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Sindaca, certo. Il rinnovamento è anche questo - (17 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Domenica 17 Luglio 2016 12:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 17 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Un articolo di Luca De Carolis, pubblicato nel «Fatto quotidiano» del 3 luglio, si intitola: «Virginia Raggi, giunta nel caos. Beppe Grillo chiama la sindaca di Roma». Comincio a leggere l’articolo e trovo: «Ha osservato a distanza per giorni il caos della Roma a 5Stelle, con ansia. Ha chiesto informazioni sulle prime nomine, invocato spiegazioni sulla giunta che pare una tela infinita. E alla fine, di fronte al brutto intoppo, è intervenuto. Giovedì Beppe Grillo ha telefonato al sindaco Virginia Raggi e le ha recapito un messaggio chiaro: “Devi rimuovere il tuo vice-capo di gabinetto, non va bene, non ce lo possiamo permettere”».

Non entro nel merito della questione politica trattata nel pezzo giornalistico, ognuno avrà le proprie idee in proposito. Colpisce però che nello stesso articolo, a poche righe di distanza, si scriva una volta «la sindaca» e un’altra «il sindaco», sempre con riferimento alla medesima persona. In effetti dopo le recenti elezioni amministrative, che hanno visto prevalere, tra l’altro, Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, la stessa oscillazione (il sindaco ~ la sindaca) ricorre in queste settimane negli articoli di giornale, nelle trasmissioni e nei dibattiti televisivi, nelle conversazioni quotidiane. Sorge spontanea la domanda: quale è la forma corretta? come si decide? oppure è indifferente, ognuno può fare come gli pare? Il Direttore di «Repubblica» ha pubblicato su «twitter» la foto di un articolo del suo giornale dove è scritto: «il giorno delle sindache»; il «Corriere della sera» ha sentenziato: «E adesso chiamiamola sindaca», aggiungendo: «Evitiamo i pasticci, le formule scombinate e gli orrori grammaticali. La sindaca esiste e va chiamata sindaca».

Tutto risolto? Su questo punto sì, l’indicazione specifica è corretta: diciamo e scriviamo la sindaca, senza esitazione. Ma la questione è complessa, cerchiamo di capire.

Nella lingua italiana esistono non poche parole o espressioni che definiamo «ambigenere», possiamo declinarle al maschile o al femminile (le ha studiate un linguista che insegna a Catania, Salvatore Claudio Sgroi). Eccone alcune, abbastanza frequenti: amalgama ‘lega di metalli’ e anche, in senso estensivo, ‘mescolanza, unione di elementi diversi’; acme ‘punto culminante, apice’; asma ‘malattia dell’apparato respiratorio’; eco ‘fenomeno acustico’; interfaccia ‘sistema di connessione o di contatto (anche tra persone o organismi)’, botta e risposta ‘scambio serrato di battute, serie di domande e risposte incalzanti’.

Le risposte che vengono da grammatiche e vocabolari non sono tutte concordi, ma in larga maggioranza affermano che queste forme possono essere sia maschili che femminili. Ecco qualche esempio di uso reale, giornalistico o letterario, dove la concordanza oscilla, a volte al maschile e altre volte al femminile.

Per amalgama femminile abbiamo: «ottenere un’amalgama spessa, compatta e senza grumi»; «una fusione, un’amalgama, una mescolanza di diversi giochi»; «una perfetta amalgama»; «magica amalgama»; «sapiente amalgama di olive». Ed ecco amalgama maschile: «un perfetto amalgama di sesso», «un amalgama quasi perfetto», «un convincente amalgama di contrasti», «quel vasto amalgama», «imperfetto amalgama redazionale», «un amalgama spurio» (gli esempi ricorrono tutti nel supplemento domenicale del «Sole 24 ore»). Attenzione: word, il sistema di scrittura del computer, segnala come errore amalgama al femminile ma sbaglia, la variazione qui è ammessa!.

Ecco le oscillazioni di asma in autori importanti della nostra letteratura. È femminile: «Ivi l’asma tornava ad essere violenta» (Pellico); «Egli respirava il loro alito con un’asma crescente» (Oriani); «gli giaceva accanto [...] con l’asma nervosa» (Pirandello). Ma può essere pure maschile «sono stato assalito per la prima volta della mia vita da un vero e legittimo asma che m’impedisce il camminare, il giacere e il dormire» (Leopardi).

