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Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Charm English. L’esterofilia salta in bocca - (24 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Mercoledì 10 Agosto 2016 12:42

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di domenica 24 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Il sito www.funzionepubblica.gov.it rende note le iniziative del Governo italiano, Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione. Vi leggo: «Abbiamo mantenuto la promessa. Il Foia è legge - ha sottolineato il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia» e per un momento rimango sconcertato. Non mi colpisce tanto l’uso del maschile «ministro» riferito a Marianna Madia, ci siamo abituati. Abbiamo visto già nella scorsa puntata che resistenze ad usare le parole che sottolineano l’avvento di donne in nuove professioni o in importanti funzioni pubbliche («ministra», «sindaca», «magistrata», ecc.) persistono anche nell’universo femminile; incomprensibilmente, perché le donne dovrebbero essere disponibili alle innovazioni lessicali che testimoniano questi importanti mutamenti sociali. No, resto perplesso di fronte alla parola «Foia» di cui ignoro il significato (si tratta, evidentemente, di una legge ma non so su cosa). Continuo a leggere e finalmente capisco: «Con il decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione, approvato definitivamente, l’Italia adotta una legislazione sul modello del Freedom of Information Act. I cittadini hanno ora diritto di conoscere dati e documenti in possesso della pubblica amministrazione, anche senza un interesse diretto […] Il FOIA [tutto maiuscolo, adesso va meglio, si tratta di una sigla] può garantire la massima trasparenza della PA e la più ampia partecipazione dei cittadini, che possono esercitare un controllo democratico sulle politiche e le risorse pubbliche. L’impegno sulla trasparenza - ha concluso Marianna Madia - non finisce qui. A breve, con un metodo che sin qui ha funzionato, coinvolgeremo le realtà della società civile sull’open government [accidenti, perché l’inglese? per un momento vacillo!] e apriremo un percorso di confronto e lavoro comune».

Sono testardo, voglio saperne di più, mi metto a cercare, trovo. Il «Freedom of Information Act (FOIA)» ‘atto per la libertà di informazione’ è una legge emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 durante il mandato del presidente Lyndon B. Johnson. Quindi: in Italia, nel 2016, abbiamo varato un provvedimento che favorisce una nuova forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici (provvedimento senza dubbio positivo nelle intenzioni e nelle finalità, la trasparenza è un bene) e l’abbiamo etichettato con una vetusta denominazione anglosassone, Freedom of information act o (ancor meno comprensibile) Foia. Alla faccia della semplificazione, verrebbe di commentare.

A scanso di equivoci. Non sto facendo polemica antigovernativa (il provvedimento è ottimo nelle intenzioni e nelle finalità, anche se per valutare bisognerà aspettare i fatti); ma è mio dovere, per il mestiere che faccio, rendere evidenti i difetti di comunicazione che implicano certe scelte linguistiche. Usare nomi o sigle inglesi per definire fatti o concetti italiani è sbagliato: i parlanti, almeno in parte, correranno il rischio di non capire, di conseguenza non potranno giudicare e decidere con la propria testa. Vien meno la trasparenza, ne risulta compromessa la democrazia reale.

Ho voluto fare una verifica, ho provato a chiedere ai miei studenti se conoscevano il significato preciso di Jobs Act. Molti erano completamente all’oscuro; qualcuno ha parlato di ‘riforma per il lavoro’, interpretando la -s finale come plurale della parola inglese job ‘lavoro’; nessuno sapeva che si tratta di una sigla per «Jumpstart Our Business Startups», iniziativa americana mirante a favorire creazione di posti di lavoro e crescita economica con il ricorso a forme di capitale pubblico.

Gli anglicismi dannosi e oscuri sono numerosi, nessuna parte politica ne è esente. Dopo che a lungo si è parlato di spending rewiew (meglio «revisione della spesa pubblica») negli ultimi mesi il parlamento ha discusso di stepchild adoption: in una coppia di omosessuali il figlio naturale di uno (/ una) dei (/delle) due componenti viene adottato dall’altro (/dall’altra). In quest’ultimo caso non sono stati i politici a coniare l’espressione quasi incomprensibile, per primi l’hanno adottata i giudici del tribunale dei minorenni di Roma. Ma non sarebbe stato più chiaro «adozione del figlio del partner»? non avremmo tutti capito meglio? E al pervasivo spread non potremmo sostituire efficacemente differenza? E infine: quanti tra noi conoscono il significato di bail-in di cui si parla oggi per le crisi delle banche e per i rischi che corrono coloro che in banca mettono i loro risparmi, anche modesti e modestissimi? Non è che dicendo bail-in ci vogliono fregare, non capiamo di cosa si tratti e così stiamo tranquilli fino al disastro?

