Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
Nel giardino dell’Eden 7 PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 16 Aprile 2011 16:29

La vita non è stata prodotta in provetta...

 

Craig Venter è un tipico uomo d’affari che opera, però, in campo biotecnologico. E la pubblicità è l’anima degli affari. Così ha lasciato intendere di aver “rifatto” la vita in laboratorio e di essere, quindi, una sorta di novello creatore.

In effetti ha assemblato in modo originale (cioè diverso da come era prima) un patrimonio genetico e lo ha inserito in una cellula pre-esistente che lo ha preso come proprio centro di comando. Il centro di comando di una cellula, il suo DNA, è stato sostituito con un DNA ricostruito artificialmente in laboratorio. Non voglio sminuire l’importanza dell’impresa tecnica compiuta dal gruppo di Venter. Hanno fatto una cosa che non era mai stata fatta prima, non a quel livello. Ma tante cose erano già state fatte prima. Come la clonazione, cioè l’inserimento di un DNA nuovo in una cellula privata del suo DNA. Solo che il DNA trapiantato era quello di un’altra cellula, e non un DNA ricostruito. Con l’ingegneria transgenetica si prendono pezzi di DNA di una cellula e si trapiantano in quelli di un’altra cellula, costruendo chimere genetiche. Una sorta di bricolage. E in questo caso i tecnici di Venter hanno assemblato pezzi di DNA, ricostruendo un patrimonio genetico. Tutte cose già fatte in precedenza, una ad una, ma mai fatte tutte assieme. Una grande impresa, quindi. Ma non è la creazione di materia vivente a partire da materia non vivente, non è una nuova origine della vita. La materia utilizzata per far funzionare quel novello DNA era quella di una cellula vivente. Una cellula batterica, molto semplice, d’accordo, ma pur sempre una cellula batterica preesistente, che ha ricevuto il nuovo DNA ricostruito. Come mai tanto clamore, allora? Come mai i titoli gridano dai giornali che la vita è stata rifatta in laboratorio? La spiegazione è semplice.

Il mondo scientifico è costretto ad adeguarsi al sistema odierno della comunicazione. Se una cosa non viene enfatizzata e gridata, non si viene presi in considerazione. Tutto deve essere eccezionale, deve aprire nuovi scenari, sia in positivo sia in negativo. Di quante cure contro il cancro avete sentito parlare? Però è vero che, oggi, la diagnosi del cancro non è più una condanna a morte. La maggior parte dei pazienti sopravvive. E questo è frutto di una sola cosa: la scienza, la ricerca scientifica. Tutto quello che abbiamo attorno è frutto di ricerca scientifica. E se non lo è (ad esempio una poesia), come minimo è stato veicolato attraverso mezzi tecnologici che sono il frutto di ricerca scientifica.

Purtroppo, paradossalmente, una parte della società è ostile alla scienza. Alcuni parlano di “scientismo” per connotare negativamente un eccesso di fiducia nella scienza. Non oso pensare a quale altra forma di acquisizione di conoscenza possano riferirsi quelli che non apprezzano la scienza, ma è vero che le esagerazioni (come quella di Venter) possono ingenerare assuefazione nel pubblico. Ottenendo il risultato di non riuscire più a convincere. Intanto, in India, le colture transgeniche di piante che producono sostanze nocive per gli insetti a loro volta nocivi hanno agito da selettori per gli insetti, che sono diventati ancor più resistenti a quelle sostanze e agli insetticidi. Le piante transgeniche hanno risolto un problema ma hanno generato problemi alle piante non transgeniche che, ora, devono fare i conti con insetti potenziati, più resistenti. Sembrava tutto così bello, e invece... Il progresso scientifico, inteso come acquisizione di conoscenza, è ineludibile e non può essere fermato. Ma l’applicazione delle conoscenze e la loro trasformazione in tecnologie deve prendere in considerazione gli effetti collaterali, non solo sull’uomo ma anche sull’ambiente. Molti gli scienziati nucleari, quando hanno assistito agli effetti delle bombe atomiche, si sono spaventati dell’uso che l’uomo era riuscito a fare delle loro ricerche. Forse accadrà ancora, perché le tecnologie molto sofisticate spesso nascondono trappole altrettanto sofisticate e del tutto inattese, almeno da chi le ha sviluppate.

