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Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 10 Aprile 2011 12:37

Università: la valutazione è l’unica strada

 

Il Quotidiano ha pubblicato molti articoli sull’Università del Salento e i lettori e le lettrici che non hanno contatto diretto con la realtà universitaria avranno le idee molto confuse. Chi avrà ragione? Gli universitari che difendono a spada tratta la loro istituzione, o il ministro Fitto che denuncia sprechi e inefficienze? Sono un professore universitario, e per me l’Università è il posto dove si forma la parte del paese che detiene la conoscenza (attraverso la didattica), ed è il posto dove si produce nuova conoscenza (con la ricerca). Si tratta di ruoli importantissimi, e chi lavora nell’Università ha responsabilità grandi nei confronti del resto del paese. Ci sono due domande che chiedono risposta. Una è: l’importanza di questo ruolo è pienamente riconosciuta dal Paese? La risposta è: no. L’Università è stata riformata più volte, in modo contraddittorio e confuso, i fondi alla ricerca e alla didattica hanno subìto continui tagli, l’importanza data alla istituzione universitaria è andata via via diminuendo. Scarsa attenzione, quindi. L’altra domanda è: l’Università italiana assolve nel suo complesso a queste funzioni istituzionali? Da una parte la risposta è sì. Se i nostri cervelli migrano all’estero, significa che sono ben preparati. E quindi l’Università fa il suo dovere. Ma un’altra domanda potrebbe essere: quale percentuale dell’Università italiana fa il suo dovere? E qui le cose si complicano. I detrattori mostrano le cose che non vanno: il malaffare dei concorsi, gli sprechi di risorse in progetti velleitari, il proliferare di iniziative inutili. Altri, invece, si affannano a mostrare le cose che vanno bene, i fiori all’occhiello. Chi ha ragione? I professori universitari sono dei malfattori o sono dei santi? La verità sta nel mezzo, come spesso avviene. Ci sono realtà di alto livello (che vengono grandemente incensate, a volte) e ci sono realtà di basso livello (sulle quali o si tace o si gettano impietosi riflettori, a seconda della tesi da sostenere).

Il nodo da sciogliere è di tipo percentuale: quale percentuale dell’Università del Salento è “buona” e quale è “meno buona”? Il modo per definirlo è semplice, si chiama valutazione, una pratica  poco utilizzata in Italia. Noi siamo un paese che non ama le rese dei conti.  Mettiamo che la Provincia di Lecce faccia un accordo di programma con l’Università, e le dia tanti soldi. Alla fine dell’accordo ci deve essere una rendicontazione economica (e so che riuscire a farla è stata un’impresa difficilissima) ma ci deve anche essere una rendicontazione dei fatti. Cosa si è realizzato con quei fondi? Chi ne ha usufruito di più? Come li ha utilizzati? La Provincia è contenta di come sono stati spesi quei soldi? Dove sono i risultati? E questo deve valere per ogni centesimo erogato, da qualunque ente, pubblico o privato, a qualunque altro ente. Non importa se l’amministrazione è fatta bene, importano i risultati. Cosa è stato realizzato? I conti si possono anche far tornare, ma se le cose non sono state fatte si vede.

Ecco, questo esercizio non si fa molto spesso. Se si costruisce un polo tecnologico, tipo il Pastis di Brindisi, e questo fallisce, e l’Università deve pagare salate rate a coprire i debiti, ci si può chiedere: come mai quei finanziamenti sono andati a finire in quel modo? Vale la pena continuare in quella direzione? Se facciamo l’ISUFI e poi il progetto incontra mille difficoltà, e ancora la questione è irrisolta, cosa c’è che non ha funzionato? E, d’altra parte, si possono trovare cose che hanno funzionato molto bene, tipo il Progetto Catania-Lecce (che comunque qualche inefficienza l’ha avuta, basti pensare all’incompiuto Museo dell’Ambiente). Luci e ombre. Le malattie si curano facendo accurate diagnosi e poi predisponendo appropriate terapie. L’Università è ovviamente un pochino indisposta. La diagnosi si fa con la valutazione, e la terapia si fa rimuovendo le cause che generano insuccessi e inefficienze, e investendo dove ci sono dimostrate capacità di didattica e di ricerca. Università significa “sapere universale”, ma possiamo anche concedere che la nostra Università non abbia la possibilità di coprire lo scibile universale. Troviamo cosa sappiamo fare bene, e incentiviamolo. Troviamo i punti oscuri (ce ne sono...), con la valutazione di ricerca e didattica e decidiamo che fare. Potremmo investire su di loro se hanno importanza strategica (ma non con le stesse persone), oppure potremmo pensare di ridimensionarli drasticamente. Nessuno, ma proprio nessuno, è contrario a concetti tipo “premiare il merito” e “valutare attentamente e attuare la selezione”, ma poi, al momento di passare dalle parole ai fatti, nessuno vuole essere valutato e chi ha usufruito di grandi risorse vuole continuare ad averne, in barba a qualunque valutazione.

