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La lingua di papa Francesco PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 21 Novembre 2016 20:02

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 20 novembre 2016, p. 13]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo alle sollecitazioni di lettori che scrivono al giornale. Questioni d’interesse generale e temi vasti, così seleziono le domande. Ricordo le regole. Il nome del mittente verrà indicato o omesso (rispettando la volontà di chi scrive) ma i messaggi vanno sempre firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Questa settimana traggo spunto dalle osservazioni di un collega che insegna all’università del Salento. Donato Scolozzi, ordinario di matematica generale al dipartimento di Scienze dell’economia, osserva che il 1 ottobre 2016 papa Francesco, durante la messa allo stadio di Tblisi, ha tenuto l’omelia in italiano. È giustamente colpito: siamo in Georgia, solo pochissimi tra i presenti avranno potuto capire le parole del papa, che è poliglotta e avrebbe potuto usare un’altra lingua lì più nota. Si chiede: certo ci saranno state ragioni precise alla base di quella scelta linguistica, ma non sono chiare. E conclude: «viene da pensare, e lo faccio ormai da tempo, che doveva venire un argentino con origini italiane a tenere alto il valore della nostra bellissima lingua».

Nella scelta linguistica del papa ragioni di carattere generale si sommano a motivazioni legate alla personalità del pontefice.

La Chiesa cattolica ha nella Città del Vaticano il suo centro mondiale: da lì promana nel mondo il processo di evangelizzazione. Ne risulta che, accanto alla dottrina, la Chiesa svolge un ruolo di grande importanza anche per quanto riguarda la promozione della nostra lingua. In italiano stampa la maggioranza dei suoi scritti e pubblica l’«Osservatore romano», quotidiano a diffusione universale (al quale negli ultimi anni si sono affiancate edizioni settimanali o mensili in altre lingue), svolge l’insegnamento nelle proprie università e nei collegi pontifici che attraggono studenti di varia nazionalità, assicura le comunicazioni tra prelati di diversa origine e in genere tra coloro che hanno contatti con la vita ecclesiale, diffonde parole universali relative ad attività istituzionali, a titoli ecclesiastici, perfino all’abbigliamento clericale: conclave, confessionale, monsignore, nunzio, papalina, ecc. Veniamo all’episodio da cui siamo partiti. Nelle omelie pubbliche e nelle occasioni ufficiali i pontefici (al di là della loro nazionalità originaria) usano quasi esclusivamente l’italiano come lingua della comunicazione veicolare, orale e scritta; anche nelle visite all’estero, quando non adoperano la lingua del luogo. L’abbiamo visto con gli ultimi tre pontefici. Woytila, Ratzinger, Bergoglio, tutti stranieri, nei loro viaggi all’estero hanno usato spesso l’italiano, come ha fatto recentemente papa Francesco, prima in Corea del Sud e poi in Georgia.

Poi c’è l’uso personale, ricco di inventiva e di fascino, che della lingua sanno fare i pontefici, spesso comunicatori straordinari oltre che grandi uomini di fede. Tutti ricordano l’emozione e l’uragano di applausi che accolsero il «Se sbaglio mi corrigerete» con cui Woytila si rivolse alla folla che per la prima volta lo ascoltava in piazza San Pietro. Forse Woytila sbagliò davvero, in quell’occasione: ma da quel momento l’errore legò in maniera fortissima il papa ai fedeli, con un vincolo che negli anni non è mai venuto meno, fino alla santità dopo la morte. Usa la lingua italiana in modo creativo Bergoglio, che spesso riprende forme antiche dando alle stesse nuova vita e riportandole all’attenzione di tutti noi: costituisce un fenomeno linguistico straordinario, pur non essendo un parlante nativo dell’italiano.

Se ne sono accorti, a più riprese, i linguisti; in particolare Salvatore Claudio Sgroi ha intitolato Il linguaggio di papa Francesco un suo libro uscito qualche mese addietro presso la Libreria Editrice Vaticana. Il papa è un comunicatore eccellente. Grazie al prestigio che promana dalla figura papale, siamo tutti più convinti che la corruzione spuzza moltissimo, come proclamò una volta efficacemente. Non serve tanto ricordare che quel verbo, inesistente nell’italiano, ha radici dialettali piemontesi, nei dialetti di quella regione il verbo esiste davvero; importa che la frase del papa colpisce, ci esorta a rifiutare la corruzione molto più efficacemente di mille parole corrette messe in bell’ordine. Di fronte alla limpidezza del messaggio anche l’eventuale errore (consapevole o meno) passa in secondo piano.

