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Home Saggi e Prose Economia Il caso Brexit - (11 luglio 2016)
Il caso Brexit - (11 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 11 Luglio 2016 10:58

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 11 luglio 2016]

 

 

Il caso Brexit ha dato adito alle più ardite profezie sulla tenuta (o meno) dell’Unione Europea e, in generale, l’evento è stato interpretato come conferma di ciò che si era previsto, soprattutto da parte di economisti che sono convinti che certamente l’UE è destinata all’implosione o – variante di questa profezia – che è vi sono rilevanti rischi che ciò accada. Su questa linea, alcuni commentatori, che hanno ritenuto e ritengono che la crisi dell’Eurozona sia imputabile agli squilibri commerciali al suo interno, hanno stabilito che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione dipenderebbe dai crescenti squilibri commerciali che il Paese ha accumulato verso l’UE negli ultimi anni.

Seppure esiste evidenza empirica in tal senso, la causa di questi saldi negativi non può essere interamente attribuita all’adesione all’Unione (tanto più che il Regno Unito è al di fuori dell’Unione Monetaria e mantiene la sua sovranità monetaria), piuttosto è il segno di un crescente declino britannico in termini di produttività che ha cause prevalentemente endogene, come argomentato a seguire.

E’ davvero quindi difficilmente credibile che gli elettori britannici siano stati guidati nella loro scelta dalla consapevolezza dei crescenti squilibri commerciali che il loro Paese ha accumulato. Il reale risultato elettorale ci mostra semmai l’opposto, poiché sono stati proprio gli elettori meno colti e più anziani, e quindi meno consapevoli ed informati, a votare a favore della Brexit. D’altra parte, a ben vedere l’argomento dei crescenti squilibri commerciali, tranne poche eccezioni, è rimasto sostanzialmente ignorato nel dibattito politico sul “Leave”.

Queste analisi derivano dalla convinzione – che si vuole essere rafforzata dal voto britannico – che i problemi dell’Unione dipendono unicamente dagli squilibri commerciali al suo interno. Sia chiaro che si tratta di un problema, ma che, al tempo stesso, non è ovviamente il solo problema dell’Unione europea come si è venuta configurando e che, soprattutto, non si dà conto, trattando in tal modo il problema, né delle specificità di scelte di singoli Paesi né soprattutto del fatto che siamo di fronte a un evento mai verificatosi: un evento di enormi proporzioni, che non trova alcun precedente storico, tale da rendere sostanzialmente impossibile prevederne gli esiti. In più, il peggioramento del saldo delle partite correnti non si è avuto a ridosso del Referendum, ma è databile almeno al semestre precedente.

Un contributo in questa direzione, che non può che essere in questa sede un’analisi del tutto preliminare, rinvia ad altri fattori, che attengono alle cause remote e a quelle più prossime della scelta britannica.

1. A partire dagli anni ottanta, si è determinato, in Gran Bretagna e non solo, un crollo dei salari reali fondamentalmente imputabile alle politiche di precarizzazione del lavoro, seguite alla stagione delle privatizzazioni e al ridimensionamento del Welfare (con il conseguente aumento dei prezzi dei servizi sociali). Il modello proposto alla fine degli anni Settanta dal primo ministro conservatore, Margaret Thatcher, ha avuto pieno successo e si è consolidato in quel Paese ben prima degli altri Paesi dell’Eurozona.  Questo modello non è stato sostanzialmente modificato dai governi britannici che si sono succeduti negli anni novanta e, ancor più, nei primi anni duemila.

2. Si sono accentuati i processi di ‘finanziarizzazione’ che, in ambito europeo, hanno riguardato prevalentemente il Regno Unito e questi ultimi si sono associati a un forte impulso alla deindustrializzazione e, per conseguenza, alla riduzione dell’occupazione altamente qualificata, con conseguenze di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro.

3. Al tempo stesso, l’aumento delle diseguaglianze distributive su scala globale ha contribuito a generare imponenti flussi migratori che hanno riguardato soprattutto i Paesi ‘core’ del continente. In modo “razionale” o meno, i lavoratori britannici e i settori più marginali della società britannica hanno risposto a queste dinamiche provando, con il “Leave”, a difendersi. Brexit, in quest’ottica, è l’esito della paura dei lavoratori inglesi low-skilled della concorrenza degli immigrati. Queste crescenti tendenze xenofobe hanno alimentato la crescita elettorale dell’UKIP (United Kingdom Independence Party) di Nigel Farage che è risultato il primo partito britannico (con il 26,6% dei suffragi) alle elezioni europee del 2014 e terzo nelle elezioni generali del 2015 (con il 12,7% dei suffragi).  Parte del partito conservatore britannico ha cavalcato la stessa onda emotiva costringendo la leadership di David Cameron alla scelta  referendaria. A completare il quadro, la scarsa presa del Labour Party su parte del suo elettorato che non ha seguito le indicazioni a favore dell’UE date della leadership laburista.

Forse conviene partire da questi fattori per capirne qualcosa.

Il voto referendario del 23 giugno ha di fatto definito un nuovo particolare blocco sociale che lega insieme le elite conservatrici, nostalgiche del vecchio Impero vittoriano, e che si sentono più vicine al Commonwealth che al continente europeo, e i settori marginali della società britannica, minacciati dalla crescente concorrenza degli immigrati, resa possibile proprio dalla deregolamentazione del mercato del lavoro e dal peso crescente della concorrenza degli immigrati nei confronti dei working poor.


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