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L’idea di unità nazionale nelle storie letterarie d’epoca moderna PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Martedì 19 Aprile 2011 19:20

È un fatto noto e scontato che in Italia il concetto politico e statuale di unità nazionale è stato preceduto e, in qualche modo, preparato da una coscienza unitaria e identitaria di tipo linguistico-letterario. La nozione stessa di Italia risale, infatti, sin ai primi secoli della nostra letteratura, come ha chiarito Mario Marti in un suo saggio e come possono attestare varie e ben note citazioni di Dante, Petrarca e di altri autori, che qui non conta ripetere[1]. E poi si è andata radicando nel corso dei secoli successivi con modalità varie, come suggeriscono gli Atti di un Convegno leccese di qualche anno fa, organizzato dal compianto Gino Rizzo e dedicato proprio al tema dell’identità nazionale nella cultura letteraria italiana[2].

Del resto, già Isidoro di Siviglia scriveva in un passo delle Etimologiae (IX I 11) che sono le lingue a fare i popoli, non i popoli le lingue («Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt»). La tesi di Isidoro, confermata poi in età romantica, evidenzia come la lingua e la letteratura siano in grado di costruire i fondamenti di una nazione con forza maggiore di quella degli eserciti. Proprio in questo senso fu Alfieri a parlare, rispondendo nel 1783 a una lettera del Calzabigi, di una lingua italiana «gigante» e «armata come Pallade dalla testa di Giove»[3]. L’immagine mitologica e marziale illustra efficacemente l’idea di un’identità linguistico-letteraria radicata e predisposta all’espansione. Un convincimento non dissimile animava le parole declamate da Carducci ad Arquà il 18 luglio 1874 (dunque, ad unificazione avvenuta) sulla tomba del Petrarca (un luogo d’alta valenza simbolica). In polemica con il famoso giudizio negativo pronunciato dal Metternich al Congresso di Vienna, egli puntualizzò che «quando il principe di Metternich disse l’Italia essere un’espressione geografica, non aveva capito la cosa; essa era un’espressione letteraria, una tradizione poetica»[4]. Contrapponendo la letteratura alla geografia, il Carducci sottolineava un peculiare sentimento identitario, che aveva trovato nella letteratura il suo “braccio armato” e la sua cifra identificativa.

Analogo discorso può essere fatto riguardo alla storia della lingua italiana. Claudio Marazzini ha pubblicato da poco un libro sulla vicenda dei vocabolari italiani[5], nel quale si sostiene che in Italia anche la lessicografia ha esercitato la funzione di collante sociale (almeno per i ceti colti), sostituendosi alle funzioni politiche e militari di altri Paesi. Un’impresa come la stampa della prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) non è solo un’impegnativa operazione lessicografica, ma è anche il risultato di un orgoglio “nazionale” e patriottico, manifestatosi sul piano culturale e incrementato dalla rivalità con nazioni vicine di antica e consolidata tradizione statuale (la Francia).

Per la verità, alcuni studiosi hanno messo in luce, di recente, il carattere astratto di questa identità linguistico-letteraria e, dunque, la sua implicita e intima debolezza di paradigma politico-sociale, per il suo prevalente carattere intellettualistico, per il suo intrinseco scollegamento dalla concreta esperienza degli italiani e per il fatto di essere stato  fondato sull’egemonia di una lingua dotta e artificiale, che ha finito col marginalizzare i dialetti e gli idiomi vernacolari[6]. Al di là di queste tesi provocatorie e problematizzate, che toccano risvolti di carattere storico-antropologico, oltre che letterario, e questioni spinose, come il rapporto identità/unità, è però innegabile che lingua e letteratura hanno rappresentato per secoli, almeno per i ceti colti, il punto collettore di una precipua tensione civile, così come già dimostrano, nelle loro narrazioni storiografiche, i primi storici settecenteschi della nostra letteratura[7]. Nel 1723, pubblicando i due ponderosi tomi della sua Idea della storia dell’Italia letterata, il pugliese Giacinto Gimma rivendicava infatti, nell’introduzione all’opera, l’eccellenza italiana in molti campi e, fra questi, nella letteratura: «Non faremo ingiuria a veruno» - egli scrive - «se con modestia metteremo sotto l’occhio le glorie della nostra Nazione, la quale oggidì con poca giustizia è censurata come ignorante da alcuni stranieri, che troppo, con altrui pregiudizio, della propria nazione presumono; sforzandosi altresì privar l’Italia di quelle lodi, che, per le sue felici invenzioni, e per le grandi applicazioni nelle scienze, e nelle arti, sono a lei degnamente dovute»[8]. L’ottica del Gimma era legata, evidentemente, a una concezione universalistica ed enciclopedica del sapere, tipica ancora della storiografia secentesca (letteratura vale qui quanto cultura umanistica generale), ma già nel passo compaiono i due significativi termini «nazione» e «Italia» (quest’ultimo ricorrente anche nel titolo), che costituiscono un nesso identitario consapevolmente rilevante. Per Gimma, la vera «idea» dell’identità italiana, non esistendone ancora una statuale, è proprio quella culturale e letteraria, da riaffermare con convinzione contro l’esterofilia dei letterati a lui coevi; e questo assunto apologetico appare già esplicitato dal Muratori nei Primi disegni della Repubblica letteraria d’Italia (1703) e dal Vico nel De nostri temporis studiorum ratione (1709). L’argomento storiografico del Gimma si basa essenzialmente su due princìpi: il primo è il collegamento stretto della cultura italiana con l’originaria matrice classico-latina. Il secondo è l’ideologica e tenacissima difesa delle prerogative italiane contro le denigrazioni degli intellettuali oltremontani, in una fase di accesa polemica culturale fra Italia e Francia. Lo spiccato sentimento filopàtride del Gimma si evidenzia già nella lettera dedicatoria alla contessa Clelia Grillo Borromeo, in cui si illustra, con l’ausilio dell’«arte geroglifica e simbolica»[9] e di una serie di fitti ed eruditi richiami alla trattatistica delle imprese e degli emblemi, l’immagine di una donna bellissima, identificata con l’Italia. Questa immagine muliebre dell’Italia si inserisce in un vario e tradizionale filone di iconografia patriottica sul Belpaese: è lo proprio Gimma a ricordare, infatti, che già il Tassoni aveva definito la nostra penisola, nel libro X dei Pensieri, «parte del Ciel caduta in Terra»[10].