Questo aspetto è ancora poco valutato, e chi chiede cautela viene paragonato agli “anti-scientisti”. In effetti c’è una bella differenza tra fondamentalisti antiscienza e scienziati di altre branche (ad esempio l’ecologia) che chiedono cautela a chi manipola la natura senza comprendere appieno le conseguenze delle sue azioni. Gli scienziati sono dubbiosi per mestiere, e hanno la passione di contraddirsi a vicenda. E’ così che procede la scienza. Quando gli scienziati che studiano una disciplina sono tutti d’accordo, ad esempio nel ritenere valida la teoria dell’evoluzione o nell’essere allarmati dal cambiamento climatico, ci sono buone probabilità che l’idea che ha preso piede sia quella giusta. Non credo proprio che scopriremo che la terra non gira attorno al sole, ma che è il sole a girarle attorno, come non credo proprio che scopriremo che l’uomo discende direttamente da un Creatore e non da un antenato pre-umano. Ma in altri casi la scienza è più possibilista, e le certezze di alcuni non sono condivise da altri. Le novità giustamente devono ingenerare dubbi e critiche, perché solo così vengono vagliate e sottoposte a verifica, e se sono valide sono accettate da tutti gli scienziati e diventano nuovi paradigmi. Come l’evoluzione,  la cui teoria ha ormai convinto tutti gli scienziati, tranne uno: Antonino Zichichi. Che si ostina a dire che il sole gira attorno alla terra, anzi no, che l’uomo è frutto di una creazione diretta. Beh, quanto ad assurdità antiscientifica è bene o male la stessa cosa.

 

 

Il rettore ha ragione

 

E’ troppo facile, per un dipendente dell’Università del Salento, dare ragione al proprio Rettore quando cerca di salvare la baracca, o la nave, o la capra e i cavoli. Ma il Rettore ha una ragione semplicissima, che ha espresso in modo più o meno diretto, ma che forse non si è capita proprio bene. Ora provo a spiegarla io.

Al momento dell’autonomia dell’Università, il Ministero ha “fotografato” la situazione e ha detto alle Università: questi sono i soldi che vi passo ogni anno (il Fondo di Funzionamento Ordinario), ora arrangiatevi.  All’inizio di questa storia di autonomia, la parte destinata agli stipendi era circa il 70-80%  del Fondo, e con il restante 20-30% si faceva tutto il resto. Però gli stipendi dei professori universitari aumentano con una automatica sequenza di scatti biennali. Il contratto lo prevede: che il professore lavori molto oppure no, il suo stipendio aumenta ogni due anni. Lo so che è una follia, soprattutto perché non esiste nessuna valutazione, ma questa è la legge. E qui sta il disastro per le Università. Gli scatti biennali sono automatici, e fanno aumentare il costo del personale, ma la cifra assegnata dal Ministero è sempre la stessa. Piano piano, biennio dopo biennio, quel 20-30% di differenza tra la cifra erogata annualmente ad ogni Università dal Ministero e gli stipendi erogati dall’Università ai suoi dipendenti è andato diminuendo. L’ultimo taglio al bilancio ha fatto sì che gli stipendi siano più della cifra erogata.

