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La ricerca di base è il motore dell’innovazione – (8 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 09 Settembre 2016 08:04

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 8 settembre 2016]

 

Il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ha appena istituito nuovi corsi di dottorato di ricerca, sono innovativi e a forte vocazione industriale. E sono rivolti alle regioni del sud del paese. Dovrebbe essere una buona notizia, in parte lo è, ma in parte no. Nel nostro paese gli investimenti privati in ricerca sono molto esigui: il mondo produttivo è frammentato e non ha la massa critica per intraprendere ricerca di grande respiro. Ai consorzi di ricerca privata nel nostro paese non ci si pensa gran che, e quindi, alla fine, ci si aspetta che sia il pubblico a dover investire in ricerca. Questi dottorati a vocazione industriale dovrebbero essere finanziati dall’industria: i soldi pubblici dovrebbero essere investiti per la ricerca di base che, invece, viene penalizzata. E’ un paradosso italiano. Croce e Gentile disegnarono i percorsi scolastici dando rilievo alla cultura umanistica, confondendo la scienza con la tecnica e dando dignità scientifica solo alla matematica. Nell’istruzione pre-universitaria il messaggio è univoco: la cultura umanistica è essenziale, formatrice, utilissima. C’è un pochino di dignità alle scienze: la settimana della cultura scientifica concede che, su 52 settimane, almeno una sia della scienza. La tecnologia è di livello inferiore e, quasi invariabilmente, non viene considerata cultura.

All’università le cose cambiano. Chi segue la naturale propensione alla cultura derivante dai percorsi formativi si ritrova in corsi di laurea molto affollati e che non danno grandi possibilità occupazionali. La massa enorme di precari nella scuola ne è la testimonianza più drammatica. Le facoltà umanistiche e quelle scientifiche “pure” non offrono grandi opportunità occupazionali nel “mondo produttivo”, mentre quelle tecniche sono più promettenti. Un mondo rovesciato rispetto a quello della scuola. Da sempre mi batto per il riconoscimento a pieno titolo della scienza come forma altissima di cultura e ora, parlando di scienza di base, mi riferisco anche a quelle branche del sapere che chiamiamo scienze umane. E la distinguo dalla ricerca applicata. La scienza di base non ha fini applicativi, ma è il motore dell’invenzione e dell’innovazione; ne è, appunto, la base. L’innovazione non si prevede, soprattutto quella più rivoluzionaria. Le nuove strade si trovano facendo “altro”. Se si concentra tutto sulla ricerca applicata si lavora a breve termine e non si guarda lontano: bisogna promuovere entrambe. Al nord le industrie private sono abbastanza grandi da potersi permettere ricerca innovativa, ma al sud no. Anche al nord la ricerca di base è marginalizzata. Ma la ricerca applicata va avanti con buone risorse. Il ministero dà ora anche al sud questa opportunità, e quindi finanzia questi dottorati innovativi a carattere industriale. Per me è un errore. Il sud ha le potenzialità per diventare il luogo dove sviluppare la scienza di base, senza bisogno di scimmiottare il nord. Scienze umane e scienza pura, guidata dalla curiosità, possono essere coltivate in modo esemplare qui al sud. Nel medio e lungo termine anche queste hanno valore applicativo e preventivo. Penso ai beni culturali, alla cura dell’ambiente, e a tutte le branche del sapere non tecnico. Penso alla filosofia e alla storia, alle antiche lingue. Tutto questo richiede ricerca. I dottori di ricerca servono al paese per essere avviati alla ricerca scientifica. In qualunque campo. E invece una miope visione del progresso regala agli industriali dalla manina corta (avari di finanziamenti alla ricerca) i fondi per creare risorse umane che forse, ripeto forse, potrebbero utilizzare in futuro. Dico forse perché ci siamo già passati. Il Pastis di Brindisi era stato concepito per sostenere (con denaro pubblico) la ricerca tecnologica da mettere al servizio dell’industria (privata). E’ fallito. Il mondo produttivo non lo ha saputo valorizzare. E corriamo il rischio che questi dottori di ricerca non trovino impiego per produrre nuova conoscenza tecnologica, attraverso la ricerca, ma siano utilizzati per la produzione di cose “inventate” da altri, altrove. Continuando la tradizione di disinteresse per la ricerca da parte del mondo privato nel nostro paese. Il sud potrebbe essere il centro del pensiero che evolve e che supporta culturalmente l’azione. Il nostro Paese ha abbandonato la ricerca di base e sta rapidamente declinando anche per drammatiche carenze culturali. La ricostruzione del Paese passa dalla cultura e il sud ha la giusta vocazione per diventare la fabbrica della cultura del paese. E invece continuiamo a fare gli stessi errori del passato, immemori dei fallimenti continuiamo a perseverare, diabolicamente. Proprio come i milioni destinati all’edilizia universitaria, che sarebbe stato “un peccato” perdere, questi dottorati possono avere solo finalità applicativa. La scienza di base non è prevista. E quindi li faremo, come abbiamo fatto edifici per cui ora non abbiamo risorse per gestione e capitale umano, visto che il personale universitario diminuisce. E, ancora una volta, si avverte la carenza di visione politica. Se i soldi arrivavano solo per bandire appalti edilizi, e ora arrivano solo per dottorati a vocazione industriale, significa che qualcuno ha scelto di destinarli a questo. I politici servono a dare linee di sviluppo, e pare sappiano solo ripetere gli stessi errori, con una esemplare e pervicace vocazione al fallimento.


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