Sono molte le parole inventate dal pontefice. Ecco qualche esempio: misericordiando nel senso di ‘provando misericordia’, coniato pensando al latino miserando, con questa spiegazione: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando». O nostalgiare, creato a partire da nostalgia, sull’esempio dello spagnolo nostalgiar. Una volta ha scelto la forma si pentiscano (usata da molti scrittori religiosi, antichi e moderni, e quindi qui la scelta pare intenzionale) per ‘comincino a pentirsi’ (i malfattori) rispetto al più scontato ‘si pentano’.

È recentissimo il ripristino di attimino, che negli anni scorsi imperversava ovunque, nel parlato e nello scritto. Una volta dissi a lezione che proponevo l’ergastolo per chiunque usasse attimino per indicare ‘una quantità minima’, anche al di là dei riferimenti temporali: «questa birra è un attimino calda», «questo spettacolo è un attimino noioso». Naturalmente scherzavo, sollecitavo i miei studenti a non usare la lingua in modo ripetitivo, a non abusare delle frasi fatte. Con il diminutivo ci rivolgiamo ai bambini, a volte in forme zuccherose: la pappina, la manina. In termini più generali, Beppe Severgnini ha osservato che l’abuso del diminutivo spesso cela un’insidia nella lingua di tutti i giorni: manovrina (per le nuove tasse), aiutino (per una raccomandazione), programmino (per l’acquisto di un programma inutile per il computer), seratina (per una gozzoviglia), giochino (per una pratica erotica particolare), ecc.

Torniamo ad attimino. Il 9 novembre, durante l’omelia della messa celebrata alla domus di Santa Marta in Vaticano, Bergoglio ha affermato: «Al momento in cui verrà il Signore, tutto sarà trasformato. In un attimino, tutto. Il mondo, noi, tutto!».

L’agenzia adnkronos ha chiesto il parere di due Accademici della Crusca: non avrà esagerato papa Francesco? «Il termine attimino per la verità sembrava essere passato oramai di moda», precisa Francesco Sabatini. «Lo si usava per indicare una misura di quantità applicata a qualsiasi cosa, come “un vestito dal colore un attimino sgargiante”, “un piatto un attimino piccante”, “un regalo un attimino caro”, anziché legarlo solo a una misura di tempo. Sembrava che la parola avesse concluso il suo ciclo vitale e l’avevamo archiviata risultando non più funzionale se non addirittura fastidiosa nel suo abuso. Ora rinasce nell’espressione del Papa ma usata con un significato proprio, correttamente legata al tempo, anche se appare insolito riferirla alle opere di Dio. Ma qui c'è tutto il linguaggio spontaneo cui ci ha abituato Francesco». E Luca Serianni: «Negli anni scorsi noi linguisti abbiamo fatto un gran parlare del termine attimino perché se ne faceva francamente un abuso, lo si inseriva in ogni discorso, quasi in ogni frase. Oggi mi sembra che si senta dire molto meno e può darsi che ora il Papa rilanci questa parola. In questo caso Francesco ha usato attimino nel senso originario riferito al tempo».

Dunque nulla da ridire, via libera all'attimino di Papa Francesco. Ma attenzione. È futile, anzi sbagliato, intervenire con la matita rossa o blu per censurare le scelte linguistiche del papa non italiano o addirittura per correggere i presunti suoi errori di lingua, spesso invece dovuti a scelte intenzionali, fatte per aumentare l’efficacia della comunicazione.

La tolleranza linguistica non si può estendere all’infinito, deve essere applicata con giudizio. Nella scuola e nell’università i professori debbono sollecitare gli studenti a usare la lingua in modo consapevole, deviazioni dalla norma possono essere consentite solo quando esse siano consapevoli e funzionali. Vanno corrette, invece, se nascono da povertà o inadeguatezza lessicali e da ignoranza dell’italiano. Usiamo in modo adeguato la nostra lingua, ci sono limiti alla creatività individuale. Petaloso può andar bene per mezza volta, non esageriamo.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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