La soluzione non potrebbe che essere una: licenziare i professori. Perché anche se il Rettore chiude i corsi di laurea, gli stipendi restano. Lo ha spiegato più e più volte. Ma continuo a vedere che si fa finta di non capire. Il personale non docente non ha lo stesso trattamento automatico dei docenti, ed è una vergogna. Però pare che ci siano tanti amministrativi quanti docenti, nella nostra Università. Il che dovrebbe far funzionare magnificamente la nostra Amministrazione.... Questi puntini sono ironici. Le amministrazioni pubbliche diventano sempre più elefantiache e raramente danno i risultati che ci si attenderebbe a fronte di tanto dispendio di energie. Forse questi posti sono solo un surrogato del salario di disoccupazione. Le “memorie storiche” dell’Università mi hanno raccontato che Codacci Pisanelli ha assunto mezza Tricase quando ha fondato la nostra Università. Sarà vero? A questo punto sarebbe meglio un salario di disoccupazione, pagando le persone lasciandole a casa, in attesa di un lavoro che potrebbe anche non venire mai, come avviene in moltissimi paesi europei. Costa meno che dar loro uffici, telefoni, riscaldamento, aria condizionata, e quant’altro, ingolfando le strutture. Se ne potrebbero sostenere di più, di disoccupati.

Ma queste cose non sono nelle disponibilità di un Rettore. Si tratta di scelte volute da tutti, dai politici e dai sindacati, tutti a caccia di “posti” per i loro seguaci. I docenti sono lievitati per logiche dei vari settori disciplinari, mentre i non docenti sono lievitati per logiche locali.

Il Rettore di oggi rimane col cerino in mano. I costi aumentano, il Fondo di Funzionamento Ordinario diminuisce in seguito ai tagli, invece di aumentare in proporzione agli scatti di stipendio, e tutto si può tagliare ma non i posti di lavoro. Il Rettore non può licenziare, non per questi motivi.

E quindi, cari politici, non potete chiedere al Rettore quello che il Rettore non può fare. Sta anche mandando in pensione i docenti, senza concedere i due anni di proroga che di solito sono sempre stati concessi. In un momento in cui si dice che bisogna andare in pensione in età avanzata, i professori universitari sono mandati in pensione a 70 anni, anche se chiedono di restare sino a 72. Un mondo alla rovescia. Ecco, tutto quello che possiamo fare è questo: fare una rigorosissima valutazione, identificare chi lavora a livello internazionale e chi no, stringere le aree poco produttive in termini di ricerca (man mano che i loro rappresentanti vanno in pensione) in modo che possano fare i loro corsi con il personale necessario alla didattica, e ampliare solo le aree che producono ricerca di livello internazionale, a cui dare risorse per didattica e ricerca. Ma un piano di questo tipo richiede anni, mentre il problema del bilancio è ORA. L’Osservatorio della ricerca dovrebbe fornire informazioni adeguate per iniziare una politica in questa direzione. Quello che si poteva fare ORA è stato fatto, ha ragione il Rettore. Ora bisogna tracciare una rotta per il futuro, in modo che si possa dire: salvateci, e noi porteremo avanti questa politica. Ci scanneremo per far valere le nostre ragioni e ci confronteremo sulla base dei prodotti della nostra attività, e dall’esterno ci valuterete e chiederete conto dell’aiuto che ci darete. Penso che non ci siano alternative, ora come ora. E penso che sia questo il significato dell’allegoria tremontiana di “affamare la bestia” per farle accettare i sacrifici. Ma qui non si chiedono sacrifici, si chiedono cose che faranno morire la bestia. Mi sa che dovrò cominciare a guardarmi attorno. Certo che a 59 anni forse non troverò un’Università straniera che mi vuole. Ma forse sì. Comincerò a scrivere qualche lettera ai miei amici nelle Università americane.

