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La scomparsa del congiuntivo PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Giovedì 22 Settembre 2016 07:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]


Di mestiere faccio il linguista. Alla fine dell’ultimo numero della serie estiva ho preso l’impegno di rispondere ai quesiti dei lettori, se non a tutti almeno a quelli più stimolanti e di interesse generale. Ne scelgo uno che viene dal prof. Giovanni Bernardini di Monteroni, ultranovantenne; il professore scrive a mano, con una grafia nitida e ordinata. Più che una domanda è un’osservazione: «Quanto al regresso del congiuntivo, forse è accettabile nel parlato, ma mi sembra che impoverisca lo scritto, salvo rare eccezioni. Condivide?».

Condivido, e aggiungo qualche riflessione. La questione è importante, ne trattano spesso i giornali, ne discutono alcune grammatiche, con posizioni diverse. Gli osservatori più pessimisti arrivano a dichiarare che il congiuntivo sta scomparendo, soprattutto nel parlato. Sarebbe questo il motivo: ai parlanti il congiuntivo appare difficile da gestire (i linguisti dicono che è poco economico) e quindi viene sostituito con l’indicativo.

Negli anni novanta del secolo scorso ebbero molto successo un libro e un film che decretavano fin dal titolo «Io speriamo che me la cavo», invece di «Speriamo che me la cavi» (o, più correttamente, «Speriamo di cavarcela»). In quella frasetta l’indicativo la faceva da padrone e c’era pure un mancato accordo tra soggetto («io») e verbo («speriamo»). Insomma, un tipo di italiano che segnalava le difficoltà linguistiche che incontrava quel simpatico gruppo di ragazzi napoletani. Ma il fenomeno è generale. Nella lingua di oggi  non sono infrequenti frasi come «credo che non hai capito», «non voglio che fai storie» (sarebbe meglio dire, e soprattutto scrivere: «credo che tu non abbia capito», «non voglio che tu faccia storie»). Il regresso del congiuntivo è evidente, anche in soggetti dotati di buona cultura; oltre che nelle oggettive (come abbiamo appena visto), si manifesta in particolare nelle interrogative indirette: «non so se questo è vero», e nelle ipotetiche dell’irrealtà: «se venivi prima, ti dicevo tutto».

L’uso dell’indicativo si afferma a scapito del congiuntivo soprattutto nel parlato e nelle comunicazioni colloquiali o informali, quando ci rivolgiamo a parenti e amici. Nello scritto e nelle situazioni comunicative formali invece il congiuntivo è assai più saldo. Molti affermano che queste condizioni sono normali, nulla di straordinario. E fanno presente che un costrutto come «si je le savais, je ne venais pas» (‘se lo sapevo, non venivo’) è norma nel francese, e i francesi comunicano benissimo. Altri, e io sono tra questi, affermano invece che il congiuntivo, usato appropriatamente, consente sfumature logiche e semantiche particolari, permette di articolare meglio il pensiero, insomma costituisce una ricchezza.

Rinunziare all’uso coerente del congiuntivo significa rinunciare alla possibilità che la lingua ci offre per esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio o un nostro pensiero. Un giornalista come Beppe Severgnini, certo non sospettabile di italocentrismo e di nazionalismo, qualche anno fa è arrivato a scrivere che «la crisi del congiuntivo [...] ha un’origine chiara: pochi oggi pensano, credono e ritengono; tutti sanno e affermano. L’assenza di dubbio è una caratteristica della nuova società italiana».

Io non so se questo sia vero (esprimo il dubbio con il congiuntivo, non scrivo: non so se questo è vero). Affermo semplicemente che rinunciare al congiuntivo significa rinunciare a un mezzo che coglie le sfumature della nostra immaginazione e dei nostri pensieri.

La partita decisiva, come spesso accade, si gioca nella scuola. Il congiuntivo è ben vivo nell'uso scritto e caratterizza il parlato di livello medio-alto nei confronti del parlato informale: i professori insegnino ai ragazzi ad usarlo in tutte le situazioni comunicative che richiedono il suo impiego o che lo rendono consigliabile.

Sul web e su Facebook si trovano organizzazioni a difesa del congiuntivo, addirittura una Lega Italiana per la Difesa del Congiuntivo (L.I.Di.Co.); il sito http://salviamoilcongiuntivo.blogspot.it/ invita a usare il congiuntivo in modo appropriato nella vita di tutti i giorni. L’associazione è aperta a coloro che vogliano farne parte, purché prestino attenzione alla lingua che si usa,
individuando gli errori da chiunque commessi e correggendoli.

Non occorre arrivare a tanto, io non sono iscritto a nessuna associazione per la difesa del congiuntivo. Più semplicemente. Un’educazione linguistica adeguata deve garantire il possesso e l’efficacia d’uso della lingua, tenendo conto della norma e dei mutamenti in atto; tenere conto dei mutamenti in atto non significa aderire ad essi per velleità anarchica o per indifferenza e pressapochismo.

Oggi in troppi casi si tende a preferire l’indicativo dove, a norma, occorrerebbe il congiuntivo: è tendenza che negli scritti scolastici e in quelli formali andrebbe contrastata. Se poi il ragazzo, diventato adulto, sceglierà di preferire l’indicativo al congiuntivo (ma la “scelta” implica la conoscenza delle alternative disponibili), sarà libero di farlo, pagando quel che c’è da pagare nel rapporto con i vari interlocutori.

Certo non farà questa scelta Aurora Legittimo, studentessa del Liceo G.C. Vanini di Casarano, una delle vincitrici delle Olimpiadi di Italiano 2016. Le Olimpiadi di Italiano sono promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dall’Accademia della Crusca e si svolgono sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Gli studenti iscritti alle fasi iniziali di selezione sono stati 43.244. Alla prova finale hanno partecipato 84 studenti provenienti da tutta Italia e dalle scuole italiane all’estero.

La studentessa salentina ha conquistato il secondo posto nella sezione Junior e fa parte dei 12 studenti italiani che hanno dimostrato la migliore capacità di scrittura, di sintesi, di comprensione del testo e una conoscenza approfondita della struttura del nostro idioma. Questi ragazzi sono dei campioncini. Testimoniano l’importanza e il valore della lingua italiana come segno di identità.

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