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L'osceno del villaggio ovvero il moderno giullare di corte PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Giuseppe Orlando D'Urso   
Venerdì 12 Agosto 2016 09:13

L’osceno del villaggio di Paolo Vincenti si presenta come un libro perfettamente inutile: ma inutile per gli apatici, per gli abulici, per coloro che vivono senza interessi, non preoccupandosi invece di essere criticamente e consapevolmente partecipi dei fatti e dei comportamenti propri e degli altri; incapaci di mettere in funzione la propria materia grigia; per chi trascorre tutta la sua vita in un dolce riposo mentale.

A differenza delle sue ultime pubblicazioni, NeroNotte. Romanza di amore e morte e L’ombra della madre, L’osceno del villaggio non è un romanzo, ma la raccolta di 53 interventi pubblicati su diverse testate giornalistiche o sul web tra il 2014 e i primi mesi del 2016, che sarebbe più corretto definire “libere associazioni mentali” sollecitategli da quel demonietto che abita in lui che lo porta a dare una sua lettura personale ai fatti di cronaca, ai ricordi della propria adolescenza, ai comportamenti che ci sono abituali e ai quali ci siamo assuefatti, prodotti dalla nostra inconsapevole stupidità e che a ben guardarle appaiono “osceni”…

Uno scrittore, un intellettuale, un operatore culturale poliedrico, vulcanico, con uno stile e un approccio tutto personale, tra il goliardico, lo sperimentale, il classico, il censore ironico, il bastian contrario. In poche parole: un moderno giullare di corte, dove però la corte altro non è se non “il villaggio globale”…

Gli antichi giullari di corte sono state figure rilevanti nella storia non solo della cultura, ma anche in quella della società, perché da emarginati come lo erano fino al XII secolo, successivamente, da mimi e istrioni, diventano poeti, sono persone colte padrone del latino e delle tecniche poetiche, conoscono le tradizioni e le leggende che rielaborano in versi, segnano il distacco dalla formazione ecclesiastica portando ventate di laicità, esprimono le aspirazioni della loro epoca; saranno poi parte integrante delle corti feudali per allietare i principi durante i loro ozi e le feste.

Lo facevano in tante maniere, non solo cantando, suonando e recitando, ma anche e soprattutto diventando spregiudicati, scanzonati, caricaturali, permettendosi quindi il lusso di ironizzare sui comportamenti della corte, sullo stesso principe.

Al giullare tutto era concesso e godeva di una specie di immunità, per cui, assumendo la maschera dello scemo, poteva permettersi il lusso, di dire scempiaggini, ma con il suo dire rivelava le contraddizioni, i capricci, le magagne, gli intrighi, le oscenità che avvenivano nella corte.

Il giullare era una figura poliedrica: poeta, attore, cantastorie, affabulatore, animatore di feste e festini, ironico castigatore di costumi.

Paolo Vincenti possiede e padroneggia tutte queste caratteristiche: ergo, è un giullare, non ne veste i panni, lo incarna.

Paolo Vincenti, da buon poeta, scrittore e affabulatore, gioca tra “lo scemo del villaggio” e “l’osceno del villaggio”.

Lo “scemo del villaggio” è una persona di scarsa intelligenza, oggetto di scherzi e lazzi; uno che parla a vanvera.

Nel villaggio di una volta, grande o piccolo che fosse, di “scemi” c’era un numero abbastanza limitato; oggi, nel “villaggio globale” sono spaventosamente aumentati e con l’avvento poi di Internet, dei social, di WhatsApp, ognuno si sente legittimato, in nome di una mal compresa “libertà di parola” ad intervenire, esprimere giudizi, commentare, condividere o dissentire su fatti solo su reazioni viscerali.

La televisione è piena di “scemi del villaggio” e sulla loro perenne presenza si fa affidamento per aumentare l’audience; ancora più numerosi lo sono nel mondo del web, ove la rete è piena di bloggers che con i loro commenti, oltre ad essere sgrammaticati e sintatticamente incomprensibili, dimostrano la più totale assenza di minima conoscenza delle complessità che certi temi comportano.

Anche Paolo Vincenti usa il web, ma i suoi interventi sono pregni di analisi critica; la lettura dei fatti, la loro riproposizione è frutto di riflessioni razionali, basate su solide fondamenta filosofiche, etiche, sociologiche..." (www.unigalatina.it).


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