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Signorine e giovanotti PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 15 Novembre 2016 19:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 13 novembre 2016, p. 10]



Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana, per la seconda volta di fila, rispondo a domande proposte dai lettori che scrivono al giornale. Ricordo le regole. Verrà sempre rispettata la volontà del mittente indicandone o omettendone il nome, caso per caso. Ma il nome di chi scrive dovrà essere sempre esplicito nella lettera, i messaggi vanno firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Un lettore mi scrive di essere rimasto colpito da quanto visto in televisione il 7 ottobre, durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber. Discutevano del prossimo referendum Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, e Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Il dibattito era piuttosto acceso e spesso da parte di Salvini si facevano allusioni e insinuazioni anche di tipo personale, al punto che la conduttrice Gruber ha rimproverato Salvini: «Eravamo d’accordo che avremmo parlato di referendum». E lui ha replicato: «Lo so, ma avere davanti la Boschi non capita tutti i giorni, ho abusato del ministro». Durante lo scontro verbale il leghista ha detto: «Votare “no” servirà a mandare via la signorina Boschi». «Al giovanotto Salvini – ha ribattuto la ministra – vorrei chiedere se vuole ridurre il numero dei parlamentari e i costi della politica oppure no, se vuole abolire il Cnel oppure no, se vuole velocizzare la burocrazia in questo Paese oppure no». Ecco la domanda del lettore. «L’uso di signorina da parte di Salvini e di giovanotto da parte di Boschi non mi è parso neutro, mi è parso di scorgervi un tono di attacco, forse di irrisione. È così? Eppure quelle parole non sono offensive, fanno parte della lingua corrente e si usano normalmente».

Non entro in questo momento nel merito delle diverse posizioni, favorevoli o contrarie al referendum. Non è materia di questa rubrica, perlomeno non direttamente. Ma il lettore ha ragione, l’uso che è stato fatto in quel contesto dei due termini di cui parliamo non è neutro, sottintende altro. Vediamo perché. Definiamo «appellativi allocutivi» le parole usate per chiamare gli interlocutori in situazioni di dialogo diretto, reale o fittizio, o per richiamare la loro attenzione: caro dottore, egregio signore, ecc. Anche signorina e giovanotto rientrano in questa categoria, ma il loro uso richiede precisazioni.

I vocabolari ci aiutano a capire. Signorina è il titolo con cui di solito ci si rivolge a una donna giovane non sposata: «buon giorno, signorina»; «si accomodi, signorina»; spesso scherzosamente, parlando a bambine: «vogliamo smettere, signorina, di fare i capricci?». Nei contesti formali (non nella conversazione di tutti i giorni, lì le regole possono essere diverse) ormai da oltre un decennio alle donne dopo una certa età (diciamo dopo i diciotto-venti anni) viene dato l’appellativo allocutivo di signora (senza distinguere se si tratti di donna sposata o meno): è un modo di rispettare l’interlocutrice, la si rispetta in quanto persona, non importa la presenza o l’assenza del matrimonio.

In alcune donne molto giovani l’abolizione di signorina suscita qualche perplessità. Se durante una seduta di laurea (è un momento importante, il culmine degli studi universitari) il presidente di seduta o qualche commissario si rivolge alla laureanda con l’appellativo signora, spesso l’interpellata si mostra sorpresa. Non gradisce, alla sua giovane età, essere qualificata come signora. Ma non è mancanza di rispetto, anzi testimonia esattamente il contrario. Basta osservare cosa avviene con i corrispettivi termini maschili. Perché solo nell’appellativo allocutivo femminile deve esiste­re una distinzione basata sul matrimonio, visto che a signore non si con­trappone signorino? Signorino esiste nella lingua italiana ma viene usato in accezione ironica, per indicare un giovane troppo esigente e di gusti difficili, non è un complimento: «il signorino non si accontenta mai, pretende sempre cibi raffinati».

Da molti il nuovo atteggiamento linguistico, quello di rivolgersi alle donne con signora senza chiedersi se si tratti di persona sposata o nubile, è visto come segnale di una parità di genere finalmente raggiunta. Se ne occupa anche la politica, a livelli elevati. Tra le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua (Presidenza del Consiglio dei Ministri) si rileva l’uso «dissimmetrico di nomi, cognomi e titoli». Ecco l’invito: «Abolire l’uso del titolo signorina, che tende a scomparire ed è dissimmetrico rispetto al signorino per uomo, ormai scomparso e che non è mai stato usato con lo stesso valore».

Una decisione del 2009 del Parlamento Europeo, relativa però solo agli atti legislativi e ai docu­menti interni dello stesso parlamento, contiene linee guida per la neutralità di genere e consiglia di omettere, in riferimento a donne, qualsiasi appellativo relativo allo stato civile, ricorrendo al solo nome e cognome. Il Primo Ministro francese ha abolito il termine mademoiselle dai documenti amministrativi ormai da alcuni anni. Gli spagnoli continuano a usare señorita, ma si interrogano se sia corretto. Se gli inglesi utilizzano Mrs e Miss per indicare le donne sposate e quelle nubili, con Ms cercano invece di introdurre neutralità e di evitare etichette. Infine, in Germania vi è il termine Fräulein (‘signorina’ contrapposto a Frau ‘signora), ma già negli anni ottanta il termine veniva considerato desueto e da evitare. L’uso della lingua richiede attenzione, se vogliamo essere politicamente corretti. Ne abbiamo parlato a luglio, ricordate?

Torniamo al caso iniziale, il dibattito televisivo tra Boschi e Salvini. Quest’ultimo, sottolineando la condizione di giovane donna non sposata della sua interlocutrice, intendeva alludere ad altro: insisteva sulla presunta immaturità e sulla presunta inadeguatezza al ruolo di ministra (senza darsi la pena di dimostrare le sue affermazioni). Bene ha fatto Boschi a replicare con l’appellativo giovanotto ‘maschio celibe, robusto e troppo spigliato’ (dicono così i vocabolari, che come sempre ci aiutano a capire molte cose, al di là dei fatti strettamente linguistici). Fa bene Boschi a difendersi, troppo spesso chi la attacca insiste sui suoi dati anagrafici e sulle sue caratteristiche fisiche, perfino sui dettagli di glutei e seno. Benissimo ha fatto Valerio Onida, ex Presidente della Corte Costituzionale, sostenitore del “no”, ad esprimere la sua solidarietà alla ministra Boschi durante un dibattito televisivo, la sera del 7 novembre. Onida espone idee opposte a quelle della ministra ma lo fa con garbo e razionalità, il politico citato all’inizio di quest’articolo fa allusioni che vorrebbero essere irridenti e sono invece stupide.

Non sto privilegiando le ragioni del “sì” al referendum contro quelle del “no”. Parlo del modo di trattare i temi importanti che ci interessano. Dobbiamo considerare le idee e i fatti, non i pregiudizi.

Una mia amica che segue attentamente la pagina domenicale di «Parole al sole» mi ha chiesto una volta. Dove trovi gli argomenti di cui tratti? La risposta è semplice, come abbiamo appena visto. Gli argomenti vengono dalla vita, basta guardarsi intorno, la lingua ci coinvolge tutti e ci insegna a vivere!



p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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