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Cinque scritti salentini PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Salvatore Masciullo   
Giovedì 21 Aprile 2011 19:49

[il Corsivo, Settembre 1999]

 

Misteriosi menhir


Melpignano è un sito interessante per la presenza sul suo territorio di alcuni menhir ben conservati e sicuramente rappresentativi del megalitismo nel Salento.

Menhir è parola che deriva dal dialetto brettone e significa “pietra lunga”. Confitti nella roccia, emergono dal terreno per tre-quattro metri. Le loro facce più larghe, la cui ampiezza è in rapporto di circa un terzo superiore rispetto a quella delle facce strette sono orientate da est a ovest. Non è chiaro l’uso e la destinazione di questi monumenti. Si è ritenuto che fossero dei punti di riferimento viario, che segnalassero dei confini o che fossero strumenti di misurazione del tempo. Assai probabilmente erano usati nel corso di riti. Molti studiosi ritengono che i menhir siano da connettere al culto del sole e ai culti fallici: è probabile però che vari usi si siano succeduti e stratificati nel tempo.

Il significato cultuale dei monoliti appare comunque il più consolidato e deve avere attraversato la storia, se diversi furono i concilii che sancirono pesanti pene contro chi permetteva il compiersi di culti intorno a questi monumenti, sia nei centri abitati che nelle campagne. Carlo Magno aveva emesso un’ordinanza mediante la quale aveva ordinato la distruzione delle pietre fitte: “sia trattato come un sacrilego - detta Carlo Magno - ed abbia l’anatema colui che, sufficientemente avvisato, non farà sparire dal suo campo i simulacri che vi sono eretti”.

Tuttavia l’uso di compiere delle celebrazioni attorno ai menhir non è stato mai del tutto debellato: qualche traccia di quest’attaccamento delle genti salentine ai culti litolatrici è rimasta fino a pochi decenni addietro, quando la domenica delle palme, nei luoghi in cui esistevano i menhir, una processione li raggiungeva e compiva attorno ad essi, imponenti e arcaici osannah, la benedizione dei ramoscelli di ulivo.

Spesso i menhir in passato davano luogo a leggende strane. Erano ritenuti ritrovi di nani e folletti, luoghi di convegno di fate e di streghe. Un menhir -secondo quanto scrive lo studioso salentino Giuseppe Palumbo il quale se ne occupò nei primi decenni del secolo - venne abbattuto perché nel paese era convinzione comune che sotto la base della pietrafitta vi fosse un’ “acchiatura”, un tesoro prezioso. Questa convinzione che i menhir custodissero i tesori era piuttosto diffusa nel Salento, tuttavia un freno al loro abbattimento era costituito dalla convinzione altrettanto radicata che queste ricchezze fossero irrecuperabili perché passate in potere di esseri malefici.

A Melpignano quattro sono i menhir presenti, due di questi imponenti per dimensioni. Innanzitutto il menhir Candelora, alto 3,30 m; misura alla base m. 0,50 x 0,30 e si trova in un trivio che conduce da Melpignano a Castrignano dei Greci.

La stele si trova adiacente un muro di cinta di uno stabilimento industriale per la lavorazione della pietra leccese. La parte superiore è appuntita, probabilmente perché si è verificato un distacco di una parte del menhir.

E poi il menhir Lama, che si trova nel bel mezzo del paese nell’aiuola di piazzetta Asilo. Alto ben 4 m. e 20 cm., misura alla base m. 0,30 x 0,20.

Poiché l’orientamento delle facce più larghe è sull’asse nord-sud, si ritiene che l’attuale collocazione non è da considerarsi quella originaria. Per chi, visitati i menhir di Melpignano, voglia allargare il giro nell’area della Grecia segnaliamo la presenza di altri nei dintorni: a Zollino sorge il menhir della Stazione e il menhir sant’Anna, a Martano il menhir san Totaro.

A fronte di altri monumenti, i menhir, come pure i dolmen, sono scarsamente considerati e forse anche poco conosciuti. Meriterebbero una attenzione maggiore anche da parte delle amministrazioni locali attraverso una mirata politica di valorizzazione.

 

[in TITANO 2000]


Galatina “Città del vino”

 

Il recente riconoscimento di Galatina quale “città del vino” sottolinea la straordinaria importanza della città nel quadro della realtà imprenditoriale agricola salentina, premiando la intelligenza e la operosità dei suoi abitanti, i quali in passato hanno meritato ammirati apprezzamenti da chi ha avuto modo di osservarne le capacità.

