie di vita agra che rilasciano tracce di amara dolcezza; ma anche per eventi che sommuovono la coscienza e partecipazione civile, in un’analisi energicamente espressa e utilmente partecipata, trasfondendo i propri umori, sentimenti, rabbie, speranze o ragioni al proprio lettore: il quale, come nel classico concetto espresso da Indro Montanelli, è per chi scrive il vero compagno e giudice ultimo.

Pur nella consapevolezza del proprio valore, fa altresì onore a Paolo Vincenti la sua umiltà di fondo. Confida: «Anche se a volte affronto temi di drammatica attualità, lo faccio con il sorriso sulla bocca, con la leggerezza di chi non si prende mai sul serio. Io intendo la letteratura come intrattenimento e divagazione... E sempre, anche quando affronto temi particolarmente importanti, mi ritengo un disimpegnato. Il mio approccio ai fatti di cronaca e di politica, ai mezzi di comunicazione, all’invasione tecnologica, alla barbarie linguistica e alla deriva di questi nostri tempi, non è quello dell’accademico che non sono, certamente non è quello del sociologo o del filosofo, ma semmai quello del letterato...».

Si può credere a tale confessione d’innocenza? Certamente, sì. Senza riserva alcuna.

Se le modalità espressive di Paolo Vincenti sono fra le più moderne ed esemplari di una letteratura d’avanguardia, priva di orpelli formali e densa invece di contenuti e sollecitazioni (utili e fors’anche indispensabili a ‘sentire’ il mondo pulsante intorno a noi, in rapida e spesso non convincente evoluzione), l’essere intimo di questo scrittore giovane e antico è – molto naturalmente – uno scrigno esuberante di sentimenti da condividere in purezza e semplicità.

Come quando si tira tardi con gli amici ad aspettare l’alba, parlando liberamente di tutto e di nulla, sentendosi infine più solidi e fortificati. E, soprattutto, più uomini.

Forse oggi non ce la farei – come in passato ho fatto più di mille volte – a riempire la notte di parole e di pensieri, con un amico o con cento, nelle piane di maggese o di tabacco di Torrepinta o sulle scogliere delle Quattro Colonne di fronte al mare e al faro di Gallipoli o a Bordighera e a Tolentino (e in vari luoghi extra moenia, ma non estranei), o infine da moccioso nelle piane metapontine di San Basilio a Pisticci, con mio padre, esule per lavoro, che m’insegnava a riconoscere fra milioni di stelle il Grande Carro, l’Orsa Maggiore. Un nulla, allora, ci divideva dal cielo. Ed è lo stesso pensiero che mi sovviene ora, pensando proprio a quello che scrive Paolo Vincenti, e a come lo scrive. Con lui, e radunando altri eletti, riproverei probabilmente a fare ancora mattino, andando e riandando, in nessun dove e dovunque.

Certo, il Salento può stargli adesso troppo stretto. Adesso, dico, perché immagino che il suo furore letterario e quell’ansia sempre insoddisfatta di cui si diceva all’inizio lo pressino ora da molto vicino, lusingandolo a cogliere nuovi orizzonti. «Oltremare è l’anelito, il desiderio per rotte che nessun comandante ha tracciato, per traguardi che nessun equipaggio sa indicare o soltanto immaginare», scrive Paolo ai Salentini, e comunque a se stesso.

Quien sabe? C’è probabilmente un Ulisse in ognuno di noi.  Anche questo anelito verso l’avventura e l’inconoscibile è un altro segno del mio ‘alter ego’ in Paolo. Ma non avrei consigli da dare. Ognuno è se stesso. Una è la scelta. Quello che sicuramente posso offrire, a lui come ai suoi fedeli e sempre ammirati lettori di cui mi sento parte, sono alcune mie illustrazioni e vignette (alcune, credo, molto conosciute, altre del tutto inedite e specificamente realizzate per questo libro), con il serio proposito – mi auguro confortato dal gradimento di chi legge – di offrire un ironico, e a suo modo anche filosofico, complemento di divagazione.

Buon viaggio nel villaggio, cari amici.

 


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