La stessa tensione polemica e apologetica del Gimma è reperibile poi anche nella Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, pubblicata in più volumi nel decennio 1772-1782. Anche per questo storiografo, definito dal De Sanctis il «Muratori della letteratura»[11],  il patrimonio letterario italiano stimola considerazioni rivendicative, canalizzate, però, in una sistemazione storiografica più matura e sistematica. Il Tiraboschi, infatti, affida alla storia letteraria il compito di individuare l’identità culturale e politica dell’Italia, punta a riconoscere un filo di continuità con le epoche e con le civiltà più remote (la sua narrazione storiografica parte dagli Etruschi) e ha come obiettivo attuale quello di «accrescere nuova lode all’Italia e di difenderla ancora, se faccia d’uopo, contro l’invidia di alcuni tra gli stranieri»[12], quanto alla letteratura e ad altre discipline. E tutto questo avviene in un quadro volto a costituire una «storia dell’Origine e dei Progressi delle Scienze in tutta Italia»[13]. Nasce col Tiraboschi, insomma, uno schema di rappresentazione storiografica, funzionale all’intendimento patriottico ed elogiativo, e fondato su una disposizione della materia per cicli o per fasi, di volta in volta ascendenti o discendenti. Il presupposto di partenza (e cioè la volontà di definire l’identità politica e civile degli italiani su base letteraria) si corrobora in virtù di una nuova impostazione narrativa, tesa a disegnare una parabola delle vicende culturali secondo quella determinata sintassi teleologica. Questo paradigma inciderà a lungo, come è noto, sulla successiva storiografia letteraria ed è all’origine di alcuni convincimenti dell’autore, come il concetto di decadenza, poi contestato dal Croce e applicato già sistematicamente, ad esempio, al Seicento; o la polemica contro il malgoverno degli Spagnoli, che sostituisce quella anti-francese della prima metà del secolo.

Un’opera come le foscoliane Epoche della lingua italiana (1823)[14], nelle quali il punto di vista storico-letterario coincide con quello storico-linguistico, par che risenta in certa misura, sotto questo aspetto, dell’impostazione di Tiraboschi. E se è vero che nella restante produzione critica del Foscolo è avvertibile uno scarto netto rispetto alla struttura filologico-erudita del modenese (scarto ben concreto sin nella predilezione per forme narrative più agili della trattazione storiografica: ritratto, parallelo), sempre vivo, però, rimase in lui il proposito giovanile, mai realizzato, di scrivere una Storia filosofica della poesia dal secolo duodecimo sino al decimo nono, come risulta da un suo cenno nel Piano di studi del 1796. In Foscolo la riflessione sul rapporto fra letteratura e sentimento nazionale è affrontata spesso da angolature originali, come la storia del sonetto (i Vestigi della storia del sonetto italiano dall’anno 1200 al 1800, pubblicati nel 1816[15]) o l’excursus storico-linguistico (le già ricordate Epoche della lingua italiana), e si caratterizza per una rilevante spinta anche politica, che tende a dar vita storica alla erudizione settecentesca, contro la quale pure polemizza, con afflati ideali e istanze etiche. Questa spinta civile, testimoniata anche da coraggiose scelte personali (la via dell’esilio svizzero e londinese) e ben rintracciabile nella sua produzione letteraria (l’Oda a Bonaparte liberatore, l’Ortis, i Sepolcri), fa di Foscolo il primo e autorevole interprete del Risorgimento, anche dal punto di vista della storiografia letteraria, e informa con evidenza i risentiti e graffianti Discorsi sulla servitù dell’Italia (incompiuti)[16] e la fervente orazione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. In quest’ultima (del 1809), risaltano la necessità di una storia letteraria eticamente impegnata, «che discerna le vere cause della decadenza dell’utile letteratura, che riponga l’onore italiano più nel merito che nel numero degli scrittori, che nutra di maschia e spregiudicata filosofia, e che col potere dell’eloquenza accenda all’emulazione degli uomini grandi»[17] e la conseguente e celebre «esortazione alle storie»[18]. Ma assai interessanti per la comprensione dell’alta funzione etica ed educativa che il Foscolo attribuisce alla letteratura, anche in relazione al tema dell’identità nazionale, sono pure altre importanti opere, che qui è possibile citare solo in modo cursorio: il Saggio sulla letteratura contemporanea in Italia (1818, scritto in inglese)[19], il ciclo delle Lezioni pavesi sulla letteratura e la lingua (di cui l’orazione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura costituisce la prolusione)[20], il saggio sulla Letteratura periodica italiana (1824)[21]. E non appare nemmeno casuale, a tal proposito, che il Foscolo intensifichi la riflessione sulla letteratura italiana proprio durante il periodo dell’esilio londinese, forse anche spinto, però, da ragioni economiche.

