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I nomi, i suffissi e il senso di appartenenza – (2 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 03 Ottobre 2016 06:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 2 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Nelle scorse puntate della rubrica che ogni domenica appare sul nostro giornale ho invitato i lettori interessati a proporre osservazioni e domande. La sollecitazione comincia a funzionare, alcuni scrivono. Un lettore mi pone questioni molto acute. «Esistono delle regole con cui la lingua italiana designa gli abitanti (o cittadini) di un paese o di una città?  In altre parole perché gli abitanti di Roma si chiamano Romani e quelli di Milano  si chiamano Milanesi e non  "Milanani"? e come si chiamano gli abitanti di Aradeo o di Patù? e gli abitanti del Bangladesh si chiamano Bangladeshi o Bengalesi? la questione è venuta fuori anche su Internet, in occasione dell’attentato. Naturalmente gli esempi sono infiniti, e anche se si può sempre ricorrere a un generico “abitanti di XXX” penso che concorderai con me che non è la stessa cosa dire  “sono Galatinese” e sono “un abitante  (cittadino) di Galatina”».

Preciso. Chi scrive dandomi del “tu” («concorderai con me») è mio amico, uno dei miei più amici più brillanti, non ne faccio il nome per discrezione. Sa usare benissimo la lingua italiana,  non commetterebbe mai la leggerezza di abusare del «Tu» in luogo del formale «Lei», come invece si sente sempre più spesso, in diverse situazioni. Questo fenomeno linguistico apparentemente banale  (il «Tu»  che prevale sul «Lei» anche nei rapporti tra sconosciuti) merita attenzione, è una spia del mondo in cui viviamo, forse ne parleremo in una prossima occasione.

Torniamo ai quesiti del mio amico. Non esiste una regola rigida, per capirne di più dobbiamo rifarci al latino, da cui la nostra lingua discende (così è per l’italiano, così è anche per il francese, per lo spagnolo, per il portoghese, per il rumeno e per altre lingue). Basterebbe solo questo, la grande opportunità  che rappresenta il latino come strumento utile a farci capire molti fenomeni dell’italiano, per certificare l’importanza di mantenere l’insegnamento del latino nelle nostre scuole e nelle nostre università. Bisogna farlo bene, naturalmente. Se ci sappiamo fare, se noi professori siamo bravi, addestriamo gli studenti a riflettere sul funzionamento dell’italiano, mettendoli nella condizione di paragonare le strutture della propria lingua con quelle della lingua madre, il latino. In questo modo lo studente ragiona su come funziona la mente: il linguaggio appartiene alla sola specie umana, abbiamo imparato a parlare poche decine di migliaia di anni fa (un soffio, rispetto all’età del nostro pianeta),  per questo ci distinguiamo rispetto a tutti gli altri viventi. Altro che «aboliamo il latino, non serve», come a volte si ripete.

Torniamo alla domanda iniziale. Il latino aveva varie terminazioni (potremmo anche dire desinenze, suffissi) per indicare il rapporto di appartenenza, usate per la formazione dei nomi di abitanti a partire dal luogo di provenienza: -anus, -ensis/-esis, -inus e altre che non analizzo per brevità.

Il primo suffisso,  -anus (>  it. -ano), dà origine a  romano (< Roma), mantovano (da Mantova), padovano (< Padova), napoletano, bresciano, orvietano, veneziano, goriziano, aostano, emiliano, ecc. Molto spesso da quelle forme nascono nomi propri e cognomi: Romano nome proprio, come Prodi; Emiliano nome proprio e anche cognome, come l’attuale presidente della regione Puglia; ecc. Con il suffisso -anus applicato al nome dei proprietari in epoca latina si formavano i  nomi dei poderi: Ottaviano ‘podere di un Ottavio’ (e poi diventa nome proprio), Corigliano (< lat. Corelianum) ‘podere di un Corelius’, Martano ‘villa rurale di un Martus’, Martignano ‘podere di un Martinius’ (e poi tutti diventano cognomi). Nei paesi di lingua greca del Salento (quelli che abbiamo citato e altri) esiste anche la desinenza -anò, corrispondente a quella latina, nella forma dell’antico neutro: ta Corianà, ta Martignanà, ta Martanà (per i nomi dei paesi) e curianò, martignanò, martanò, cutrifianò, ecc. (per designare gli abitanti di quelle località).

Il secondo suffisso, -ensis/-esis (> it. -ense /-ese), è quello di gran lunga più usato: milanese, bolognese, torinese, calabrese, galatinese, leccese, e nomi etnici come danese, francese, inglese. Anche in questo caso nascono cognomi: Calabrese, Milanese, ecc. La desinenza può applicarsi anche in forma più generica: borghese ‘appartenente a un borgo’,  forese/furese (< forensis ‘che vive fuori dalla città’) ‘contadino’,  carrese ‘che adopera il carro’, ‘carrettiere’ (Carrese / Carrisi è un cognome, quello di Al Bano e di altri).