 

 

 

Marea nera

 

Nel golfo del Messico la marea nera dilaga. E vediamo ancora immagini di tartarughe e uccelli anneriti dal petrolio, morti o agonizzanti. Non è la prima volta che assistiamo a queste scene. I naufragi delle petroliere ci hanno abituato alle conseguenze delle nostre ”attività”. Incidenti. Per un po’ se ne parlerà, poi, come dopo il terremoto di Haiti, arriveranno altri eventi a scatenare la nostra preoccupazione, o la nostra indignazione. Un vulcano erutta fumo lassù, un’inondazione fa franare un intero paese laggiù. Già abbiamo dimenticato i capodogli del Gargano. Nei miei interventi sul Quotidiano ho ribadito più volte un concetto molto semplice: se le leggi dell’economia e quelle della natura entrano in conflitto, quali saranno a prevalere? In nome dell’economia stiamo facendo violenza al pianeta che ci ospita, e lo facciamo in modo molto maldestro. Naufragano le petroliere, esplodono le centrali nucleari, scoppiano i pozzi di petrolio, franano le città. Questa è solo la punta dell’iceberg. Sotto ci sono tutti gli impatti meno visibili che, giorno dopo giorno, minano l’integrità dei sistemi naturali. Le polveri sottili, i pesticidi, l’ossigeno che si consuma e l’anidride carbonica che si produce, la distruzione degli habitat. E poi l’acqua, che diventa sempre meno “buona”, che viene negata a così tanta gente.

Un altro concetto che ho ripetuto fino alla noia è che la crescita economica non può procedere all’infinito. Se la nostra economia cresce, la natura si consuma, decresce. Il pianeta è un sistema finito, non può sostenere una crescita infinita. Cosa deve succedere perché questi semplici concetti diventino patrimonio di tutti noi? Le risorse rinnovabili non risentono molto del nostro uso se sono il sole e il vento, ma se sono i pesci o i boschi, o i campi coltivati, il rinnovamento avviene se il consumo non è troppo intenso. Se il consumo supera le possibilità di rinnovamento, le risorse si esauriscono. E avvengono i disastri.

Mi direte, cinicamente, ma a me che importa di una tartaruga, qualche delfino e qualche uccello marino? Son cose che avvengono lontano da qui. Abbiamo ben altri problemi, noi. Giusto. Come faccio a impietosire per qualche uccello e qualche foca chi ha perso il lavoro e non sa come arrivare alla fine del mese? Chi mi deve interessare di più, i figli dei cassintegrati e le loro famiglie, o i delfini del Golfo del Messico? Non ho dubbi. Mi interessano di più i figli dei cassintegrati. E i cassintegrati.

State tranquilli, la Natura ci penserà da sola a risolvere il problema rappresentato dalla nostra specie. Una rivista scientifica ha calcolato che, una volta che la nostra specie sarà scomparsa, ci vorranno circa diecimila anni perché le nostre tracce scompaiano quasi del tutto. Resterà qualche reperto, per archeologi alieni, ma la Natura si riprenderà il pianeta. Non è la Natura ad essere in pericolo, qui si tratta di un problema egoistico. La nostra specie sta esagerando con le sue aspettative di crescita e consuma più di quello che il sistema che la sostiene (la Natura) è in grado di produrre. Più chiediamo alla Natura e più ci dà, ma ci sono limiti. Non lo vogliamo capire. Quando la parte di Natura che ci sostiene sarà stata rovinata, il resto della Natura prevarrà, quel resto che “non ci serve”. Basta pensare a quanto ci affanniamo per far scomparire alcune specie (topi, scarafaggi, zanzare, parassiti, etc.) e a quanto esse resistano ai nostri goffi tentativi, mentre le specie che non vogliamo far scomparire... scompaiono. Stiamo rimuovendo i pesci dagli oceani, e la Natura ci regala le meduse. E ora come le togliamo? Gettiamo veleno in mare? Forse qualche pazzo ci sta pensando.

Lo “sviluppo” deve prendere altre strade, e le nuove strade non possono essere dettate da chi ci ha portato al disastro. Se capiremo questo, ci sarà futuro per i figli dei cassintegrati (e anche per gli altri). Dobbiamo ridurre le nostre aspettative, e dobbiamo vivere in modo più semplice, rispettando la Natura. L’intera economia deve essere reinventata e le sue leggi devono basarsi sulle leggi della natura. Questo rinnovamento richiederà molto più lavoro della costruzione di qualche ponte o di qualche superstrada, le vie allo sviluppo proposte un po’ da tutti coloro che perseverano nell’errore della crescita.