Al contrario del laico Foscolo, dai Giudizi letterari del cattolico Vincenzo Gioberti, pubblicati postumi nel 1867 e contenenti perlopiù osservazioni già presenti nella seconda parte del Primato morale e civile degli Italiani (1843) e nel Rinnovamento civile d’Italia (1851), emerge, in omaggio alla sua ideologia, una linea di critica letteraria incentrata sui grandi esponenti della letteratura religiosa, da Dante a Sforza Pallavicino. Pur non costituendo un vero e proprio canone storiografico, le scelte letterarie di Gioberti corrispondono a quella ipotesi «neoguelfa» elaborata dal sacerdote torinese in campo politico e declinano un’idea di identità nazionale ritagliata su mirate e specifiche opzioni civili e letterarie.

Un altro esempio di interpretazione delle vicende letterarie deliberatamente funzionale ai personali ideali politici è rintracciabile negli scritti letterari di Giuseppe Mazzini, la cui concezione storiografico-letteraria è pensata, con autentico spirito militante, in sinergia con la conseguente azione politica. Mazzini considera Dante un profeta dell’Unità italiana ( si veda lo scritto Dell’amor patrio di Dante, del 1826) e il compito principale della storia letteraria è, per lui, l’illustrazione dell’elemento “popolare” (“popolare” è qui da intendersi nel senso romantico-berchettiano di appartenente alla borghesia illuminata), ritenuto indispensabile per la maturazione di un’idea nazionale. Il principio che la letteratura debba essere espressione di un ceto medio colto e consapevole non si avvalora mai, tuttavia, di aride premesse deterministiche, ma prepara, piuttosto, come osserva Getto nella sua Storia delle storie letterarie, quella forma di narrazione storiografica «intesa come svolgimento dello spirito italiano»[22], che sarà peculiare di De Sanctis.

Letteratura e patriottismo costituiscono un binomio inscindibile anche nella produzione storiografica di Giosuè Carducci, ma, se in Mazzini il valore letterario è puramente strumentale rispetto all’obiettivo politico, in Carducci la priorità della letteratura rimane sempre un principio indefettibile e assoluto. A parte i cinque «discorsi» Dello svolgimento della letteratura nazionale, pubblicati nel 1874 e volti a indagare lo sviluppo della letteratura italiana dalle origini al Cinquecento[23], la storiografia carducciana non si affida generalmente a ricostruzioni organiche, ma a una serie di saggi e approfondimenti (su Dante, su Petrarca, su Parini, su Monti, ecc.), che costituiscono, comunque, un discorso unico e ininterrotto. Oltre che come terreno sul quale esercitare un’acribia esegetica, filologica e documentaria non comune, qualità poi trasmessa anche agli esponenti più importanti della sua “scuola” (Chiarini, Borgognoni, Ferrari, Casini, Mazzoni, Lisio), la storia letteraria italiana è vista dal Carducci soprattutto come contributo alla edificazione di un ideale senso identitario, già preesistente alla realizzazione dell’unificazione politica. Questo disegno teleologico ed evolutivo delle vicende letterarie è però reinterpretato in chiave polemica rispetto al contesto dell’Italia post-unitaria, avvertita dal Carducci come inadeguata agli slanci della stagione risorgimentale. L’attenzione per i fervidi entusiasmi dell’Unità d’Italia è da lui confermata anche nelle Letture del Risorgimento italiano (1895), la cui prosa introduttiva analizza il processo di formazione di una identità nazionale attraverso l’esame parallelo delle vicende letterarie e storiche, lungo un periodo che va dal 1749 al 1870. Per il Carducci, infatti, la radice primigenia del Risorgimento affonda nella cultura italiana illuminata e riformista della seconda metà del Settecento e all’interno dell’antologia egli inserisce passi dei maggiori protagonisti storici e letterari dell’Ottocento (Mazzini, Gioberti, D’Azeglio, Cavour, Guerrazzi, Mamiani, Balbo, Cavallotti ecc.). A questo composito pantheon storico-letterario di matrice risorgimentale, che ha anche l’ambizione di costituire un vario percorso storiografico fra i secoli XVIII e XIX, si affianca l’interesse carducciano per un certo filone di letteratura politica e civile (l’edizione, nel 1859, del trattato alfieriano Del Principe e delle Lettere[24]), ritenuto anticipatore delle dinamiche politiche di unificazione nazionale. Ma anche discorsi o allocuzioni ufficiali del Carducci (come il già citato discorso sulla tomba di Petrarca o quelli Per il decennale della morte di Mazzini, del 1882, Per la morte di Giuseppe Garibaldi, sempre del 1882[25], e Per la libertà di San Marino, del 1894), intrecciano costantemente la tensione civile e patriottica del loro autore con una spiccata coscienza storico-letteraria, basata sulla consapevole rivendicazione della funzione maieutica della letteratura rispetto agli eventi del Risorgimento, e confermano in tal senso l’indissolubilità del binomio letteratura-patria.