Chi ci “salverà” deve poter chiedere cosa vogliamo fare, deve poter chiedere di valutare e di scegliere dove investire. Quale è la vocazione di questa terra? Di cosa ha bisogno il Salento? Come può l’Università contribuire ad una crescita sana di questa terra? Ma poi: l’Università deve solo far crescere l’economia? E la Cultura, la Scienza di Base? Dove stanno le eccellenze (certificate da valutazioni rigorosissime)? La nostra Università è cresciuta in modo prorompente, soprattutto da un punto di vista quantitativo. Ora bisogna passare alla qualità, e l’unica strada, scusate se lo ripeto, è la valutazione. Non degli adempimenti amministrativi, ma delle realizzazioni vere, della produzione di cultura di livello internazionale.

Questo abbiamo il dovere di dare alla collettività che ci sostiene, e questo hanno il dovere di chiederci quelli ai quali chiediamo aiuto. Ora rimane un problema. Chi fa didattica e ricerca di livello internazionale rappresenta una minoranza o una maggioranza nella nostra Università? In un sistema democratico la maggioranza vince, ma se l’eccellenza, per definizione, è minoritaria, come si fa a farla prevalere in un sistema democratico? Un piccolo paradosso forse irrisolvibile. Se non lo risolveremo, però, la nostra Università ne risentirà in modo fatale. La furbizia per un po’ funziona, ma poi anche gli altri si fanno furbi, e si finisce come la Grecia che, per un po’, truccando i conti, è riuscita a stare a galla, per poi affondare, travolta dal suo stesso marasma. E ora, chi è chiamato a salvarla, chiede solide garanzie di cambiamento e di qualità, perché è stufo di erogare aiuti che vengono utilizzati per perpetuare l’esistente.

 

 

Ecologia a scuola... finalmente!

 

Lo ha chiesto Benedetto XVI, nel suo discorso di inizio d’anno: ci vuole più ecologia nelle scuole.  Da sempre, nelle scuole italiane (per fortuna) ci sono le olimpiadi della matematica, e quelle del latino. Sono queste le materie considerate “serie” nel nostro sistema educativo. Quelle che “insegnano a ragionare”. I ragazzi imparano la consecutio temporum e le equazioni differenziali, e questo farà di loro dei perfetti cittadini, però non sanno come mai ci sono così tanti problemi con l’anidride carbonica, anche se ne sentono parlare tutti i giorni, quando si parla di cambiamento climatico. Perché c’è più anidride carbonica nell’atmosfera? Oramai abbiamo imparato che dobbiamo preoccuparcene, ma non sappiamo veramente perché. Non sapere come funziona un ecosistema, oltre che definirci come ignoranti, ci rende anche pericolosi. Un valore aggiunto all’ignoranza “innocua” di consecutio temporum e equazioni differenziali. Perché se non sappiamo davvero quali sono i problemi che arrechiamo all’ambiente, magari non ci preoccupiamo davvero di alleviarli con il nostro comportamento. Ci vuole più ecologia nelle scuole. Il papa ha proprio ragione. Gli adulti sono culturalmente irrecuperabili, ma con i bambini si può fare. E allora perché non fare le olimpiadi dell’ecologia? L’idea è venuta a Alberto Basset, professore di ecologia presso l’Università del Salento e responsabile dell’Osservatorio su ecologia e salute degli ecosistemi mediterranei. La gara si svolge via internet, ed è sotto il controllo della Società Italiana di Ecologia. Sono tre anni che si svolgono queste olimpiadi, intitolate EcologicaCup. Quest’anno i temi sono stati: cambiamenti climatici, lagune, biodiversità, competizione. Si sono iscritte 93 scuole da 13 regioni italiane e, in un crescendo di difficoltà sempre maggiore, hanno risposto a centinaia di domande, tipo questa:

