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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 181 - (5 dicembre 2015) PDF Stampa E-mail
Prosa
Sabato 10 Dicembre 2016 10:57

Tutto quello che conosciamo deriva dalle nostre incertezze

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 5 dicembre 2016]

 

 

Forse non è mai esistito e non potrà esistere mai un tempo delle certezze. Accade sempre qualcosa che scompagina le agende boriose dei nostri programmi, che mette in dubbio qualcosa su cui si pensava di non poter avere alcun dubbio, che si offuschi l’orizzonte che qualche istante prima appariva nitido agli occhi. Si ha l’impressione, a volte l’illusione, che una condizione sociale, politica, economica, ideologica, valoriale, presenti una sua stabilità alla quale riferirsi e poi, nel volgere di poco tempo, quella stabilità comincia a vacillare, si accascia.

Spesso l’incertezza con la quale si attraversa il presente fa pensare che nel passato di certezze se ne avesse di più; ma non è vero. Probabilmente questo pensiero è determinato dal superamento delle incertezze che si avevano in passato oppure dal fatto che le incertezze passate non disorientino più in quanto nel confronto con esse  si è acquisita una capacità di governarle.

Allora forse il metodo più corretto da adottare è quello di stabilire un confronto culturale con le incertezze, in modo da poterle governare: almeno nelle loro manifestazioni governabili; almeno con quelle che si possono governare. Perché ce ne sono alcune che sfuggono da sempre ad ogni investigazione logica, a qualsiasi perfezione di metodo, e sono proprio quelle essenziali, che riguardano gli aspetti profondissimi dell’esistere. Con quel tipo di incertezze non ci può essere nulla da fare. Bisogna tenersele e convivere, consolandosi con il fatto che hanno riguardato e riguarderanno le creature di ogni tempo e di ogni luogo, di ogni ideologia e di ogni fede, di ogni povertà e di ogni ricchezza. Con quelle non c’è proprio nulla da fare.

Per le altre si può tentare qualcosa,  ragionando sulle opportunità che offrono, soprattutto a livello di crescita collettiva e individuale.

Per esempio si può considerare che senza incertezza non ci può essere ricerca, in nessun campo, per nessuna finalità.

Tanto tempo fa – ma poi non proprio tanto- tutti avevano la certezza  che la terra stesse ferma. Qualcuno quella certezza non ce l’aveva, sospettava che fosse diversamente, aveva indizi che lo facevano dubitare, e così cominciò la ricerca. Si può immaginare che quando tutti gli altri furono costretti a rinunciare alla certezza, si verificò una sorta di tragedia psicologica collettiva: il convincimento maturò attraverso una sofferenza che scomponeva e decostruiva un’immagine mentale per sostituirla con un’altra.

Senza incertezza non c’è ricerca nella fisica, nella medicina, nella filosofia, nella biologia, nella chimica, nell’arte. L’incertezza è il movente esistenziale e culturale.

La conoscenza, l’apprendimento, tanto nella scienza quanto nell’esperienza quotidiana, provengono da un’incertezza, da una condizione di imprecisione, dalla contraddittorietà di dati conoscitivi, da un dubbio, una perplessità, da una precarietà di elementi che possano consentire di stabilire la differenza fra  vero e  falso, giusto o sbagliato, esatto o inesatto, da un’insicurezza,  dalla instabilità che coinvolge ogni sfera dell’essere e del conoscere, da una situazione complessiva o particolare che impedisce o limita la prevedibilità in ordine agli sviluppi che quella determinata situazione possa avere.

Banalmente: se mentre si sta scrivendo si ha un’incertezza rispetto al lessico, alla grammatica, alla sintassi, la ricerca della forma giusta, della giusta espressione, è motivata proprio da quella incertezza. La ricerca di una esatta definizione, di un concetto esatto, della verità relativa a qualcosa per la quale esista una verità, è motivata dall’incertezza.

A molte domande che facciamo a noi stessi e che ci fanno gli altri, si risponde con incertezza; siamo incerti rispetto a molte azioni che compiamo ogni minuto, a molti pensieri con i quali ci confrontiamo; siamo incerti sulle decisioni da assumere, sulle strade da intraprendere, su quasi tutto quello che dobbiamo scegliere. Siamo incerti su quello che pensiamo di noi stessi.

Tutto quello che presumiamo di conoscere con certezza deriva da una precedente incertezza, ogni convinzione da una precedente perplessità, ogni sicurezza da un’insicurezza, qualsiasi fiducia da una precedente sfiducia, probabilmente. E’ tutto sempre inesatto, parziale, relativo.

E’ stato sempre così. Adesso l’incertezza è diventata una condizione sistematica, strutturale. Si vive in una ininterrotta condizione di insicurezza. Sono passati quasi vent’anni  da quando Zigmunt Bauman nel suo saggio intitolato  “La società dell’incertezza” sosteneva che la versione postmoderna dell’incertezza non si presenta come un semplice fastidio temporaneo che può essere mitigato o risolto; “il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile”.

E’ stato sempre così. Si è sempre vissuto tentando un’approssimazione alle certezze nella consapevolezza dell’impossibilità di arrivare ad una certezza definitiva.  Dalla consapevolezza dell’impossibilità delle certezze è venuto il progresso, lo sviluppo, l’evoluzione delle culture.

Dalle incertezze del tempo che attraversiamo, dalle instabilità, dalla provvisorietà, dalle crisi, dai dubbi,  dalle contraddizioni, dalle turbolenze, deriveranno, nei tempi a venire, alcune certezze che sottoporremo a verifica, ad un costante processo di validazione, a discussione, a revisione, a smentita. Molte di esse saranno scompigliate da altre. E’ stato sempre così. Ancora Bauman dice che la vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Ogni decisione è condannata ad essere arbitraria; nessuna sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. Per ogni argomento a favore di una scelta si trova un argomento contrario non meno pesante.

C’è una bellezza in tutto questo, indubbiamente; c’è il fascino del costante ripensare i fatti e le storie che ci riguardano  e quindi un costante ripensarsi; c’è la seduzione che esercitano su di noi i nuovi eventi, le piccole e grandi avventure; c’è la curiosità, l’attrazione per l’incognita, per l’esplorazione di nuovi territori. Forse non sarebbe bello se si credesse sempre alle stesse cose. Forse è bello credere sempre in cose diverse per poter avere nostalgia di quelle in cui si è creduto.


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