È solo, tuttavia, con la Storia della letteratura italiana, pubblicata negli anni 1870-71 da Francesco De Sanctis e concepita «ad uso de’ licei», che il portato della storiografia letteraria settecentesca e primo-ottocentesca (Mazzini, Emiliani Giudici, Cantù) si invera realmente nel tentativo di formare nelle nuove generazioni post-unitarie una coscienza collettiva di identità politica e culturale, su base letteraria e su fondamenti hegeliani. Per De Sanctis la storia della letteratura italiana dovrebbe coincidere sostanzialmente con la storia d’Italia, come spiega in uno scritto su Settembrini e i suoi critici (1869)[26], e dovrebbe presupporre «una filosofia dell’arte generalmente ammessa, una storia esatta della vita nazionale, pensieri, opinioni, passioni, costumi, caratteri, tendenze; una storia della lingua e delle forme; una storia della critica, e lavori parziali sulle diverse epoche e su’ diversi scrittori»[27]. Una storia della letteratura è da intendersi per il De Sanctis, insomma, come una vera e propria «storia nazionale», ancora mancante, per lui, nel 1869, a pochi anni dalla raggiunta unificazione («Una storia nazionale, che comprenda tutta la vita italiana nelle sue varie manifestazioni, è ancora un desiderio. Quello che abbiamo rimane a infinita distanza da questo ideale»)[28], ma che presto, di lì a poco, avrebbe avuto proprio nel critico irpino il suo artefice più adeguato. Capolavoro artistico e letterario, prima ancora che storiografico, per l’uso di una prosa ricca di vigoria espressiva e assai densa sul piano polemico e argomentativo, la Storia della letteratura italiana fu concepita così, secondo la definizione di Contini, alla stregua di «un’ideale storia intima della nazione italiana»[29] e in essa De Sanctis riprende, ma con una consapevolezza teorica ben più sistematica e con una connotazione di contenuto romantico, quella prospettiva di «progresso» o di «svolgimento» della letteratura che era stata già propria del Tiraboschi.

È stato detto giustamente che la storia del De Sanctis assomiglia a un grande romanzo o a un grande melodramma, nei quali si racconta e si mette in scena il complesso configurarsi di una comunità nazionale intorno all’idea di una modernità civile e culturale[30]. Questo processo si realizza (o, meglio, punta a compiersi) in varie epoche storico-culturali (dal Medioevo sino all’età moderna), ma la sua progressività, che riecheggia lo svilupparsi della hegeliana fenomenologia dello spirito, non è mai lineare, poiché si manifesta attraverso l’alternarsi di improvvisi picchi e repentine cadute, spesso percepibile all’interno delle stesse epoche. Il percorso di istituzione di una coscienza moderna attraverso la letteratura si sviluppa costantemente intorno ad alcuni capisaldi estetici ed ideologici, spesso combinati secondo uno schema oppositivo e dialettico (parola/cosa, poeta/artista), e ha in Dante, Machiavelli, Leopardi i punti di massima risalita. Invece, a causa della  prevalenza di un elemento formale sganciato dalla realtà e fine a sé stesso (il concetto dell’«arte per l’arte»), il momento più basso raggiunto dalla parabola della letteratura nazionale è costituito dalla poesia secentesca e da quella arcadica, respinte e rifiutate dal De Sanctis (esperienza galileiana della nuova scienza a parte) anche per il contestuale asservimento dei letterati alla potenza spagnola e per le condizioni politicamente miserevoli in cui l’Italia versava in quell’epoca, di contro alla floridezza degli altri stati nazionali d’Europa. Al contrario, l’età moderna (La letteratura della nuova Italia), con le grandi figure di Leopardi e di Manzoni che vi campeggiano e di cui De Sanctis trattò, più diffusamente che nella Storia, in altri specifici e successivi approfondimenti[31], ispira al critico spunti importanti riguardo alla questione di un’identità nazionale in rapporto al contesto europeo, a unificazione finalmente raggiunta. Nella conclusione del suo lavoro storiografico, nella quale la serrata e limpida argomentazione dialettica dei capitoli precedenti lascia spazio a una prosa più drammatica e nervosa, De Sanctis avverte, infatti, come l’identità da lui narrata sia in realtà ancora un problema aperto e in fieri. A suggerire queste riflessioni intervengono anche la sua personale partecipazione ai moti risorgimentali, che gli causò il carcere e l’esilio, il suo diretto coinvolgimento nelle vicende post-unitarie, attestato dall’assunzione di prestigiosi incarichi nel decennio successivo all’unificazione, e l’impegno in politica (De Sanctis fu deputato al primo Parlamento italiano, esponente importante della Sinistra Storica e protagonista di diverse campagne elettorali, l’ultima delle quali è raccontata nel suo famoso Viaggio elettorale, pubblicato nel 1876). Tutte queste esperienze, insieme con la lunga attività di insegnamento, gli consentirono una profonda conoscenza del tessuto sociale e culturale del Risorgimento, e in qualche modo sembrano riflettersi nella compilazione della Storia, che è anche il frutto di un partecipe, sincero e fervido sentimento patriottico, come dimostra quel passo famoso in cui egli, mentre è intento a scrivere il capitolo su Machiavelli, inserisce un improvviso riferimento agli eventi del 20 settembre 1870 (data della breccia di Porta Pia): «In questo momento che scrivo le campane suonano a distesa, e annunziano l’entrata degli Italiani a Roma. Il potere temporale crolla. E si grida il viva all’Unità d’Italia. Sia gloria a Machiavelli»[32]. Analogo spirito si coglie nel finale dell’opera, quando De Sanctis ribadisce che una piena e consapevole identità collettiva sarà possibile non ripiegandosi sulla pur illustre eredità del passato, ma utilizzando questa eredità per un generale e profondo processo di autocoscienza e di analisi interiore, che porti gli italiani a «esplorare il proprio petto, secondo il motto testamentario di Giacomo Leopardi»; e a trovare gli stimoli e la spinta per collocarsi nel nuovo secolo non più «alla coda» o «a’ secondi posti»[33]: insomma in primo piano, da protagonisti.