Il 2010 è l’anno della biodiversità. I governi devono dimostrare di avere attivato misure idonee per prevenire estinzione di specie. Ma abbiamo capito cosa è la biodiversità e cosa la controlla? Vediamo se trovi l’errore

A)  La biodiversità è la diversità tassonomica negli ecosistemi;

B)  La predazione, che è una interazione negativa tra popolazioni, generalmente favorisce la biodiversità;

C)  L’uomo utilizzando circa il 30% della produzione netta della biosfera causa direttamente una perdita di biodiversità;

D)  Le grandi metropoli sono ecosistemi con elevata diversità di specie nella biosfera

per chi non lo sa, l’errore è nella risposta A.

Per rispondere a queste domande i ragazzi hanno dovuto studiare, pensare, confrontarsi, discutere. Non ci sono cose da imparare a memoria, non c’è la regoletta da applicare. E molte cose non sono nei libri di scuola. I docenti diventano essenziali, nel guidare i ragazzi, e le fonti sono più nella rete che nelle biblioteche.

Ci sono state due graduatorie, una per le scuole e una per le squadre. La classifica e la descrizione della gara sono in rete:  www.ecologicacup.unile.it

L’Università del Salento è leader internazionale per le sue ricerche in scienze dell’ambiente, e dedica molta cura all’educazione ambientale: oltre all’Osservatorio su Ecologia e Salute degli Ecosistemi Mediterranei, ci sono il Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo, il Museo dell’Ambiente e l’Orto Botanico. Il risultato di questa intensa attività probabilmente si riflette sul territorio, perché le scuole salentine figurano ai primissimi posti nelle graduatorie. Una grande soddisfazione per l’ideatore dell’iniziativa, il presidente della Società italiana di Ecologia, il prof. Pierluigi Viaroli, dell’Università di Parma, consegnerà i premi alla cerimonia di premiazione, il prossimo 14 Maggio.

 

 

Le leggi della natura

 

Lunedi avrei dovuto partire per la Finlandia, per una serie di conferenze. Mi ha fermato il vulcano islandese. Non si vola in tutta Europa. C’è una lezione in tutto questo, ed è molto semplice: crediamo di essere così importanti e potenti, e invece basta un pochino di fumo per fermarci, una scossetta di terremoto, una frana, un’onda un pochino più alta del solito. Qualche mese fa ero sul Leonardo Express, per andare da Fiumicino a Roma, e ho iniziato una discussione “da treno” con un amico incontrato per caso... sul treno. Con lui c’era un signore molto serio che, per un po’, è stato a sentire le mie elucubrazioni sull’ambiente e sull’uomo. Ma a un certo punto il mare di castronerie che stavo dicendo (secondo lui) ha superato il limite ed è sbottato: tutto questo va contro le leggi dell’economia, e non si può scherzare su queste cose! Si devono valutare i costi e i benefici, e su questo si decide! Il resto sono chiacchiere! Io, ovviamente, chiedevo che nei costi fossero inclusi anche i costi ambientali, che gli economisti furbamente esternalizzano (una bella parola per dire: non considerano... tanto li pagano gli altri) nelle loro analisi. In quel momento, però, non volevo rispondere con sottili ragionamenti, e mi è venuta in mente un’obiezione che ha annichilito il mio interlocutore, come un diretto al mento. Eccola qui: se le leggi dell’economia e le leggi della natura entrano in conflitto, quali saranno quelle che prevarranno? Fine della storia. Non possiamo essere così arroganti da pensare che prevalgano le leggi dell’economia. Se infrangiamo le leggi della natura, a favore di quelle dell’economia, la natura ce la farà pagare cara, carissima. Anche in termini economici. Vuoi costruire una città vicino a un vulcano? Poi non ti lamentare se ti ritrovi una colata di lava nel soggiorno. Costruisci una ferrovia su un terreno franoso? Poi non ti lamentare se viene portata via (vi viene in mente qualcosa?).

