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Sospensione attività in via precauzionale
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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Lasciamo che l’uso perfezioni e modelli le parole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Gigi Montonato   
Lunedì 22 Agosto 2016 08:21

[“Presenza taurisanese" anno XXXIV n. 285 - agosto 2016, p. 6]

 

Uno dei primi seminari di aggiornamento per giornalisti a Lecce, in osservanza della Legge Severino, fu dedicato al rispetto del femminile nella comunicazione giornalistica (Lecce 2015). Il tema ormai è noto. Tutti i nomi che indicano i titolari di mestieri, professioni, cariche, una volta ad uso esclusivo o quasi del maschile, vanno sic et simpliciter volti al femminile, secondo le circostanze. Avvocato? Avvocata! Notaio? Notaia! Commissario? Commissaria!

Per i nomi maschili che finiscono con vocale diversa dalla "o" basta cambiare l’articolo che li precede:   "il presidente" per il maschile?  "la presidente" per il femminile!

Questo è il trend anche nella comunicazione orale, quotidiana e popolare. Direi anzi che in questo genere di esercizio il popolo è ancora più pronto alle trasformazioni perché non si preoccupa d’altro se non di farsi capire nell’immediato. Nei soprannomi, che è il regno della comunicazione popolare, spesso il cognome  "Barone" diventa "barona" se indica una donna.

Dello stesso parere sono i linguisti. Del resto è l’uso che comanda, contro di esso non valgono ragioni. Già Orazio nella sua Ars poetica ribadiva che tutto nel parlare dipende dall’uso: “si volet usus, quem penes arbitrium est, et ius et norma loquendi” (Epistula III, Ai Pisoni, 71-72).

Ovvio che non si toccano quei nomi che per tradizione hanno il loro consolidato femminile, come, per esempio, professore/professoressa.

Ma è poi vero che la questione sia così semplice? E se invece del  "capo", che è stato sempre maschio per indicare il responsabile generico di un’azienda, di un’impresa o di una banda, si deve indicare "la capa"? Francamente suona male.

Ma il problema non si esaurisce ai soli nomi maschili che per tradizione al femminile suonano male. Dire "un politico", per indicare un uomo che si occupa di politica o ricopre cariche politico-amministrative, va benissimo. Ma se il politico è una donna? Si viene meno ad immediatezza e chiarezza se si dice "una politica"; qui non si intende immediatamente una donna che sta in politica, ma una particolare filosofia politica. Se poi usiamo questo nome al femminile plurale è ancora peggio. "Le politiche" non sono donne che stanno in politica, ma i diversi approcci metodologici nell’affrontare problemi politici relativi a vari settori della pubblica amministrazione per raggiungere determinate finalità.

E, allora, che fare? Non ci resta che affidarci ad Orazio e lasciamo che l’uso faccia quello che in altra sede fa la natura, che non sbaglia mai e non fa mai nulla a caso.


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