Cosimo De Giorgi, ad esempio, notando come Galatina si configurasse quale “la più importante città del circondario di Lecce”, ne sottolineava le ragioni, rinvenendole nella presenza nella comunità di significative figure intellettuali, e questo sin dai secoli più remoti: “Forse nessuna città della Puglia può darsi il vanto di essere stata la culla di tanti filosofi, come Galatina”, ma anche nell’impegno fattivo dei galatinesi, propensi al lavoro e all’organizzazione razionale delle attività. Galatina ha questo di caratteristico, anche a confronto della stessa Lecce: la sua vocazione culturale non costituisce un alibi o un impedimento per interpretare dinamicamente la vita della comunità. Anzi… I viaggiatori francesi, tedeschi, inglesi che si trovarono a visitare la città non poterono  fare a meno di notare quanto essa fosse differente rispetto ad altre realtà circostanti. Agli inizi del ‘900 Martin Shaw Briggs si meravigliò di trovare, appena sceso dalla stazione ferroviaria, una moltitudine di “grandi depositi di vino e di olio”, con peraltro un ulteriore numero in costruzione. Fu colpito sia dal numero che dalla dimensione degli impianti. Lo spettacolo era tanto diverso da quello a cui si era abituato il suo occhio nei giorni precedenti visitando i diversi centri del Salento, che gli venne spontaneo associare il paesaggio galatinese a quello “di alcuni luoghi d’America”. Ricavò l’idea di una città fervida d’iniziativa, “una città ove il nuovo spirito d’Italia soverchia le vecchie tradizioni”.

A Galatina, all’inizio del secolo passato, i proprietari terrieri sono persone colte, dediti anche ad attività professionali e commerciali, che non accettano lo stereotipo del rentier, la terra per loro per significare potere, status e ricchezza dev’essere sollecitata a produrre e dare lavoro. Mercanti di vino, di olio e di grano, ma non solo, essi si impegnano in molteplici settori di attività, agricole, commerciali, manifatturiere e finanziarie, riuscendo con ciò a cogliere le diverse opportunità offerte dal mercato. A Galatina, più che in altri posti, esiste un ristretto ma molto attivo nucleo di borghesia rappresentato da imprenditori capaci e intraprendenti, i quali appaiono interessati sì alla terra, ma non trascurano l’ambito della mediazione terziaria e finanziaria, interessandosi peraltro alla politica, a cui in certo numero si affacciano, con l’idea di offrire un contributo determinante alla modernizzazione del Salento.

L’unione di impresa e cultura che è nella mentalità della comunità di Galatina è emblematicamente rappresentata da Donato Greco, un ricco proprietario galatinese, che costruisce a Lecce, assieme al fratello ingegnere, un nuovo teatro, il Politeama, che venne inaugurato nel 1884, divenendo vanto della città. A Galatina peraltro anche la coscienza dei lavoratori si presenta particolarmente attiva e critica: nel 1893 Vito Mario Stampacchia aveva fondato la Federazione socialista salentina, che diventerà il centro propulsore di iniziative volte ad imprimere una svolta all’attività politica e all’organizzazione dei lavoratori, con la nascita di cooperative. Figura ben significativa quella di Stampacchia che avrà un ruolo importante per molti decenni nella politica salentina, fin nell’immediatezza del secondo dopoguerra, quando contribuirà alla riorganizzazione delle forze politiche nel Salento.

 

 

[in “Corriere del Mezzogiorno” 2004]

 

Salento in Negroamaro

 

Se è vero che dietro ogni ceppo di uve bianche si nasconde il sorriso enigmatico di un etrusco, è altrettanto vero che ogni alberello di uve nere racconta la storia vitivinicola dei magnogreci. Perché fu tra l’VIII e il VII secolo a.C. che i Greci, migrando nel Mezzogiorno continentale e realizzando le poleis, introdussero nuove tecniche di coltivazione e di vinificazione che resero celebri i vini del Sud. E se ogni vino meridionale fu genericamente definito “ellenico” (radice palese, fra l’altro, dell’Aglianico), quello del Salento, terra fra due mari, ebbe nome a sé: fu denominato “merum”, dalla radice illirica “mir”, che significa forte, generoso: un vino che non reclamava misture di spezie o di miele per essere conservato e bevuto; la sua genuinità organolettica, la stoffa corposa, la “forza” derivata dagli umori della terra e dal trionfo del sole ne fecero un prodotto a parte, unico, da identificare con un nome che lo distinguesse dal “rosso di Troia” della Capitanata e dal “primitivo” della Peucezia, più nota come Terra di Bari. E fu subito “Negroamaro”.