Noi siamo parte della natura. E non possiamo essere così arroganti da pensare che sia lì al nostro servizio e che possiamo fare tutto quel che ci pare. Mi spiace. Il mondo non funziona così. Dobbiamo conoscere la natura, la dobbiamo rispettare, e ci dobbiamo adattare ai suoi ritmi, e alle sue leggi. Dobbiamo impararle, e dobbiamo costruire le nostre leggi rispettando le sue. Perché vengono prima delle nostre.

Pensiamo di essere importanti, pensiamo di poter dominare la natura, di soggiogarla ai nostri voleri, e se non si vuole assoggettare diciamo che è cattiva. Mi è rimasto in mente il concetto di natura matrigna, di leopardiana memoria. Concetto profondo e più complesso di quanto io lo possa adesso banalizzare, ma è questo che rimane in mente: la natura è cattiva, perché non fa quel che ci attendiamo da lei. E se le cose non vanno come ci attendiamo (tipo una gobba sulle spalle, e scarso successo nel corteggiare fanciulle), attibuiamo un volere malvagio alla natura.

Ma se io vado in Africa e mi avvicino a un branco di leoni che mangiano una zebra, e quelli mi attaccano e mi mangiano, sono loro ad essere cattivi o sono io che sono scemo? Lo devo sapere che i leoni non si disturbano. Lo devo sapere che le case non si costruiscono sulle dune a dieci metri dal mare, o vicino a un vulcano, o sopra una frana. Di chi è la colpa se il vulcano, o il mare, o la frana mi porta via la casa? Del vulcano?

Il mondo non è stato messo lì per soddisfare i nostri bisogni. Siamo di passaggio, e dobbiamo obbedire alle regole del gioco. Regole che, purtroppo, non vengono insegnate a Scuola, e neppure all’Università. Gli economisti, e gli ingegneri e tanti altri non conoscono le leggi della natura, perché non fanno parte dei loro programmi formativi. Se le conoscessero non ci avrebbero messo nei pasticci in cui ci troviamo ora. Intendiamoci, non sto dicendo che io le conosco. Ne conosco qualcuna, so che ci sono, che sono importanti. Ma molte cose ancora non le conosciamo. Ci siamo troppo concentrati su noi stessi, e abbiamo perso il contatto con la realtà, con il resto del mondo. Ci attendiamo dalla medicina che ogni causa di morte venga rimossa, e che non si muoia più! E ci attendiamo dalla tecnologia che un aereo ci porti a destinazione anche se c’è un vulcano in eruzione.

Questo vulcano ci sta dando una lezione di umiltà, e faremmo bene a comprenderla, e a cambiare il nostro modo di vedere il mondo, la nostra filosofia.

 

 

Salviamo l’Università, ma come?

 

Non è la prima volta che il Rettore dell’Università del Salento rivolge un accorato appello a chi potrebbe aiutare l’Università che dirige ad uscire dal pantano in cui si trova. Lo Stato ha diminuito le erogazioni e le Università di tutta Italia non riescono ad andare avanti. Questo è il risultato di una filosofia che vede le tasse come un male da rimuovere. Se diminuiscono le tasse diminuiscono i servizi (come l’Università). Meno tasse per tutti significa meno servizi per tutti, e poi saranno i pochi che hanno soldi a poterseli permettere. I nodi vengono al pettine. A parte la situazione finanziaria contingente, negli ultimi venti anni il sistema universitario italiano è stato sottoposto a continue riforme che lo hanno gettato nel caos. I politici locali, protesi a portare l’Università nel loro territorio, hanno innescato la corsa alle sedi decentrate, con una polverizzazione degli sforzi che rasenta la follia. Ci sono, quindi, moltissime colpe esterne all’Università che ci hanno spinto verso questo abisso.

Come professore universitario mi chiedo: ci sono responsabilità da parte della categoria? Il mio è il più bel mestiere del mondo: faccio quello che mi piace, non ho vincoli di orario, ho la massima libertà di operare, e non ci sono controlli. Un paradiso, basato sul senso di responsabilità. Molti di noi lavorano dieci o dodici ore al giorno e, tornati a casa, ricominciano a scrivere, a studiare. Quando non sono in sede girano il mondo a onorare il nome dell’Italia e del nostro Ateneo. Praticamente, siamo come fanatici tifosi di calcio che, invece di avere un altro lavoro, vengono pagati per guardare le partite, andare in trasferta, incontrare i calciatori, e magari allenare la squadra. Però so anche di molti che approfittano di questo stato di grande libertà per fare poco. Ci sono molte realtà, mi dicono gli studenti, in cui a lezione vengono mandati i dottorandi che, invece di fare ricerca, sostituiscono i loro “maestri” nella didattica. Ci sono docenti che vengono da “fuori” che non ci sono mai, e ce ne sono di “locali” che appaiono per pochi minuti, e poi “si ritirano” a studiare a casa. E ci sono professori che usano l’Università come trampolino di lancio per la loro professione privata, cioè per far soldi.