Basterebbe questa chiusa calda ed esortativa per rivendicare all’opera del De Sanctis una sua ancora significativa attualità, nonostante che qualche recente orientamento critico punti a contestarla, forse con eccessiva disinvoltura. Ora, non v’è dubbio che la Storia della letteratura italiana è un prodotto del suo tempo e, come tale, fa parte della cultura risorgimentale (e, dunque, anche dei suoi cospicui limiti), sin nelle sue fibre costitutive più interne. Come pure non v’è dubbio che alcune valutazioni in essa contenute (quelle, per esempio, sulla poesia barocca) appaiano oggi superate e siano poi state riviste e ricalibrate, in un inevitabile quanto necessario processo di approfondimento storico, che ha puntato a riconsiderare anche alcuni territori letterari (produzione ecclesiastica, accademica, cortigiana), trascurati ovviamente da De Sanctis per la sua specifica condizione metodologica e moralistica. Il paradigma di fondo della Storia appare comunque, tuttavia, ancora oggi vivo e vitale, così come ancora viva e vitale appare la tensione del suo autore nel rintracciare i tratti fondativi e i grumi basilari dell’unità nazionale, superando i ristretti e ideologizzati approcci della coeva storiografia letteraria (la clericalissima Storia della letteratura italiana, 1865, di Cesare Cantù, e, su altro versante, le anti-clericali e un po’ disorganiche Lezioni di letteratura italiana, 1866-1872, di Luigi Settembrini[34]).

La prova più importante della vitalità del paradigma desanctisiano sta nella ricezione che ne fecero, a distanza di qualche tempo, Croce e Gramsci. Il primo, assai refrattario, come è noto, per radicati convincimenti metodologici, alla teoria dei generi e alla possibilità di una storia letteraria, ammissibile al più per specifiche finalità didascaliche, costruì comunque un compiuto percorso di ricognizione storiografica della letteratura italiana attraverso una fittissima serie di saggi e approfondimenti (da Dante ad Ariosto, da Leopardi alla letteratura decadente). Più che nei sei volumi della Letteratura della nuova Italia, pubblicati tra il 1914 e il 1940, ispirati a un uso estremo di quella categoria di «poesia-non poesia», precipua dei primi tempi dell’estetica crociana, e, dunque, risolti essenzialmente in una valutazione di gusto[35], un compiuto ragionamento sull’identità italiana si riscontra nella Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (uscita nel 1927), opera storica nella quale non mancano, tuttavia, riflessioni letterarie[36]. In particolare, come De Sanctis, Croce riconosce qui nella linea filosofico-letteraria Bruno-Campanella-Galilei-Vico l’ossatura di una tradizione di pensiero e di letteratura, che era già alla base del concetto di Italia unita. L’eredità da De Sanctis è ancora più evidente in Gramsci, soprattutto nel suo quaderno dedicato al rapporto tra Letteratura e vita nazionale (pubblicato postumo nel 1950), dove si manifesta, esplicita e determinata, la tendenza ad analizzare i fatti letterari in funzione del processo di formazione di una coscienza unitaria. Questo postulato si integra, però, con la consapevolezza che il valore estetico è subalterno rispetto a quello pedagogico, nel quadro di una nuova considerazione della figura dell’intellettuale e del suo ruolo di educatore delle masse, come dimostra l’apertura verso generi di carattere popolare (la Triviallitteratur), sino a quel momento trascurati dalla storiografia ufficiale[37].

Con Croce e con Gramsci si entra di diritto nella frastagliata area delle storie letterarie novecentesche, che seguono alla vivace stagione erudito-positivistica di fine Ottocento e inizio Novecento, quando il patrimonio letterario italiano (e, con esso, l’identità del neonato Paese) fu esplorato da una serie di scavi filologici, documentari e archivistici, in linea con gli impulsi trionfalistici e celebratori dell’epoca post-unitaria (nascono in questa fase le informatissime storie vallardiane per secoli e per generi). Non è neppure pensabile affrontare in questa sede un argomento tanto vasto e complesso. Qui sia sufficiente dire che il paradigma desanctisiano di una coscienza letteraria nazionale, propedeutica all’Unità, e di una storia culturale intesa come formazione di uno spirito patrio, pur fra inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, permane anche nelle successive storie letterarie della seconda metà del XX secolo (la Cecchi-Sapegno[38] della Garzanti, la Muscetta di Laterza, la Barberi-Squarotti della Utet, la Ricciardi, la Borsellino-Pedullà della Motta, la Brioschi-Di Girolamo di Bollati Boringhieri, la Ferroni dell’Einaudi). L’asse storico-interpretativo di marca desanctisiana viene ora adattato a una differente metodologia di compilazione, che implica la partecipazione e il coinvolgimento di una équipe di studiosi (tranne nel caso della letteratura di Ferroni, opera unius auctoris), ed è spesso declinato secondo posizioni ideologiche diversificate e inedite visuali analitiche e modulari (per generi, per problemi, per tematiche, per autori, per opere, per nuove periodizzazioni, ecc.). Avviene, in quasi tutte queste storie letterarie, una rilevante amplificazione della trattazione relativa alla letteratura ottocentesca e risorgimentale, punto nodale per il tema del rapporto fra letteratura e unità: un passaggio affrontato con evidente risalto e su fondamenti gramsciani soprattutto nella letteratura Laterza, come risultato della formazione marxista del suo curatore.

