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Il futuro dell’università dipende da quanto di eccellente ha da offrire – (9 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 09 Ottobre 2016 09:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 9 ottobre 2016]

 

Leggiamo che ogni anno, a centinaia di migliaia, gli italiani hanno ripreso ad emigrare per cercare condizioni migliori e, questa volta, non sono braccianti analfabeti con le valigie di cartone ma, invece, laureati che trovano altrove il riconoscimento del valore del proprio titolo di studio. Qui non lo trovano. Inoltre, diminuisce il numero di iscritti all’Università. Tutto questo indica un degrado del livello culturale del nostro paese. Gli elementi più validi, preparati a spese dello Stato, vanno via perché il paese non sa che farsene di loro; altri elementi potenzialmente validi rinunciano a livelli alti di istruzione, consci che questo non migliorerà le loro prospettive di sviluppo personale. Il sistema universitario si trova tra due fuochi. Da una parte non viene più visto come ascensore sociale, dall’altra vede che ciò che produce è inutile per la crescita del paese e viene invece assorbito da altri paesi.

Paradossalmente potremmo arrivare alla conclusione che l’Università non serve più a soddisfare i bisogni del Paese. I giovani con alta formazione finiscono nei call center (che però si stanno trasferendo in paesi dove chi risponde al telefono viene pagato molto meno che da noi) oppure se ne vanno. I fortunati che trovano impiego sono pagati pochissimo e faticano a formarsi una famiglia in modo indipendente.

A questo punto che si torni al bracciantato in agricoltura. Che poi è quello di cui abbiamo bisogno: le nostre campagne sono stracolme di immigrati che lavorano per la mera sussistenza. Fanno lavori che noi italiani non vogliamo più fare ma che, volenti o nolenti, saremo costretti a riprendere. Un ritorno al proletariato, incoraggiato dal fertility day.

Inutile dire che un paese con questa prospettiva è sulla via del declino totale. Non possiamo accettare questo stato di cose. Noi universitari che possiamo fare? Ci hanno bloccato gli stipendi: perché investire su risorse umane (noi) che producono solo problemi? Un laureato disoccupato o sottoccupato è arrabbiato e insoddisfatto, un semianalfabeta accetta di buon grado un lavoro sottopagato. Noi non serviamo più.

Mi guardo attorno e mi dico: che senso ha il mio lavoro? Cosa posso fare? La mia risposta, per quel che vale, è questa. Ogni università deve fare un inventario accurato del suo potenziale e decidere quali sono le aree in cui ha raggiunto livelli (ora uso una parola usurata) di eccellenza. L’eccellenza si esprime con la produzione di nuovo sapere e con l’attrazione di fondi per la ricerca. Non vale la pena ora spiegarlo in modo dettagliato ma, vi assicuro, che non è difficilissimo capire quali siano i punti di forza di ogni università. La didattica deve essere offerta nelle aree in cui ogni Università esprime il meglio di sé. In modo che il titolo acquisito dia le migliori garanzie di qualità. In tutto il mondo, il prestigio delle Università è legato al prestigio dei docenti.

Inutile sperare di costruire cose nuove, in un periodo di recessione e di restringimento dei fondi. Si corre il rischio di erodere il buono che si ha da offrire per costruire qualcosa che ancora non c’è e che richiederà investimenti impossibili. L’offerta didattica va ridimensionata alle “eccellenze” e su queste si deve puntare per attirare finanziamenti per la ricerca, in modo da innescare circoli virtuosi che tendano a far aumentare la valenza dell’ateneo. Se non si hanno personalità di prestigio, gli studenti non sono attirati.

Il nostro dovere, proprio in questo momento di crisi, consiste nel perseguire risultati ambiziosi, per arrivare a livelli qualitativi molto alti, in modo da attirare i giovani che aspirano a formazione di alto livello. Questa strategia è sancita in ogni pronunciamento che persegue la “valorizzazione del merito”. Ma non basta dirlo, bisogna farlo. Deve passare il concetto che se si vuole una formazione di alto livello nella disciplina A bisogna andare nell’Università X, mentre se le aspirazioni sono nella disciplina B bisogna andare nell’Università Y. Non esistono Università dove il livello è alto in tutte le discipline. Ogni Università deve prendere atto della situazione che storicamente si è determinata al proprio interno, e deve puntare sulle aree in cui si sono raggiunti obiettivi di rilevanza nazionale e internazionale. Il sistema universitario pugliese, in un tale contesto, ci dice che a Foggia si ottiene una ottima formazione in un dato campo, a Bari in un altro, a Lecce in un altro ancora. E, se si riesce a raggiungere una qualità sufficiente, si può pensare di attirare studenti da altre regioni.

Vedo che sono in molti a contestare le valutazioni ministeriali. Che si trovino altri criteri, ma non si può dire che in tutte le Università il livello qualitativo sia identico in tutte le aree del sapere. Sappiamo che non è così. Le Università che comprenderanno quale strategia perseguire, e io non ne vedo altre, riusciranno, magari consorziandosi, a sopravvivere e, nel medio termine, a prosperare. Quelle che non sapranno leggere i segnali fortissimi che ci stanno arrivando da tutte le parti si troveranno sulla via del declino inarrestabile, ridotte a semplici esamifici, succursali di Università che “hanno capito”. Le loro lauree saranno di livello qualitativo inferiore rispetto a quelle erogate da università prestigiose nei loro campi di elezione.

E’ una visione difensiva, la mia. In un mondo perfetto, potremmo pensare che è meglio avere moltissimi laureati anche mediocri, rispetto a moltitudini di non laureati. In ogni caso il livello qualitativo della popolazione aumenterebbe. Il fatto è che, nel breve termine, non ce lo possiamo permettere, e che creiamo aspettative che non trovano soddisfazione. Nel medio e lungo termine dovremmo perseguire un sistema-paese che abbia bisogno di una popolazione di alta qualificazione intellettuale perché è solo così che si esce dal declino. Ma questo pare che sia ancora lontano dai piani di chi disegna il nostro futuro. Noi universitari, ora, dobbiamo pensare a tenere in vita gli Atenei e l’unica strada percorribile è la valutazione del merito nel costruire nuovo sapere (la ricerca) e l’alta qualificazione dell’offerta formativa. Se non lo capiremo… distruggeremo la nostra Università.

Questo problema non è solo dell’Università ma di tutto il territorio. Riuscite a concepire, oggi, il Salento senza l’Università del Salento? E’ un patrimonio comune e deve essere salvaguardato da tutti, e non solo dagli universitari. Non possiamo essere lasciati soli a risolvere questo problema.


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