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La Natura chiede il conto, chi lo paga? - ( 26 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 26 Novembre 2016 18:36

[“Il Secolo XIX” di sabato 26 novembre 2016]

 

L’articolo 44 della Costituzione dice: “la legge … promuove ed impone la bonifica delle terre”. La bonifica delle terre ha cancellato le paludi, la valvola di sfogo delle inondazioni. In passato, si pensava che fossero un bene, le bonifiche. Come pure si pensava che fossero un bene le centrali nucleari. Risolviamo problemi e ne creiamo altri, e ragioniamo sempre a spanne. L’Italia ha detto due volte no al nucleare. Di pancia. Dopo i disastri di Chernobyl e Fukushima la risposta fu emotiva. Dopo, Giulio Tremonti disse:  «È stata fatta davvero una contabilità del nucleare? Sono stati contabilizzati i costi del decommissioning? Esiste il calcolo del rischio radioattivo? Sappiamo che i benefici ci sono e sono locali, ma i malefici sono generali». Era il 2011. La previsione di Tremonti si sta avverando. Le centrali francesi sono obsolete e devono essere smantellate, ma i costi e le modalità sono un’incognita. Quando le hanno fatte, negli anni settanta, hanno pensato: tra quarant’anni il problema tecnico sarà risolto. Proprio come le bonifiche. I costi economici per affrontare i problemi creati dalle soluzioni sono a carico di chi è venuto dopo.

Anche la semplice economia dei soldi dice che sono stati cattivi affari. Grandi vantaggi a breve termine, enormi svantaggi a lungo termine. Keynes disse che il lungo termine non è molto importante: tanto tra cent’anni saremo tutti morti. E’ stato preso alla lettera (anche se il suo ragionamento era molto meno semplicistico di come appare). E ora abbiamo dissesto idrogeologico, cambiamento climatico, smantellamento delle centrali nucleari, e altre amenità. Le scelte effettuate hanno garantito un allungamento della vita, un miglioramento medio delle condizioni economiche e sociali per grandi fasce che prima erano escluse. Ma il conto sta arrivando, e non possiamo chiedere ulteriori prestiti. Abbiamo dilapidato il capitale naturale per far crescere quello economico, ma il valore, anche economico, del capitale naturale è superiore a quello del capitale economico. Senza aria da respirare non si vive. Le alluvioni non si fermano con i soldi. E i soldi guadagnati non bastano per coprire le spese che derivano da come li abbiamo guadagnati. Questa è cattiva economia. E i problemi creati dalla cattiva economia non possono essere risolti da chi l’ha messa in atto. Chi ha messo in guardia da questi rischi è stato tacciato di essere contro il progresso. Bene, ora sappiamo che non era progresso. Abbiamo vissuto benissimo ma ora siamo nelle mani di uno strozzino implacabile. Si chiama Natura. Rivuole indietro quello che le abbiamo tolto, e gli interessi sono enormi. C’è bisogno di un New Deal, un nuovo patto con la Natura. Abbiamo bisogno di una nuova economia e di una nuova tecnologia. Scienza e tecnologia ci devono servire per risolvere i problemi, ce la possiamo fare. Ma ogni volta ci dobbiamo chiedere: quali problemi porteranno, domani, le soluzioni di oggi? Natta ha vinto il premio Nobel: ha inventato la plastica. Oggi il problema numero uno per la salute degli oceani è la plastica. Non sappiamo come toglierla e sta alterando il funzionamento degli ecosistemi. Allora non lo sapevamo, Natta non ha colpe. Ma oggi lo sappiamo, e non si può più dire che chi pone problemi di sostenibilità “frena il progresso”. Chi mostra le soluzioni senza evidenziare i problemi che genereranno è un truffatore che vende speranze illusorie di progresso. La rotta deve essere cambiata, e sarà un volano economico non indifferente. Le dichiarazioni politiche ci sono: la decarbonizzazione e l’economia circolare sembrano una via obbligata. Però nei nostri mari è previsto che si cerchino altri combustibili fossili. Da una parte diciamo che li dobbiamo abbandonare, però trivelliamo i fondali per estrarne sempre di più. La truffa continua.  Inondazioni, nucleare, clima sono tutte conseguenze di una visione scellerata di progresso. La strada è un’altra.


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