Per fortuna crescono le manifestazioni di insofferenza per questi abusi, insulti all’italiano e alla nostra intelligenza. Un giornalista come Beppe Severgnini, che ama la cultura anglo-americana e frequenta costantemente Stati Uniti e Regno Unito (compresi esclusivi circoli londinesi, lo dice lui stesso), così scrive efficacemente (ce lo ricorda Luca Serianni, che insegna a Roma-La Sapienza):

«Ogni tanto penso che, in Italia, ci siamo cotti il cervello. Poiché sappiamo cucinare, resta saporito: ma non basta. Una società che affida a una lingua straniera le tre principali novità economiche e finanziarie, qualche problema ce l’ha. Avevamo accettato (sorridendo) spending rewiew, preferito – chissà perché – a «revisione della spesa». Stavamo digerendo Jobs act, che è poi una legge sul lavoro. Ora Quantitative easing per dire «immissione di liquidità». E poiché non era abbastanza criptico, usiamo la sigla Qe, fino a ieri una nave da crociera (Queen Elisabeth, Canard Lines). Chiedete sul tram, al mattino presto, cosa pensano del “chiu i” (si pronuncia così. Se vi schiaffeggiano, avranno una riduzione della pena».

Un morbus anglicus si è insinuato nella nostra lingua, lo affermò anni fa un famoso storico della lingua, Arrigo Castellani. E non accade solo in politica o in economia. Anche l’università (che dovrebbe valorizzare la nostra storia e la nostra cultura) non si sottrae al morbo: moltissimi atenei si muniscono di student service, attraverso un customer service misurano la customer satisfaction (come se gli studenti fossero dei clienti!); per le più svariate esigenze chiedono che gli studenti (ma anche i professori e il personale amministrativo) compilino correttamente un format (invece che un modulo). Nella comunità scientifica si usa impropriamente call per indicare un ‘invito a partecipare a un congresso’ e i professori quando fanno la relazione distribuiscono un hand-out (potrebbero dire fotocopia o riassunto) o proiettano delle slide (potrebbero dire diapositive o immagini).

Non va meglio nella vita quotidiana. Il nostro italiano, parlato e scritto, è segnato dalla presenza eccessiva dell’inglese. Senza accorgercene usiamo parole inglesi quando avremmo a disposizione forme italiane perfettamente funzionali e anche più comprensibili. Abusiamo di parole come body-guard (invece di guardia del corpo), e-commerce (invece di commercio elettronico), food e drink (come se in italiano non esistessero cibo e bevanda), selfie (invece di autoscatto; selfie si fanno gli imbecilli davanti alla “Promenade des Anglais” della strage di Nizza!), sono onnipresenti e insopportabili location (invece di collocazione, sistemazione) e mission (invece di missione, scopo). Perfino sul nostro giornale, solitamente attento all’uso della lingua, trovo street control (invece di controllo stradale), ma si stratta del modo di esprimersi di un intervistato.

Intendiamoci: nessuno propone l’autarchia lessicale, come si tentò nel periodo fascista, sappiamo bene che non esistono lingue pure, le lingue sono tutte strutturalmente mescolate; né si vuole praticare la strada della xenofobia indiscriminata, eliminando dall’italiano le parole di origine straniera che vi vivono da secoli. Sarebbe stupido, oltre che impossibile. Decine, anzi centinaia di parole inglesi (o anglo-americane) sono diventate patrimonio usato dagli italiani nelle comunicazioni abituali e fanno parte della nostra lingua. Chi vorrebbe rinunziare a parole come computer, jazz, baby-sitter, laser, mail, spot e tante altre di tutti i giorni?

La questione è un’altra. Non tutti gli anglicismi che usiamo correntemente sono davvero necessari; non è così, la lingua italiana possiede in sé le risorse necessarie a comunicare nelle diverse situazioni della vita. Usiamo troppi anglicismi, spesso inutili e poco comprensibili: segno di scarsa sensibilità linguistica e anche di scarso amore per la nostra lingua. Del resto siamo abituati a sottovalutarci: ci sentiamo italiani quando (a ragione) apprezziamo le imprese sportive della nostra nazionale di calcio ma troppo spesso ignoriamo i meriti della nostra cultura e della nostra storia (che tanti invece all’estero ammirano). Non va bene essere iattanti ma neppure va bene flagellarci a torto.

Per fortuna ci sono segni di reazione. Li vedremo nella prossima puntata.

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