Intanto vogliamo tornare al nucleare (senza sapere dove metteremo le scorie), per avere sempre più energia, vogliamo trivellare il fondo del mare proprio come abbiamo fatto in Florida, per avere sempre più petrolio da bruciare. Se non ce lo lasciano fare qui, lo andiamo a fare in Albania, o in Cina (creando altri cassintegrati a casa nostra). Catastrofe dopo catastrofe, continuiamo allegramente a pensare che “qualche santo ci penserà”. E quando capiterà a noi, i nostri vicini, ancora non toccati, avranno un po’ di compassione ma poi si rallegreranno che non sia toccato a loro. Fino a quando non toccherà anche a loro. La specie in pericolo è la nostra, e i nostri peggiori nemici siamo noi. La Natura sa badare benissimo a se stessa. E quindi non ho nessuna pietà per le foche, per i delfini, neppure per le tartarughe. Se fossi di fronte a un bimbo che muore di fame e l’unica cosa che potessi dargli da mangiare fosse l’ultimo panda, farei a pezzi il panda e lo cucinerei per sfamare quel bimbo. Con buona pace del WWF. A me interessano i bambini, le donne, gli uomini. Il bello è che, se il mondo tornerà ad essere “usato” in modo razionale (ora è usato in modo folle), staremo meglio noi e staranno bene anche le foche, i delfini, e le tartarughe. Persino i panda.

E quindi eccomi qui a ripetere ancora una volta: la nostra cultura è distorta. Diamo valore a cose che hanno poco valore, e non consideriamo cose che hanno grande valore. Se la nostra cultura non cambierà, la selezione naturale farà il suo corso. Vorrà dire che non ci saremo adattati al nostro stesso impatto, mitigandolo, e ci spazzeremo via da soli. Se avessi tempo da perdere mi piacerebbe fondare una nuova associazione ambientalista, e come logo metterei un esemplare della nostra specie. Una specie da salvare da se stessa.

 

 

 

Alla ricerca... di soldi!

 

In Italia si tagliano i fondi alla ricerca. Lo Stato si ritira, e quel poco che viene finanziato copre aspetti tecnologici-applicativi. Scienza e cultura non sono ritenute meritevoli di finanziamento, si fa solo quel che è “utile”. Lo Stato paga la ricerca applicata, l’industria spende pochissimo in ricerca, e quindi è lo Stato a pagare la ricerca industriale. La ricerca del sapere, senza applicazione immediata (il motore della conoscenza) muore.

I fondi per la ricerca che vengono erogati dall’Università ai suoi docenti sono briciole, rispetto a quelli che occorrono per fare ricerca di alto livello. L’Università (oltre a pagare il personale di ruolo) offre servizi di base come: edifici, telefoni e collegamenti internet, arredi, laboratori, borse di studio, strumentazioni di base, biblioteche e, soprattutto, un servizio efficientissimo di informatizzazione delle biblioteche che permette a ogni docente e a ogni studente di avere un’enorme biblioteca direttamente sul proprio computer. Il valore di questi servizi è altissimo. Gli studenti usano queste risorse per la loro tesi di laurea, i docenti per aggiornarsi nella didattica e per supportare le ricerche su specifici temi. I fondi per le ricerche specifiche di ogni docente, però, sono scarsissimi. I docenti devono finanziare la ricerca con la loro iniziativa. Devono essere al corrente di bandi che offrono fondi, e devono rispondere a questi bandi, proponendo progetti.