Per lungo tempo il vino salentino fu da taglio per produzioni del nord della Penisola e per imbottigliamenti di mezza Francia, con sbarchi nel porto di Marsiglia, fino a quando si affinarono conoscenze e tecniche in loco, con un faticoso lavoro di conquista dei mercati nazionali e internazionali, anche in concorrenza con i 355 vitigni coltivati in Italia. Storicamente, Galatina, Copertino e Squinzano fornivano alle grandi marche settentrionali i mosti per produzioni con altri nomi, quasi tutti rinomati. Si aggiunsero, in seguito, altre aree di coltura, identificate ben presto dalla Doc e infine dalla Indicazione Geografica Tipica. Allo stato attuale, sono coltivati a vigna nel Salento leccese circa 13.000 ettari, in massima parte con ceppi di Negroamaro, e in misura minore di Malvasia, di Primitivo e del cosiddetto “Bianco di Alessano”, una sorta di “frezza” sopraggiunta forse dall’antico porto di Ravenna, oppure dalle fasce campane del “Greco di Tufo”. Per la scala delle statistiche, oggi è il territorio di Guagnano a registrare la superficie vitata più estesa del Salento leccese; seguono le colture di Salice Salentino, di Campi Salentina, di Leveranno, di Veglie e di Copertino: e si tratta in ogni caso di estensioni allargate su fasce altimetriche uniformi e su terreni geopedologicamente omogenei. Ciò garantisce, nel segno della continuità, una materia prima di elevata nobiltà, che si è man mano proposta come modello culturale che sottende una filosofia di vita (di lavoro, di gusto), mentre la sperimentazione di nuove etichette da parte delle cantine continua a svolgere un ruolo comprimario. Si è verificato questo, e non soltanto metaforicamente: è stato trovato un giusto equilibrio tra gli stilisti del negroamaro (wine makers) e produttori di uve (viticoltori). E la mappa dei riferimenti è ormai abbastanza chiara, ed è da questa che è partito un “rinascimento” qualitativo dei vini prodotti. Nel senso che, grazie a decaloghi operativi originali non è stata uccisa l’impronta del vitigno: l’apporto del territorio e la personalità dei produttori, coniugati con sapienti attività promozionali, hanno consentito recuperi impensabili sui mercati interni ed esteri. Ormai negli Stati Uniti (il Negroamaro vi giunse ai primi del secolo scorso, con vigne “emigrate” in California, insieme con gli attrezzi agricoli di alcune famiglie salentine) i vini italiani, compresi quelli della nostra terra, sono diffusi più di quelli francesi. La stessa Parigi, tutt’altro che tenera in fatto di concorrenza, ha riconosciuto la superiorità delle nostre produzioni. Insieme con gli scacchieri brindisini di San Pietro Vernotico, San Donaci, Cellino San Marco e San Pancrazio Salentino, e con quelli leccesi di Veglie, Campi e Salice Salentino, gli oltre 1.100 ettari vitati di Guagnano hanno visto agire gli antesignani di questa vera e propria rivoluzione copernicana nella lavorazione di vini di qualità. Qui le medie e grandi aziende, si sono correlate con l’arte (centro storico, equidistanza dai due mari salentini lungo l’istmo che in direzione est-ovest accorcia le distanze, folklore, manifestazioni locali) e col turismo di scoperta (agriturismo, salubrità dei luoghi, sostanziale contiguità con i celebri centri abitati del basso Salento Adriatico e Ionico): in prospettiva, un progetto complessivo ricco di potenzialità, aperto alle idee innovatrici, allargato ai giovani, teso allo sviluppo del mondo del lavoro. Negroamaro e Malvasia nera: vite e vino all’origine di una civiltà del lavoro che si proietta fino a noi ed oltre i nostri anni, anche con la salvaguardia dell’equilibrio naturale e con la valorizzazione della catena alimentare mediterranea, certamente, ma con tipicità  tutta salentina. Vite e vino emblematici di un processo costante di innovazione che forse soltanto in questa latitudine poteva portare agli innesti creativi delle “triplici A”: agricoltori, artigiani, artisti. Con i vignaioli, come sempre, del resto, al vertice della piramide delle attività di eccellenza. Arte soprattutto questa, cioè cultura del fare, fantasia al servizio del lavoro, e sfida lanciata più in là. Grazie ai profeti di questo rosso microcosmo dal sapore di antica Messapia.

 

 

[in APULIA 2006]

 

La Mappa più antica dell’Occidente

 

La passata estate salentina è stata animata oltre che dalla taranta, anche dal clamore suscitato dall’esposizione al pubblico di un prezioso reperto archeologico individuato nell’agosto 2003 dalla missione dello studioso Thierry van Compernolle, dell’università francese “Paul Valery” di Montpellier. E’ un piccolo pezzo di ceramica verniciata di nero di circa 5,9 cm di lunghezza e 2,8 di larghezza.

