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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 182 - (11 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Domenica 18 Dicembre 2016 17:13

La povertà dei giovani è la povertà di un intero Paese


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 11 dicembre 2016]


Non è così che deve andare la storia. Se la storia va così è un assurdo, una beffa. La storia deve procedere con passi di sviluppo, di progresso, di benessere, attraverso trasformazioni in positivo, la crescita, l’evoluzione, il miglioramento.

Non è come sta andando che deve andare la storia: con i figli più poveri dei padri, più poveri dei nonni. Precari, disoccupati, sottoccupati, disillusi, sfiduciati. Con un presente sfilacciato, con un futuro scuro. Il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, è un colpo di spranga alle ginocchia. Si dice: l’Italia non è un paese per giovani. Per forza. I giovani in Italia, oggi, hanno un reddito inferiore a quello dei giovani di venticinque anni fa. Vale a dire: anziché andare avanti, si va indietro. Dice il Rapporto che la ricchezza dei “millennial” è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell'insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore addirittura dell'84,7%. Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perche' venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%).

Vorrei aver sbagliato a leggere i dati. Ma se li ho letti bene, se non mi sono ingannato, non è così che deve andare la storia.

Anche perché se va così, si tratta di una irragionevole e inaccettabile contraddizione.

Mai questo Paese ha avuto giovani con il livello di istruzione che hanno i giovani di adesso. Mai giovani con le stesse competenze specifiche e trasversali. Mai con un uguale grado di specializzazione. Però, quello che ne ricavano consiste in una mortificazione personale, professionale, economica.

Allora qualcuno se ne va. Sono sempre di più quelli che se ne vanno. All’estero li accolgono, spesso li coccolano, per cui viene da domandarsi se all’estero hanno una particolare vocazione all’accoglienza oppure se hanno realizzato situazioni e condizioni che consentono di mettere a frutto le loro intelligenze, le loro conoscenze, le loro capacità, le abilità, le energie. Se è la seconda risposta quella giusta, allora viene spontanea l’altra domanda sulle ragioni per le quali noi non siamo capaci di creare le stesse situazioni e condizioni.

Se ho letto bene i dati, dunque, secondo i quali nel corso degli anni il reddito dei giovani è andato costantemente diminuendo, alle semplici domande precedenti se ne aggiunge una altrettanto semplice che riguarda il futuro e che si può sintetizzare nella seguente espressione: se lo sviluppo di un paese è relativo alla capacità di investimento dei giovani, quale livello di sviluppo si può prevedere per questo Paese. Probabilmente la risposta non può essere semplice quanto la domanda. Perché bisogna soffermarsi a riflettere quali possibilità di investimento hanno adesso i giovani e quali possibilità avranno quando per quel fenomeno della natura che accade assai rapidamente saranno meno giovani e poi non lo saranno affatto. Ecco che le condizioni soggettive determinano quelle collettive, come i destini di ciascuno determinano quelli di una comunità, di una nazione.

Se i giovani non possono investire è un intero Paese che non può investire. Un paese che non investe ha l’identico movimento che ha uno stagno. Potrebbe anche darsi che gli specialisti di queste cose la pensino diversamente, che abbiano teorie scientifiche orientate contrariamente. Ma l’uomo della strada, l’uomo qualunque ma non qualunquista, considera la faccenda più o meno in questo modo.

Ascoltavo un discorso di questo genere fra due signori di mezza età, alcuni giorni fa in un treno di pendolari. Fra le considerazioni che facevano, argomentate, lucide, puntuali, ce n’era una che rilevava come a differenza degli anni Settanta nei giovani di adesso non ci sono manifestazioni di rabbia.

Uno diceva: ormai si sono rassegnati. L’altro diceva: non è rassegnazione; hanno troppa intelligenza, troppo rispetto della dimensione sociale per lasciarsi coinvolgere dalla rabbia.

Ascoltavo in silenzio e condividevo la seconda riflessione. Sono troppo intelligenti, hanno il rispetto ed un senso della civiltà che li porta a pensare e ad agire in un modo che intende cambiare le cose, modificare gli assetti senza rivoltarli. Vogliono fare esperienza dell’evoluzione sociale adottando metodi di civiltà. Sono educati così.

Questi sono i pensieri che ha l’uomo della strada.

Qualcuno invece potrebbe pensare che siano indifferenti, apatici, disimpegnati.

Se qualcuno dovesse pensare questo, si sbaglierebbe, grandemente.

Una cosa del genere la può pensare chi non ha mai parlato con uno – uno solo - di loro. Chi non ha mai avuto la possibilità di confrontarsi con il loro pensiero, di accertarne la maturità e la profondità delle argomentazioni, la bellezza dei sentimenti, la logica dei ragionamenti.

Non sono indifferenti, apatici, disimpegnati. Disincantati, sì, e il disincanto costituisce un’ulteriore dimostrazione della loro scintillante intelligenza.

Chi si lascia incantare è un credulone, un irrazionale. Loro non lo sono e quindi non si lasciano incantare da niente e da nessuno.

Ma sono più poveri dei padri, dei padri dei padri. Ci sarà pure un modo per porre rimedio, per invertire la tendenza, quantomeno per stabilire un equilibrio tra quello che sanno e quello che hanno. Ci sarà pure un modo per assicurare uno sviluppo a questo Paese.

Non è così che deve andare la storia. Se la storia va così è un regresso assurdo, una beffa.


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