Il terzo suffisso, -inus (> it. -ino), è un po’ meno diffuso: fiorentino, perugino, aretino, tarantino, brindisino, bitontino (tutti poi diventano anche cognomi). Ma, oltre a indicare la provenienza geografica, assume molte altre funzioni, ne ricordo alcune. Indica l’appartenenza in pecorino ‘di pecora’, vaccino ‘di vacca’, settembrino ‘di settembre’; assume valore diminutivo in camerino, tavolino, villino; spesso rivela una partecipazione affettiva quando ci rivolgiamo ai bambini: ditino, manina, fratellino; nei nomi propri assume valore vezzeggiativo (e a volte ironico):  Carlino, Paolino, Pietrino, Peppino; anche al femminile: Mariannina, Teresina. Dai romanzi e dai film televisivi del commissario Montalbano abbiamo imparato a conoscere un uso specifico del dialetto siciliano: quarantino ‘uomo di quarant’anni’, cinquantino ‘uomo di cinquant’anni’ (qui -ino sostituisce -enne della lingua nazionale: quarantenne, cinquantenne).

Esiste un’opera bellissima, che spiega nei dettagli le cose di cui parliamo: è la Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti di Gerhard Rohlfs, in tre volumi, stampata prima in Germania in lingua tedesca e uscita poi in traduzione italiana tra il 1966 e il 1969. Gli studenti che imparano a consultarla ne restano affascinati: la storia meravigliosa della nostra lingua e dei dialetti, dalle attestazioni più antiche fino alla metà del Novecento è lì. Rohlfs è morto ultranovantenne e forse qualche vecchio dei nostri paesi ricorda ancora la figura inconfondibile di quel professore tedesco che per decenni, più volte all’anno, di preferenza in primavera e in autunno, è venuto nel nostro Salento (e in Sicilia, e in Calabria) per studiare i dialetti meridionali. Ne restano monumenti scientifici ancora insuperati, in primo luogo il Vocabolario dei Dialetti Salentini (ristampato anni fa dall’editore Congedo di Galatina).

Su queste basi, possiamo rispondere a tutte le domande del lettore. Rientrano appieno nelle tipologie tradizionali, anche se sono poco conosciuti, i nomi degli abitanti di Aradeo: aradeini (con -ino); e di Patù: patuensi (con -ense), se ci riferiamo al nome attuale del piccolo centro, o veretini (con -ino), se si prende spunto dal nome della collina situata alla periferia dell’abitato, dove sorgeva l’antica città messapica di Veretum.

La scelta tra questi suffissi non è soggetta a regole definite, è libera, decidono i parlanti, lo sa bene Alice, la ragazzina del Paese delle meraviglie (ricordate il dialogo con Humpty Dumpty? ne abbiamo parlato il 3 luglio). Un’opera importante, in quattro grossi volumi, il Deonomasticon Italicum. Dizionario storico dei derivati da nomi geografici, di Wolfgang Schweickard (università di Saarbrücken), pubblicata da Niemeyer a Tübingen, registra in modo ampio e molto documentato le parole italiane che derivano da nomi propri come quelli di cui ci stiamo occupando. In quest’opera si distingue tra bangladese (non bangladeshe, che non è registrato) ‘del Bangladesh’ e bengalese (con la variante bengalino) ‘del Bengala’ (regione dell’Asia meridionale, appartenente per la parte occidentale all’Unione Indiana e per la parte orientale al Bangladesh).  E dunque i due termini non sono equivalenti; la confusione si spiega perché si tratta di realtà lontane e poco conosciute, non molti di noi vanno e vengono quotidianamente dal Bangladesh…

A Rohlfs (scomparso) e a Schweickard (in piena attività) dobbiamo lavori magnifici dedicati alla nostra lingua e alla nostra cultura. Parleremo in una prossima occasione di un’altra impresa straordinaria, il Lessico Etimologico Italiano di Max Pfister. In Germania, il Consiglio Nazionale finanzia ricerche sulla lingua e sui dialetti italiani, stampate spesso in italiano. Benissimo, dobbiamo solo essere compiaciuti, sarebbe bella la reciprocità. Con studi del genere, che gettano ponti tra le culture e tra gli uomini, si rinsaldano all’interno dell’Europa rapporti che oggi rischiano di sbriciolarsi. Sarebbe terribile se il sogno dell’Europa unita andasse in frantumi, se ognuno si rinchiudesse nel proprio orticello, illudendosi di salvarsi. La ricerca abbatte i muri e unisce gli uomini, è questa la strada.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.


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