Si è trattato della prima uscita del reperto fuori dagli ambiti strettamente accademici. A Soleto prima e poi a Taranto è stato possibile ammirare il frammento ceramico, contenente in maniera piuttosto evidente il profilo della costa salentina. L’ostrakon era parte di un vaso, quando fu usato era già un frammento, su cui vennero tracciate prima la linea ad individuazione del Salento e poi i puntini a segnalazione dei centri messapici. Secondo gli studiosi sull’ostrakon si può notare l’intervento di più mani perché la grafia non è uniforme.  Cronologicamente bisogna risalire alla fine del V secolo a.C. Si tratterebbe quindi di una tra le più antiche carte geografiche del mondo.

Compernolle è presenza nota nel Salento: è da più di quindici anni, infatti, che compie scavi in quel di Soleto. Ha portato alla luce una straordinaria ricchezza di reperti. La mappa, rinvenuta materialmente da Mario Antonio Piscopo e Luigi Resta, era in un fondo rustico denominato “Fontanelle”, all’interno di un grande edificio messapico.

I tredici toponimi segnati sulla mappa indicano alcuni centri di cui si è riusciti ad identificare la corrispondenza con i paesi attuali, altri invece sono di più incerta identificazione. Lo studio è stato compiuto da Carlo de Simone. Egli ha potuto individuare rappresentate sull’ostrakon la città di Tàras (Taranto), quella di Hydr (ous) (Otranto), Bas (indicante il centro messapico di Vaste), Ozan (Ugento), Nar (forse Nardò), Bal (Alezio), Sol (Soleto). Le incertezze riguardano i toponimi: Graxa (Gallipoli?, Porto Cesareo?), Stu (Sternatia?), Lios (Leuca?), Mios (Muro Leccese?) Phil (Roca Vecchia?), Lik (Castro?).

L’ostrakon continua ad essere studiato per esplorarlo in tutti gli aspetti. Si vuole scoprire, ad esempio quali siano stati gli strumenti usati per la scrittura del documento, ovvero quale fabbrica abbia prodotto il vaso, di cui l’ostrakon è parte.

Il sindaco di Soleto, Elio Serra, si sta battendo perché i numerosi reperti rinvenuti a Soleto, fra cui l’ostrakon, possano essere ospitati in un’idonea struttura da erigersi nel paese della Grecìa Salentina. Questa esposizione permanente dei tesori tirati fuori dalle campagne di Soleto, potrebbe diventare – a suo giudizio - un attrattore di flussi turistici, e quindi generatore di economia, conformemente ad un intento da più parti dichiarato di cercare di delocalizzare e destagionalizzare il turismo nel Salento, in modo che anche i paesi dell’interno e non soltanto quelli prospicienti la costa, se ne possano avvantaggiare.

Per tutelare e valorizzare pienamente la zona archeologica, il Comune ha voluto dare a Compernolle l’incarico di redigere la mappa archeologica del territorio, da utilizzare nella redazione del Piano Urbanistico Generale. E’ sicuramente un’ottima idea, che costituisce una importante premessa per recuperare porzioni di identità perduta ad un Salento dalla storia antichissima e non pienamente conosciuta.

 

 

 

[APULIA  Settembre 2009]

Due lettere dall’Ipogeo Palmieri

 

Di seguito riportiamo due lettere che l’archeologo Pietro de Bienkowski dell’Università di Cracovia indirizzava nel 1913 allo studioso salentino Pasquale Maggiulli (1853-1945). Vanno contestualizzate. Si parla di un ipogeo: si tratta dell’ipogeo funerario Palmieri, rinvenuto nell’ottobre del 1912 dall’ing. Mario Micalella, un appassionato di antichità locali. Micalella ne aveva parlato sulla rivista Apulia, nell’articolo “Un antico ipogeo a Lecce” (Apulia, n. 4/1912, pp. 93-112). L’anno dopo Goffredo Bendinelli dedicò all’ipogeo un importantissimo studio, corredato da documentazione grafica e fotografica (G. Bendinelli, “Un ipogeo sepolcrale a Lecce”, Ausonia, n.8/1913, pp. 9-26).

L’ipogeo Palmieri è scavato in un banco roccioso, a circa tre metri di profondità. Ad esso si accede da una scala di sedici gradini, intagliati nella roccia, che immette in un atrio, il quale a sua volta dà accesso a tre celle disposte a croce.