L’asse desanctisiano non scompare affatto in queste successive operazioni storiografiche, neppure dinanzi a prospettive esegetiche ormai rinnovate (tutte le storie della letteratura citate presentano nel titolo il termine «storia», a segnalare un solido fondamento di “genere” letterario; talvolta, come nelle storie letterarie Laterza e Ricciardi, anche con il corredo dei testi). Al più, si metabolizza in nuove e differenti modalità. Il vero punto di svolta è, invece, rappresentato dalla scoperta di una non più eludibile dimensione spaziale e geografica della letteratura italiana e del suo intrinseco policentrismo, di cui si iniziò ad avere contezza a partire dal celebre volume di Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana, 1967[39]), in una fase storico-politica, peraltro, in cui si stavano ponendo sul piano costituzionale le basi del regionalismo. È con questo importante elemento di novità che, per la prima volta, entra in crisi la tradizionale linea toscano-centrica del De Sanctis, a vantaggio dell’approfondimento su singole realtà regionali, divenute oggetto di rinnovate interpretazioni storiografiche. Viene così pure ad aggiornarsi e ad integrarsi, con questo ampliamento di ottica e di prospettiva, il canone ristretto di autori contenuto nella proposta desanctisiana. Si pensi a questo proposito, per la terra d’Otranto, agli studi di Mario Marti, fondamentali anche per la definizione di generali problemi di ordine teorico e metodologico relativi al rapporto centro-periferia, regione-nazione, maggiore-minore[40], e a quei venti volumi della «Biblioteca salentina di cultura» da lui fondata e diretta, che sono a ben vedere anche un complesso (pur se parziale) itinerario storiografico, svolto attraverso testi e autori spesso rari e dimenticati nella storia della letteratura italiana canonica. Si tratta di una letteratura vista sempre in collegamento con il quadro nazionale e, talora, extra-nazionale, il cui apporto all’edificazione di un’identità collettiva è colto dall’angolatura di un’area geografica laterale, e per questo ancor più significativa.

Come il Salento, da Dionisotti in poi vengono rivalutate in rapporto al centro e alla nazione  anche altre realtà regionali e periferiche (come dimostra la Storia letteraria delle regioni d’Italia di Binni-Sapegno, del 1968), sacrificate nell’economia della storiografia desanctisiana per quella esigenza, in essa essenziale e preponderante, di fornire una visione compatta, unitaria e centripeta delle vicende letterarie, sia pure nell’ambito di una mossa dialettica interna. Non per questo viene messa in dubbio l’idea di un’identità letteraria antesignana di quella politica e statuale, ma anzi si conferma, dal basso e da punti di osservazione a prima vista appartati e marginali (le “piccole patrie”), questo graduale meccanismo di formazione. Così, i tre volumi intitolati Storia e Geografia della letteratura italiana, usciti nella Letteratura italiana diretta da Alberto Asor Rosa fra il 1987 e il 1989, una storia letteraria già particolarmente innovativa per altri aspetti (tematiche, approcci, quadri d’insieme), sono dedicati all’esplorazione di diversi centri e luoghi di produzione letteraria lungo il corso dei secoli, con un significativo rovesciamento del binomio dionisottiano (Geografia e storia) e con una rinnovata prevalenza dell’elemento storico su quello geografico (assai importante, per questo riguardo, il saggio di Asor Rosa premesso al terzo volume e intitolato Centralismo e policentrismo nella letteratura italiana unitaria). L’attenzione per le periferie o per i centri culturali non canonizzati dalla storiografia precedente (ma non per questo motivo meno importanti), non esclude peraltro che simili approcci allo studio della letteratura italiana allarghino lo sguardo all’Europa proprio partendo dall’elemento locale, come dimostra la recente Storia europea della letteratura italiana, scritta dallo stesso Asor Rosa, tesa a individuare il segno di un’identità letteraria italiana nel più generale contesto europeo[41]. E anche il nuovissimo (da pochi mesi è uscito il primo dei tre volumi, intitolato Dalle origini al Rinascimento) Atlante della letteratura italiana Einaudi, ideato e diretto da Sergio Luzzato e da Gabriele Pedullà e al quale hanno lavorato diversi autori, mette al centro la geografia della letteratura (come lo stesso titolo indica), anche grazie all’apporto di un ricco apparato di proiezioni statistiche e quantitative, dispensate in grafici, cartografie e diagrammi. L’Atlante costituisce un’ideale mappa di sostegno a un racconto storiografico pensato nello spazio oltre che nel tempo, al fine di mettere in risalto la consistenza multicentrica dell’Italia letteraria e, dunque, le differenziate coordinate del processo di fondazione di un comune carattere culturale. Per ottenere questo risultato, i curatori dell’opera, dando per scontati «la crisi e lo scacco irreversibile dello storicismo desanctisiano, crociano e gramsciano»[42], privilegiano una narrazione della storia letteraria impostata su prospettive inedite o poco battute: l’attenzione per i luoghi e per i centri della letteratura, per i dati materiali delle opere, per la letteratura orale (la «civiltà della parola»), per la letteratura italiana in latino, in dialetto e «in altri idiomi scritti e parlati nella penisola»[43]; il rilievo dato a eventi, ad aneddoti, a piccoli avvenimenti, a incontri e viaggi degli scrittori, a frammenti di storie umane, spesso ricostruiti attraverso lo studio dei paratesti delle opere (dediche, prefazioni ecc.) e ritenuti fondamentali nella definizione delle vicende storiografiche; la sostituzione delle tradizionali periodizzazioni secolari e delle consolidate categorie storiografiche e tematiche con determinati cronotopi storiografici (L’età di Padova, L’età di Avignone, L’età di Firenze ecc.).

