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Quel che posso dire… 20. Servizio militare PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 18 Luglio 2016 16:36

["Il Galatino" anno XLIX - n. 13 dell'8 luglio 2016, p. 4]

 

“E’ la cosa migliore che ci sia toccata!” disse Frédéric.

“Già, forse è proprio così. E’ la cosa migliore che ci sia toccata!” disse Deslauriers.”

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale.

 

I più giovani oggi non lo sanno, ma ci fu un tempo in cui la naia era obbligatoria. Quando arrivava la cartolina-precetto, se non avevi diritto al rinvio, qualunque cosa stessi facendo, dovevi lasciarla a mezzo e partire per la caserma assegnata. A me toccò una caserma di Salerno, dove per un mese avrei ricevuto l’addestramento prima di esser inviato alla mia destinazione definitiva. La sera, io e un mio amico uscivamo dalla caserma appena suonava l’ora della libera uscita e andavamo verso il centro cittadino, fermandoci ad ogni bar che incontravamo: una volta offrivo io e una volta offriva lui; e siccome questo accadeva sia all’andata che al ritorno, di solito tornavamo in caserma più che brilli, sebbene sempre con le nostre gambe. Se si considera il ruolo che in ogni guerra gli alcolici hanno giocato nel tenere alto il morale degli eserciti, si può capire meglio come questa fu la parte più importante del mio addestramento militare.

L’ultimo giorno prima del trasferimento, che ci avrebbe separati, io e il mio amico eravamo usciti di caserma al primo suono della campana e come al solito avevamo visitato diverse chiese, prima di arrivare sul lungomare. Era una sera di marzo piuttosto umida a causa del vento che veniva dal mare e sembrava sporcare tutte le cose. Avevamo appena finito di cenare in una nave-ristorante, dove spesso ci recavamo per mangiare qualcosa di alternativo al vitto della mensa e anche perché, incluso nel prezzo, potevamo usufruire dei bagni, giacché ancora non eravamo riusciti ad abituarci ai bagni turchi della camerata. Passeggiavamo in una zona piuttosto buia del lungomare, su cui sboccavano stradine piene di auto parcheggiate. Si parlava della nostra destinazione: io sarei andato non molto lontano, a San Giorgio a Cremano, e lui a Lecce. Il mio amico era tutto contento perché lo avevano mandato a casa! Si parlava di queste cose, quando lui mi indicò una donna ferma sotto un pallido lampione all’angolo di una di quelle stradine; da lontano si vedeva che era in minigonna con tanto di borsetta e sigaretta, e sembrava in attesa di qualcuno. “Perché non ci andiamo?” mi disse, e subito partì in avanscoperta. Confabulò per qualche secondo con la donna e poi tornò da me. Era cosa fatta! Seguimmo la magra silhouette che avanzava davanti a noi sui tacchi a spillo per una via piuttosto angusta e buia e poi per vicoli sempre più intricati, da cui non facilmente sarei stato capace di tornare indietro; la seguimmo fino ad una stamberga al primo piano di uno stabile fatiscente e ancora puntellato con assi di ferro per gli effetti del terremoto di otto anni prima. Salimmo per una scala strettissima e scarsamente illuminata. All’amico chiesi che mi desse la precedenza. Lui mi fece l’occhiolino, il che significava che acconsentiva, perché comprendeva la mia esigenza di dare sfogo a una lunga astinenza; in realtà, mi ripugnava l’idea di stare con una donna che un attimo prima s’era data ad un altro.

Mentre l’amico sedeva sul pianerottolo, io seguii la donna dentro la stanza, in mezzo alla quale era appesa ad un filo una lampadina dalla luce fioca, che doveva servire probabilmente a creare l’atmosfera, poiché proiettava la sua luce sopra un materasso, che mi sembrò alquanto sporco. Fu allora che vidi in faccia la donna: era una vecchia rugosa di almeno sessant’anni e mostrava più di un segno della decrepitezza incipiente: la carne flaccida e scura, le ossa dello sterno sporgenti, il seno cascante… Subito si scosciò sopra il materasso, aprendosi davanti a me e dicendomi: “Jamme, bello, jamme: facimme an pressa”. Poi mi tirò a sé, dimenandosi, suppongo per farmi eccitare, e passandosi la lingua sulle labbra increspate piene di rossetto; e tanto si dimenava che ad ogni movimento del suo corpo corrispondeva un sobbalzo del tavolaccio su cui era poggiato il materasso, e ad ogni sobbalzo un rumore battente talmente forte che una scossa di terremoto sarebbe passata inavvertita. Io ero brillo, ma ancora padrone di me: che ci facevo in quel posto? E subito a questa domanda si sovrappose l’altra decisiva: che cosa dovevo fare per liberarmi di quella donna? Le dissi: “Lasciamo stare” e contemporaneamente tirai fuori la somma di denaro che il mio amico aveva pattuito e gliela diedi. La donna prese i soldi e, non sapevo se delusa in quanto donna o contrariata in quanto professionista, insisté perché mi servissi di lei nei modi che avessi più gradito; ma io volevo solo andare via, e così mi tirai su i calzoni e uscii fuori dalla stanza, sul pianerottolo, dove il mio amico stava seduto sulla panca in attesa di darmi il cambio. Ero rimasto dentro non più di cinque minuti. Lui ci rimase circa dieci e dopo si disse contento per come erano andate le cose. Ma io ci credetti poco, e oggi ci credo ancor meno, se solo ripenso a come era brutta e laida quella donna!


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