Bienkowski apprende dalla rivista Apulia della scoperta dell’ipogeo e si mette in contatto con Maggiulli, perché ritiene che il fregio rinvenuto nell’ipogeo possa essere di suo interesse, dal momento che egli si sta occupando di rappresentazioni di lotte greco-romane nell’arte italica meridionale. Il libro vedrà la luce nel 1928 e conterrà un’interessante ipotesi: che i fregi del’ipogeo leccese siano stati realizzati usando dei cartoni, i quali servivano pure per prodotti di più largo consumo, come i vasi fittili.

L’ipotesi di Bienkowski successivamente troverà conferma. In epoca più vicina a noi, alcuni studiosi hanno espresso la convinzione che il cartone del fregio dell’ipogeo Palmieri sia stato utilizzato per realizzare il fregio miniaturistico con combattimento dipinto agli inizi del II secolo a.C. sul pilastro della cella della tomba del Cardinale, a Tarquinia (cfr. A. Morandi, Le pitture del Cardinale, in “MontPittTarq”, n. 6, Roma, 1983).


 

14/1/1913

Illustrissimo Signore,

Lei si rammenta, come io passando per Lecce nel ottobre del anno scorso ho pregato il direttore Guerieri di far fare per me nel Museo Provinciale la fotografia di un piccolo rilievo di terracotta, rappresentante un guerriero caduto. Non ottenendola io ho già scritto cinque settimane fa una cartolina postale in proposito al Sign. Guerrieri, ma come anche questa domanda e restata finora senza risposta, mi permetto di ripetterla volgendomi alla Sua mi ben nota cortesia pregandoLa di far fotografare alle mie spese il rilievo nella grandezza 13x8 par un buon fotografo e di di mandarmi subito la negativa con due copie ben dettagliate per pacco ben imballato all’indirizzo: Roma, Via di Campidoglio 5, III (Prospero). Immediatamente dopo la ricevuta di questa copia manderò il denaro, che Lei avrà la gentilezza di stabilire.

Sperando di esser favorito da Lei, ho l’onore di protestarmi col più profondo rispetto.

Dott. P. Bienkowski

profess. d. Un. di Cracovia

P.S.

Nel ultimo fascicolo (I-II) del’anno III  (1912) della rivista “Apulia” leggo p.97, che  nel giardino del Palazzo Palmieri a Lecce si scoprì un ipogeo antico con due fregi a rilievo, uno dei quali riproduce una lotta di cavalieri e fanti, quasi incitati da una divinità. La pubblicazione e la relazione esatta resta naturalmente riservata al scopritore prof. Micalella. Ma come il libro, che sto qui scrivendo, occupasi esclusivamente delle lotte greco-romane rappresentate nel arte italiana meridionale, Le sarei obbligatissimo se avesse la gentilezza di prestarmi per mezzo del invio delle fotografie relative la possibilità di far la conoscenza di questo fregio.

Nella prefazione del mio libro avrei l’occazione di professar pubblicamente ciò che io debbo al Suo aiuto, eventualmente anche al aiuto del prof. Micalella.

P.S 24/IV/1913

Ill.mo Sig. Avvocato!

Spero che Lei si è già migliorato in salute e che le condizioni di salute del Suo Sig. padre sono buone. Mi era veramente doloroso il non poterla rivedere durante il mio brevissimo soggiorno a Lecce e sono dolente di esser appena oggi in condizione di presentarle ancor’una volta i miei più sentiti ringraziamenti per tutte le facilitazioni, che Lei e grazie alla Sua intromissione il Cav. F. Guarini et Prof. Guerrieri mi hanno prestato à Lecce. Sciaguratamente prof. Micalella era già ripartito per la sua residenza di Matera prima del mio arrivo à Lecce.

Ho studiato l’ipogeo messapico a mio commodo e adesso non ho più nulla a chiederle oltre che Lei abbia la gentilezza a suo tempo di mandarmi qui un esemplare della relativa dissertazione con illustrazioni del prof. Miccalella immediatamente appena pubblicata. Con sensi della più alta stima La riverisco. Dev.mo amico

Pietro de Bienkowski

Cracovia (Krakau-, Austria)

ul. Warszawska 3, II

Cordiali saluti ai proff. Guerrieri e Micalella, calorosi ringraziamenti al Cav. Guarini pella Sua gentilissima raccomandazione al Circolo d. impiegati à L.

N. I documenti originali (si veda l'allegato) sono in possesso dell’autore. L’ipogeo Palmieri si trova nel giardino di Palazzo Guarini a Lecce, lungo la via Palmieri, a ridosso del tratto settentrionale delle mura cinquecentesche compreso tra Porta Napoli e Porta Rudiae.

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