A fronte di questa originale interpretazione cartografica, geografica e spaziale della storia letteraria, richiama, invece, una più ortodossa impostazione centralistica e desanctisiana (come lo stesso titolo indica) un’altra importante moderna storia letteraria, la Storia della letteratura italiana diretta da Enrico Malato, articolata in quattordici poderosi tomi e pubblicata presso la Salerno editrice fra gli ultimi anni Novanta del Novecento e i primi del Duemila, probabilmente lo strumento più completo e aggiornato di cui oggi si disponga per lo studio della nostra tradizione letteraria. Qui la direttrice dei luoghi e dello spazio si innesta e si invera in una visione più generale e ampia, a carattere pluridisciplinare, che non comprime la presenza delle singole identità locali, ma le inserisce nel corpo vivo della dettagliata e diffusa narrazione storiografica, con una calcolata rivendicazione, nella Premessa all’opera[44], del concetto di «storia della letteratura» (messo in dubbio da altre compilazioni storiografiche), sia pure arricchito da nuove significazioni e da un supplemento di informazione riguardo alla fortuna e alla diffusione che la letteratura nazionale ha avuto oltre i confini d’Italia[45]. Si rende così implicita quella dialettica centro-periferia che, anche ai fini del percorso di configurazione di un’Italia politica e letteraria, viene invece posta come isolata dinamica all’interno di altre moderne storie della letteratura.

Con questo moderno ritorno al De Sanctis, si compie la parabola di un paradigma identitario su base letteraria, che, già colto dalla storiografia settecentesca e definitivamente codificato nel capolavoro del critico irpino, è divenuto poi un tratto genetico e identificativo di un comune sentire e di una condivisa appartenenza civile e culturale, ben evidenziato dalle ricostruzioni storiografiche del secolo XX. All’interno di tale parabola, il modello storiografico della Storia della letteratura italiana, pur tra respingimenti, posteriori rielaborazioni e necessari aggiornamenti, ha dimostrato di essere un fulcro essenziale, anche con il carico dei suoi peculiari e inevitabili, per il nostro tempo, limiti di interpretazione (inquadramento storico, canone di autori ecc.), determinati dallo specifico contesto storico-culturale in cui esso venne concepito ed ideato. Anzi, questo modello sembra aver continuato ad agire come un riferimento ineludibile (se non altro per il suo ruolo di costante bersaglio polemico) persino in quelle moderne storie della letteratura che si sono rilevate contrarie al metodo del critico irpino e che, anche per questa loro posizione, non ne hanno potuto, alla fine, in qualche modo prescindere. Disconoscere questa verità significherebbe trascurare lo snodo principale di un percorso lungo e mosso, a tratti discontinuo, che ha visto storia e letteratura contribuire simultaneamente, sebbene da prospettive diverse, alla formazione di un sentimento nazionale collettivo e unitario, basato su una consapevole valutazione degli autori e dei testi della nostra tradizione letteraria e su una loro funzionale interpretazione ideologica e storiografica.

 


[1] Mario Marti, L’idea d’unità d’Italia nella letteratura dei primi secoli, in Da Dante a Croce. Proposte consensi dissensi, Galatina, Congedo, 2005, pp. 79-92. Sul tema vedi anche il recente libro di Francesco Bruni,  Italia. Vita e avventure di un’idea, Bologna, Il Mulino, 2010.

[2] L’identità nazionale nella cultura letteraria italiana, Atti del 3° Congresso nazionale dell’ADI, Lecce-Otranto, 20-22 settembre 1999, a cura di Gino Rizzo, Galatina, Congedo, 2001, 2 voll. Nello stesso filone si collocano gli Atti del 5° Congresso ADI (Roma, settembre 2001), intitolati Il Canone e la Biblioteca: costruzioni e decostruzioni della tradizione letteraria italiana, a cura di Amedeo Quondam, Roma, Bulzoni, 2002.

[3] Vittorio Alfieri, Parere sulle tragedie e altre prose critiche: testo definitivo e redazioni inedite, a cura di Morena Pagliai, Asti, Casa d’Asti, 1978, pp. 236-237.

[4] Giosuè Carducci, Opere, vol. VII dell’Edizione nazionale: Discorsi letterari e storici, Bologna, Zanichelli, 1935, p. 346.

[5] Claudio Marazzini, L’ordine delle parole: storia di vocabolari italiani, Bologna, Il Mulino, 2009.

[6] Stefano Jossa, L’Italia letteraria, Bologna, Il Mulino, 2006 (soprattutto il cap. I: Un’identità letteraria?, pp. 19-44) e Franco Brevini, La letteratura degli italiani: perché molti la celebrano e pochi la amano, Milano, Feltrinelli, 2010.

[7] Sulla storiografia letteraria settecentesca, vedi Giovanni Getto, Storia delle storie letterarie, Firenze, Sansoni, 1969, pp. 31-76; Franco Arato, La storiografia letteraria nel Settecento italiano, Pisa, Edizioni ETS, 2002. Sul valore identitario-patriottico di questa storiografia, vedi Grazia Distaso, Fra Muratori e Tiraboschi. La rifondazione dell’Italia letterata, in Gli scrittori d’Italia. Il patrimonio e la memoria della tradizione letteraria come risorsa primaria, Atti dell’11° Congresso ADI, Napoli, 26-29 settembre 2007, a cura di Cristiana Anna Addesso, Vincenzo Caputo, Ornella Petraroli, versione digitale (http://www.italianisti.it/FileServices/02%20Distaso%20Grazia.pdf), Napoli, Graduus, 2008.

[8] Giacinto Gimma, Idea della storia dell’Italia letterata […], Napoli, Mosca, 1723, t. I, p. 2.

[9] Ivi, p.n.n.

[10] Ivi, t. II, p. 854.

[11] Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, a cura di Gianfranco Contini, Torino, Utet, 1968, p. 767.

[12] Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Milano, Bettoni, 1833, vol. I, p. 4.

[13] Ivi, p. 5.

[14] Ugo Foscolo, Saggi di Letteratura italiana, a cura di Cesare Foligno, vol. XI dell’Edizione nazionale, Parte prima, Firenze, Le Monnier, 1958, pp. 3-266.

