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Bai bai Ingland – (domenica 26 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 27 Giugno 2016 09:19

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” e “Secolo XIX” di domenica 26 giugno 2016]

 

Ho coordinato un progetto europeo con 22 stati di tre continenti. Abbiamo sempre scritto e parlato inglese. Quando eravamo insieme e parlavamo, i più difficili da capire erano proprio i madrelingua inglese. E succedeva che, tra noi, ci capivamo usando l’inglese come matrice di termini francesi, tedeschi, italiani, arabi, spagnoli, greci. Gli unici a non capire erano gli inglesi. Le parole tecniche, nella scienza, sono spesso di derivazione latina e greca, e gli inglesi le usano con goffaggine.

L’Europa è tenuta assieme dall’inglese. Forti di questo, gli inglesi, a causa della rilevanza pratica della loro lingua, pensano di essere superiori e di non aver bisogno di imparare altre lingue. Noi abbiamo imparato l’inglese, e lo ha fatto il resto dell’Europa, e del mondo, e questo ci ha sprovincializzato. Loro, forti di una lingua internazionale, si sono provincializzati. Inoltre hanno scelto di vivere con la finanza, e non con l’economia: sono entrambe inquinate (titoli tossici e industrie che avvelenano) ma l’economia può andare avanti anche senza la finanza, la finanza no. Il pane è economia, i soldi sono finanza. Non si mangiano i soldi, e se ti separi da chi produce il pane muori di fame, come Re Mida. Il libero scambio, la globalizzazione hanno favorito molto la finanza e certi settori economici. Ma le opportunità offerte dall’abbattimento delle barriere sono state sfruttate male, in favore dei profittatori e lasciando indifesi i popoli. Le fregature portano a spavento e a voglia di ritirarsi, di chiudere. Questo hanno fatto i vecchi inglesi, nell’illusione di un ritorno all’Impero Britannico. L’Europa deve imparare la lezione e deve compattarsi ancora di più, ora che gli inglesi hanno tagliato la corda. Continuiamo a parlare inglese per capirci e impariamo da loro cosa non si deve fare. Per fargli dispetto, cambiamo la loro lingua, oramai nostra, in una lingua fonetica come l’italiano. La prima volta che sono andato in Inghilterra dovevo andare in Gloucester Road. E dicevo “gloucester”, chiedendo indicazioni. Non mi capivano, poi l’ho scritto e immediatamente le persone si sono illuminate: ah, Gloste! E già, per loro Gloucester è Gloste. Se dico “Gloucester” a un francese quello mi capisce, e mi capisce anche un tedesco, o un norvegese. Un inglese no. Per confonderli potremmo dire alcune parole come sono scritte, e scriverne altre come sono dette. Noi capiremmo, loro no. Come hanno dimostrato con questo voto. E quindi grazie per la vostra lingua, continueremo ad usarla e a farla evolvere. Ora lasciateci andare avanti. Vi avevamo già concesso troppo, e non vi è mai bastato. Arrangiatevi. Bai bai, Ingland. Pensiamo, però, a quel 48% di inglesi che si sente in Europa. Tutta la nostra solidarietà. Pronti ad accogliervi.


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