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Abbasso il latinorum, viva la scienza - (25 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 26 Agosto 2016 08:36

Ho studiato latino per dieci anni, tre di medie e sette di liceo (bocciato due volte) e riesco a leggere i testi delle lapidi, a volte. Ho passato ore della mia gioventù a cacciarmi in testa le declinazioni e la consecutio temporum, e mi sono sforzato di apprezzare la bellezza del periodo ciceroniano. Con una serie infinita di relative sorrette con scioltezza equilibristica da un solo verbo finale, con l’ipotassi che domina sulla paratassi. A me piaceva Cesare. Semplice, diretto. Ma no! Cesare è troppo facile. Lo leggi e capisci. Vuoi mettere Cicerone, dove non si capisce niente e ci vogliono ore per districare le frasi e gli incisi?

Entrato nel mondo della scienza, ho usato il latino, e ancora lo uso, per costruire i nomi degli animali che, con la nomenclatura binomia linneana, sono scritti in latino. E molte parole scientifiche sono di derivazione latina. O greca. Non ho studiato il greco (ho fatto lo scientifico) ma devo dire che con un buon dizionario etimologico non è difficile comprendere il significato di quelle parole. Nel frattempo mi ritrovo a usare l’inglese per comunicare con il resto della comunità scientifica. Quando ho iniziato a farlo ho incontrato difficoltà enormi. Scrivevo frasi troppo lunghe, con troppe relative, e bisognava leggere più volte quello che avevo scritto. Insomma, scrivevo come un burocrate che formula leggi artatamente incomprensibili, in modo da dar lavoro a schiere di avvocati. Manzoni prese in giro il latinorum di don Abbondio, e io avevo preso quel vizio. Mi ci vollero anni, e l’aiuto di un mio amico e collega londinese che lavorava al British Museum of Natural History, per scrollarmi di dosso quel fardello di verbosità. Lo imparai, anche, da Hemingway che scrisse: non scrivere mai nulla che non diresti a parole. O da Chandler. Nelle mie letture vacanziere ho ripreso gli scritti di Jerome K. Jerome e ho apprezzato la maestria del senso dell’umorismo inglese e dell’esilarante descrizione di come in letteratura si descrivano inutilmente i paesaggi. Saltavo le descrizioni dei paesaggi persino nei libri di Salgari, e Jerome finalmente mi spiega perché.
Insomma, sono contento di aver studiato latino, e di essere sempre stato rimandato e due volte bocciato anche per merito suo, ma se dovessi dire che ne è valsa la pena… bè, forse se mi avessero insegnato meglio l’inglese avrei avuto maggiori vantaggi. Anche l’inglese, ve lo assicuro, obbliga a ragionare e a ponderare quel che si dice e scrive, ma è una lingua che costringe ad evitare le ambiguità che con l’italiano arrivano quasi inosservate. Traducete in inglese e capite che non va bene. In più, dovunque vi rechiate nel mondo, se parlate inglese siete in grado di farvi comprendere, cosa che non mi risulta sia il caso per il latino.
Non riesco a trovare un’utilità nel conoscere fero, fers, tuli, latum, ferre (che ricorderò comunque fin sul letto di morte) e mi fa sorridere chi detiene questa conoscenza e poi non sa come funziona il proprio corpo, o un ecosistema. Perché le ore destinate ad apprendere queste cose sottraggono tempo ad apprenderne altre, tipo quelle che ho appena menzionato. Siamo il paese delle leggi incomprensibili e dei politici che parlano in modo incomprensibile, oppure di quelli che si rivolgono ai cittadini come se fossero bambini di quattro anni.
Insomma, da una parte concordo con Antonio Errico e Salvatore Settis che il latino abbia una qualche utilità, però chiedo come si possa ovviare alla abissale ignoranza scientifica che impera nel nostro paese, vittima di una visione della cultura che riduce la scienza a mera tecnica, esprimibile tutt’al più con una serie di teoremi, anch’essi imparati a memoria. Con grandi dichiarazioni che tutto questo “aiuti a ragionare”. Se servisse davvero a ragionare non avremmo attuato politiche economiche che hanno condannato agli stenti le generazioni future. Il compianto Umberto Eco ha decantato le meraviglie culturali che derivano dallo studio a memoria delle poesie. Ho passato ore e ore a cacciarmi in testa eifusiccomeimmobiledatoilmortalsospiro e davvero non riesco a trovare un motivo che giustifichi quelle ore rubate al divertimento adolescenziale. Mi direte: se ora scrivi libri e editoriali lo devi a quegli studi. Ma non è vero. Prendevo due di latino e nove di tema. Non sapevo perché, ma sentivo che quello che la scuola mi stava impartendo non corrispondeva alle mie aspettative. Poi, all’Università, ho iniziato a leggere i libri di Lorenz, Darwin, Mayr, Riedl, e di molti altri che a scuola non sono mai entrati. Ci ho messo del tempo per comprendere la differenza tra enunciati universali e enunciati esistenziali e a capire che Popper sbagliava a chiedere a tutta la scienza di formulare enunciati universali. Ci sono scienze che si basano su enunciati esistenziali e in esse vige la causalità multipla. Ma gli strumenti concettuali per capirlo non vengono forniti e basta uno Zichichi qualunque che dica che l’evoluzione non è una scienza perché non c’è l’equazione che la descrive e la prevede, e il ministro la toglie dalla scuola dell’obbligo. Dove, tra parentesi, non è mai stata insegnata davvero. Credo che i percorsi scolastici vadano radicalmente rivisti, per purgarli dalla visione culturale di Croce e Gentile. Non certo per sostituire poesie e teoremi con le tre I di berlusconiana memoria ma per dare strumenti critici alle giovani generazioni, in modo che non facciano gli errori delle generazioni precedenti. Che questo sia possibile con lo studio del latino, mi spiace, ma non è vero. Lo dimostrano i disastri perpetrati da politici e giuristi ferratissimi nelle dotte citazioni da Azzeccagarbugli.

 


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