Il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali, per esempio, l’anno scorso ha ricevuto circa seicentomila euro di assegnazioni dall’Università a sostegno della ricerca, mentre i docenti hanno presentato progetti a vari enti finanziatori riuscendo a incassare più di cinque milioni di euro (probabilmente hanno presentato progetti per quindici milioni di euro). Con questi fondi si pagano unità di personale a contratto (i famosi precari che lavorano a progetto), si comprano attrezzature, si viaggia in giro per il mondo per mantenere relazioni internazionali, si acquistano beni e servizi indispensabili per le attività di ricerca. I progetti durano due o tre anni, e quindi bisogna continuamente presentarne altri. Il lavoro necessario per presentare un progetto è molto grande, e il tasso di successo nella progettualità varia moltissimo. La nostra Università ha un ottimo ufficio di supporto alla progettualità, ma rimane il fatto che i professori universitari che “si danno da fare” impiegano più tempo a cercar fondi che a fare le loro attività primarie: ricerca e didattica. La situazione è identica in tutto il mondo, ma da noi è peggio perché mancano i privati, le fondazioni. A meno che, ripeto, non ci siano proposte iperapplicative. In questo modo si perde il progresso delle conoscenze e si migliora soltanto la tecnica.

Nel CNRS, il Consiglio Nazionale delle Ricerche Francese, il secondo contingente di ricercatori assunti negli ultimi anni è quello italiano. Gli stranieri che trovano lavoro nel mondo della ricerca italiana, invece, sono pochissimi. Il flusso è unidirezionale, in uscita. I nostri giovani più bravi emigrano all’estero, da noi trovano solo situazioni precarie per vite precarie. I docenti universitari continuano a cercare soldi, ma sempre e solo per progetti a breve termine. Sono generali espertissimi di tattica che operano senza alcuna strategia.  Le Università possono fare solo la tattica, la strategia si fa nei Ministeri. Con la buona tattica si vincono le battaglie, ma le guerre necessitano di buoni strateghi. Il problema della nostra Università, alla fine, dovrà essere risolto assieme a quelli di tutte le Università italiane, con una sana strategia di sviluppo e valutazione. Ora, però, dobbiamo salvare la nave. La strategia verrà se sarà l’opinione pubblica a chiederla a gran voce ai propri rappresentanti istituzionali e, per farlo, deve essere informata (come fa il Quotidiano, in modo encomiabile). L’Università uscirà dalla crisi se saprà spiegare le sue posizioni, con tutte le necessarie autocritiche, ma con la consapevolezza di avere un ruolo fondamentale nella vita del Paese. Un ruolo che ora non viene riconosciuto. Smontare il sistema universitario di un Paese significa solo una cosa: che il Paese è in grave declino. Oppure il declino è già avvenuto e lo smantellamento dell’Università ne è solo la conseguenza. Come in tutte le realtà, anche nell’Università ci sono i fannulloni, ma l’idea che il problema dei fannulloni si risolva chiudendo le Università è paragonabile alla proposta di decapitare chi ha il mal di testa.

Voglio chiudere con qualche osservazione sul Quotidiano. Il ruolo di un giornale cittadino è quello di informare i lettori su eventi di cronaca nera, su incidenti e furti, su come va lo sport cittadino, ma il Quotidiano è sceso in campo per la Università del Salento, la presenta come una ricchezza del territorio e avverte i suoi lettori che questo patrimonio è in pericolo. Dando voce a chi ha qualcosa da dire. La fabbrica più importante della cultura salentina è in crisi, deve essere salvata e deve essere chiamata alle proprie responsabilità. Se questo avverrà, il merito sarà anche di questo giornale! Posso dire una cosa che farà arrabbiare molti? Se la squadra di calcio va in serie B (o ci rimane)... poco male. Ma se l’Università retrocede di serie B, e magari diventa una sede distaccata dell’Università di Bari, la sconfitta per il Salento è la peggiore possibile.

 

 

Monumenti in città

 

Mi dicono che un past president di un Lions Club di Lecce ha protestato duramente contro alcune mie ipotesi riguardo ai motivi che hanno spinto Giovanni Paolo II a rimandare indietro il monumento ai Dieci Comandamenti che gli era stato inviato. Mi spiace di aver offeso la sensibilità dei Lions Club di Lecce, a volte mi hanno invitato a loro manifestazioni, subendo mie conferenze, e ho trovato persone con molto senso dell’umorismo e una grande propensione verso la cultura. Sono davvero mortificato di averli offesi, non sapevo che quella ruota fosse frutto della loro generosità.