Nel nostro Paese, tutte le Università sono uguali. E tutti i professori universitari ricevono, a parità di carriera, lo stesso stipendio. Negli altri Paesi non è così. Ci sono università di serie A, dove si fa ricerca e didattica, e università di serie B, dove si fa didattica. Chi fa ricerca viene incentivato economicamente, mentre chi non ne fa riceve uno stipendio inferiore, e non ha a disposizione gli strumenti per fare quel che non fa (come invece avviene da noi). In Italia non esistono Università di serie A e Università di serie B. Però sappiamo bene che ci sono Università forti in certi campi, e deboli in altri. Ogni Università è un misto di serie A e di serie B. E’ un misto di aree in cui si fa sia ricerca di livello internazionale sia didattica, e altre in cui la ricerca è di livello nazionale, o regionale, o addirittura provinciale, e la didattica è di solito proporzionata al livello della ricerca. La nostra Università non fa eccezione a questa regola nazionale.

Domanda: saranno più i docenti che fanno ricerca di livello internazionale o gli altri? Risposta: gli altri. Se chi fa ricerca di livello internazionale è minoranza, visto che l’Università è gestita in modo democratico, chi determina le scelte strategiche? E’ ovvio, la maggioranza (gli altri)! Forse abbiamo contribuito a determinare questa situazione disastrosa. Non ce lo possiamo permettere più. Le risorse vanno ripartite in modo differente: basta soldi e strutture per la ricerca a chi non fa ricerca. Chi ha solide credenziali di ricerca va sostenuto, chi non le ha... che insegni e non chieda altro. E’ a questo che mirano le valutazioni, è questo il significato della formula “premiare il merito”. Come non si fanno le erogazioni a pioggia (in parti uguali a tutti) così non si devono fare i tagli a pioggia. Chi ha ricevuto molti fondi deve poter dimostrare di averli meritati. Ho sentito persone decantare i molti fondi acquisiti come se questo fosse un risultato. Ma se a fronte di molti fondi non ci sono adeguati prodotti della ricerca, quei fondi sono stati impiegati male!

Forse, a parte la folle ideologia che vede le tasse come un male da estirpare, c’è una logica dietro questa politica nei confronti dell’Università. Tremonti sta usando la strategia di “affamare la bestia” per farle accettare una razionalizzazione delle spese.

La strategia, in altre parole, dovrebbe essere: portiamo l’Università sul margine del baratro e poi, per salvarla, vediamo dove si trovano le punte di livello internazionale e sosteniamo quelle, potenziandole. E applichiamo i tagli dove i risultati della ricerca non soddisfano un livello qualitativo adeguato. Solo un disastro imminente potrà convincere i più a rinunciare ai loro privilegi. Se questo fosse vero, chi è chiamato ad aiutare l’Università con generose erogazioni dovrebbe chiedere: come verranno investiti questi soldi? A chi saranno dati? Per fare che cosa? Cosa è stato fatto sino ad ora in quell’area? Con quale successo?

Questo, ovviamente, scontenterebbe i più e verrebbe percepito come antidemocratico. Sarò limitato, ma non vedo altra strada, da associare al buon cuore di chi ci potrebbe aiutare. Se invece gli aiuti saranno ancora una volta a pioggia, prevedo che le richieste di salvataggio diventeranno sempre più frequenti. Un tempo questa strategia funzionava, si partiva a costo zero e poi si imploravano aiuti che, invariabilmente, venivano concessi. Ma pare che questo non sia più possibile. O l’Università andrà incontro a evoluzione, o andrà incontro all’estinzione.

L’ho già chiesto una volta, ma lo voglio chiedere di nuovo: riuscite ad immaginare Lecce senza la sua Università?


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