[15] Id., Prose politiche e letterarie (1811-1816), a cura di Luigi Fassò, vol. VIII dell’Edizione nazionale, Firenze, Le Monnier, 1967, pp. 119-150. Dei Vestigi vedi pure la più moderna edizione a cura di Maria Antonietta Terzoli, Roma, Salerno Editrice, 2003.

[16] Ivi, pp. 151-338.

[17] Ugo Foscolo, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura: orazione, a cura di Enzo Neppi, Firenze, Olschki, 2005, p. 143. L’orazione  è pubblicata anche nell’Edizione nazionale delle opere di Ugo Foscolo (Ugo Foscolo,  Lezioni, articoli di critica e di polemica (1809-1811), a cura di Emilio Santini, vol. VII dell’Edizione nazionale, Firenze, Le Monnier, 1967, pp. 3-32).

[18] Dell’origine e dell’ufficio della letteratura (edizione Neppi) cit.,  p. 144.

[19] Foscolo, Saggi di Letteratura italiana cit., Parte seconda, pp. 399-556.

[20] Ivi, pp. 3-186.

[21] Ivi, pp. 327-398.

[22] Getto, Storia delle storie letterarie cit., p. 159.

[23] Sono leggibili nel già citato volume dell’Edizione nazionale del Carducci (pp. 1-161).

[24] Del principe e delle lettere, con altre prose di Vittorio Alfieri, Firenze, Barbèra, 1859 (Collezione «Diamante»).

[25] Poi compreso in Giosuè Carducci, Letture del Risorgimento italiano, Bologna,  Zanichelli, 1908 (nuova edizione),  pp. 540-549.

[26] Francesco De Sanctis, Verso il realismo. Prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica, saggi di metodo critico, a cura di Nino Borsellino, in Opere, vol. VII, Torino, Einaudi, 1965, pp. 294-318.

[27] Ivi, p. 316.

[28] Ibidem.

[29] Gianfranco Contini, Introduzione, in De Sanctis, Storia della letteratura italiana cit.,  p. 26.

[30] Ezio Raimondi, L’unità della letteratura, in Letteratura e identità nazionale, Milano, Bruno Mondadori, 1998, pp. 1-29.

[31] Cfr. Francesco De Sanctis, La letteratura italiana nel secolo XIX, vol. III: Giacomo Leopardi, a cura di Walter Binni, Bari, Laterza, 1953. Al Manzoni De Sanctis dedicò, fra il 1871 e il 1873, quattro saggi, tutti usciti sulla «Nuova Antologia»: Il mondo epico-lirico di Alessandro Manzoni, La poetica del Manzoni, La materia dei “Promessi Sposi”, I “Promessi sposi”.

[32] De Sanctis, Storia della letteratura italiana cit., p. 551.

[33] Ivi, pp. 842-843.

[34] Coeve all’opera desanctisiana, le Lezioni rivelano quella fiducia incondizionata nella forza della letteratura come vettore dell’orgoglio nazionale, quella visione patriottica e quella passione risorgimentale, che in De Sanctis si  manifesteranno all’interno di una più matura architettura critica, estetica e storiografica, e che già in Settembrini risultano ugualmente centrali e significative, come dimostra il suo convincimento, contenuto a conclusione delle Lezioni, riguardo all’amore che le «generazioni future» continueranno a coltivare per la letteratura e, dunque, per l’Italia: «Molti diranno no […]; ed io sorridendo risponderò loro: il Duemila vedrà chi ha il torto. Io era giovanotto come voi, e m’innamorai di un’idea, e per questo amore fui creduto pazzo […]. Sono vissuto tanto che finalmente ho veduta quella idea una cosa reale, l’Italia era una e libera […]. Se ho trasfuso in voi quest’amore e questa fede, avrò fatto il mio dovere, e son contento: spetterà a voi fare il dovere vostro, trasfondendo in altri amore e fede dell’Italia» (Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, a cura di Valentino Piccoli, Torino, Utet, 1927, vol. III, p. 398).

[35] Mario Marti, Benedetto Croce critico della Letteratura italiana, in Da Dante a Croce cit., pp. 153 e ss.

[36] Ezio Raimondi, Etica, libertà e democrazia, in Letteratura e identità nazionale cit., pp. 148-165.

[37] Id., Letteratura e vita nazionale, ivi, pp. 166-182.

[38] Dello stesso Sapegno vale qui la pena ricordare anche il fortunatissimo Compendio di storia della letteratura italiana, pubblicato in tre volumi per la prima volta fra il 1936 e il 1947 e poi anche in edizione ridotta, col titolo Disegno storico della letteratura italiana (prima edizione: 1949).

[39] Ma il saggio iniziale, che dà il titolo al volume, era stato già pubblicato molti anni prima negli «Italian Studies» (VI, 1951, pp. 70-93).

[40] Si vedano soprattutto, a questo proposito, almeno i voll. Dalla regione per la nazione: analisi di reperti letterari salentini, Napoli, Morano, 1987 e Critica letteraria come filologia integrale, Galatina, Congedo, 1990.

[41] È uscita presso Einaudi, in tre volumi, nel 2009. Particolarmente importante, ai fini del nostro discorso, il terzo volume, intitolato La letteratura della nazione.

[42] Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà, Introduzione, in Atlante della letteratura italiana, a cura degli stessi Luzzato e Pedullà, vol. I, Torino, Einaudi, 2010, p. XV.

[43] Ivi, p. XXIV.

[44] Enrico Malato, Premessa, in Storia della letteratura italiana, diretta dallo stesso Malato, vol. I: Dalle origini a Dante, Roma, Salerno Editrice, 1995, pp. IX-XIV.

[45] Si veda il XII volume (2002), dedicato monograficamente a La letteratura italiana fuori d’Italia.


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