Però mi chiedo: ma dove si pensava che avrebbe messo quel monumento, il buon Giovanni Paolo II? Nel bel mezzo di Piazza S. Pietro? Già, perché non è un oggettino che si nasconde per poi tirarlo fuori nel caso che arrivi in visita chi te lo ha regalato. E’ abbastanza ingombrante quella ruota. E il Vaticano è uno stato piccolo piccolo. Magari pensavano che lo avrebbe collocato nella Basilica di San Pietro, vicino alla Pietà di Michelangelo? O nella Cappella Sistina, sotto il Giudizio Universale? O che avrebbe meritato un posticino nei Musei Vaticani?

Mi spiace offendere la sensibilità, davvero, però alla mia sensibilità non pensa nessuno? Giro per la città e incontro ad ogni angolo statue di Padre Pio che mi accolgono a braccia aperte, oggetto di culto devotissimo da parte di qualcuno, non parliamo di Madonne che ogni tanto lacrimano, ora c’è la ruota con i Comandamenti. Ognuno è libero di venerare ciò che vuole, ma perché quelle cose non se le mette a casa sua e, invece, le infligge a tutti? Se io un giorno mi svegliassi e volessi erigere un monumento... che so, a Darwin, e lo piazzassi nel bel mezzo di una piazza, magari qualcuno protesterebbe, no? Perché ognuno ha i suoi eroi, i suoi idoli. E ci potrebbe essere una rincorsa al monumento per a qualcosa che viene ritenuto molto importante. Maradona, per qualcuno. Già, lasciata Brindisi e imboccata la strada per Lecce, si è accolti dalla scritta “Diego l’eroe. Sono fiero di essere del sud”. Certo, su quella casa in rovina ci starebbe bene un bel monumento a Diego. La destra italiana ha avuto in Pinuccio Tatarella un suo grande esponente, ed era pugliese. Un bel monumento a Pinuccio ci dovrebbe essere, in almeno una nostra piazza. Però c’è anche Di Vittorio. Non lo merita anche lui un bel monumento? E se si è fatto un monumento ai Comandamenti, dove li mettiamo i Diritti dell’Uomo? Io poi ne vorrei uno per la Costituzione. Eh, sì, la Costituzione. Mai ricordata abbastanza. Io sono ligure e, per me, il più grande presidente della repubblica è stato Sandro Pertini. Mi volete negare un monumento a Sandro? E il mio musicista preferito è Frank Zappa. A Vilnius gli hanno fatto un monumento, perché non a Lecce?

Insomma, forse si sarà capito, a me i monumenti danno fastidio, e so che danno fastidio a molti altri. Accetto che ci sia gente a cui piacciono. E’ una questione di gusti. Devo dire che, a Chicago, la grande scultura di Picasso mi piace proprio. Mi piacciono anche le sculture di Pomodoro, o di Moore. Ma le raffigurazioni enfatizzate di grandi personalità e grandi concetti di solito non sono di mio gradimento. Non ho nulla contro quel che rappresentano, ma sono le rappresentazioni a lasciarmi perplesso. Qui si tratta di democrazia, bisognerebbe fare un referendum: quel monumento ai Dieci Comandamenti piace alla maggioranza dei leccesi? Se piace, allora che resti. Ma che fare se non piace ai più? Perché la prepotenza di imporlo?

Ognuno deve poter fare ciò che vuole, ma non può imporre agli altri la propria volontà, e ognuno è libero di esporre la propria opinione. Per me quella ruota è un obbrobrio e, ogni volta che passo da lì, rivolgo un pensiero a chi me l’ha inflitta. E mi viene in mente un possibile undicesimo comandamento: non imporre agli altri il tuo buon gusto, per loro potrebbe essere cattivo gusto.

 


Torna su