Ed ecco, per concludere, le fluttuazioni di «botta e risposta». Femminile: «Dopo qualche altra botta e risposta» (Manzoni). Maschile: «quel caratteristico botta e risposta» («Corriere della Sera»); «nuovo atto del botta e risposta tra Barbara Berlusconi e Maurizio Costanzo» («Corriere della Sera»); «un botta e risposta durato quasi un mese» («Corriere della Sera»), «il botta e risposta mi stanca» (Piovene).

Se per alcune parole o espressioni l’alternanza femminile ~ maschile è ammessa nella nostra lingua, perché preferire la forma femminile la sindaca? Di conseguenza, è errato scrivere la sindaco?

No, non è proprio errato, è sconsigliabile, vedremo perché. Gli errori senza appello sono altri, li troviamo perfino nelle cronache parlamentari. Recentemente il capogruppo del «Movimento cinque stelle» al Senato così si è rivolto al presidente Grasso: «Se potrebbe cortesemente controllare»; corretto in coro da altri senatori: «Potesse!», Castaldi senza fare una piega ha continuato il suo intervento. Un altro senatore così interviene in una seduta: «Mi scuso per la mia ignoranza avvalorata in questo caso da una praxi millenaria, e cioè una donna, questo me lo concederete, se la scienza, gli operatori pissicologiche infantile e dei disturbi comportamentali non sono stati interpellati, non credete che azzardiamo uno sconfinamento di competenza irresponsabile?». Non faccio il nome di questo rappresentante del popolo che così si esprime nell’aula del Senato, cercate in rete se volete, probabilmente lo ritroveremo in una imitazione di Crozza. Alcuni amici che vivono in Gran Bretagna mi dicono che lì l’uso corretto della lingua (inglese) è uno dei fattori utilizzati per stabilire la collocazione sociale degli individui (non conta solo la ricchezza). Per alcune cose potremmo prendere spunto da quel paese, anche se la maggioranza decide sciaguratamente di uscire dall’Europa!

Torniamo al nostro tema. Se suggeriamo di preferire la sindaca (al femminile) vengono a galla questioni delicate, che riguardano non le parole ma i rapporti tra le persone. Sullo sfondo c’è il problema della discriminazione di genere: spesso per alcune professioni che da poco sono anche appannaggio delle donne, forse per pigrizia, si continua a usare il maschile, anche con riferimento a protagoniste femminili (ce lo ricorda Cecilia Robustelli, che insegna Linguistica italiana all’università di Modena): «il magistrato Ilda Boccassini», «l’avvocato Giulia Buongiorno», «il ministro Stefania Giannini», ecc. Qualcuno obietta che «magistrata», «avvocata», «ministra», «rettrice» “suonano male”: ma cosa vuol dire? Guardiamo ancora: Maria Elena Boschi vuole essere definita «ministro»; ma Laura Boldrini nel sito del Parlamento si definisce «la presidente»; nel sito ufficiale di un sindacato leggo: «Susanna Camusso, segretario generale della CGIL» (e il maschile «segretario» si ripete più volte, riferito alla stessa); ma sempre in rete trovo: «Valentina Fragassi, prima donna a ricoprire quel ruolo, è stata appena eletta Segretaria Generale della Cgil Lecce».

Usare la lingua in modo adeguato non è un vezzo italiano, tutt’altro. In Francia si dice regolarmente «la ministre», «la présidente», «la juge», «la conseillère»; in Germania Angela Merkel è «kanzlerin», una ministra è «ministerin». In Spagna hanno normalmente «la presidenta», «la profesora», con l’autorità che viene dalla «Real Academia Española» (un po’ come da noi l’«Accademia della Crusca»). Chi sceglie sindaca adopera con efficacia le risorse flessive a disposizione dalla nostra lingua: sindaco/sindacaavvocato/avvocatapostino/postina, ecc. seguono la normale alternanza di genere maschile ~ femminile, espressa attraverso le uscite -o e -a. Non diciamo già, senza problemi, maestra, infermiera, modella, cuoca, professoressa, ecc.? Perché dovremmo scandalizzarci di fronte a sindaca o a ingegnera? La società cambia, le donne raggiungono posizioni e professioni un tempo a loro precluse (importa che agiscano bene, magari meglio degli uomini); la lingua, opportunamente, ne prende atto. A noi spetta di adeguarci ai tempi, semplicemente. Se vogliamo, è anche questa una manifestazione del «politicamente corretto» di cui abbiamo parlato la scorsa settimana.

 

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