Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
Il taccuino di Gigi 7. Tutta colpa della noia? PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 22 Dicembre 2016 09:26

["Il Galatino" anno XLIX n. 20 del 9 dicembre 2016, p. 5]

 

Da tempo le cronache si nutrono di fatti delittuosi raccapriccianti o tali da solleticare una curiosità troppo vorace, malata. Protagonisti di quei fatti sono dei giovani, studenti “modello” a volte; giovani che hanno alle spalle solide famiglie, che godono di un notevole benessere economico.

Perché, dunque, sono proprio loro a coltivare un istinto omicida e a guardare con preoccupante, e fin cinica, indifferenza il risultato delle proprie azioni delittuose? Si suppone, ma talvolta lo dicono i direttamente interessati, che siano spinti dal desiderio di provare emozioni “forti”. Sperimentato troppo presto un po’ di tutto, l’audacia di un passo più in là, di un atto più “forte”, o di un atto estremo, appare una tappa quasi inevitabile. Quel che si è realizzato non basta ancora; occorre vedere che cosa accade se ci si inoltra, un passo dopo l’altro, nel territorio del male.

Ci sono storie che lasciano allibiti, increduli; inutile volerne indicare di particolari dal momento che non c’è che l’imbarazzo della scelta e ognuno può pensare al fatto che più lo ha impressionato. Occorre, però, ritrarsi dalla dolorosa meraviglia e soffermarsi, invece, a considerare che cosa abbia comportato un mutamento epocale rapido e deciso, che ha smarrito il senso della gradualità e tutto consuma senza attribuire valore a nulla o senza distinguere né stabilire una qualche possibile scala di valori.

La giovinezza, un tempo, veniva guardata con grande simpatia perché si vedeva in essa l’espressione di una volontà di affermarsi che non arretrava di fronte al sacrificio, che non temeva privazioni; che si proponeva una mèta e lottava per raggiungerla. La giovinezza come età dei grandi ideali e delle grandi passioni, che molte volte coincidevano. Si trattava di una giovinezza che aveva il gusto dell’avventura ma amava le avventure del pensiero; che si misurava nella prova fisica ma anche nel rigore della riflessione… Tutto questo, finché la giovinezza stessa è stata un valore riconosciuto non da chi la guardava con lo sguardo del rimpianto ma di chi si trovava a viverla e non voleva lasciarsi imporre un modello invecchiato ma elaborarne autonomamente di sempre nuovi.

Sembra quasi che si descriva una realtà a senso unico: tutto positivo, nulla di negativo. Non era così, ovviamente, ma quello che prevaleva era ascrivibile al dominio del positivo.

Poi la direzione si è invertita; il cambiamento di segno è nato da una falsa idea di libertà come dimensione d’un agire arbitrario, non soggetto a regole di sorta ma regolato semplicemente dal capriccio o da una curiosità inquieta, dall’illusione che il male abbia una marcia in più, procuri emozioni più intense che non il bene; irriso e deriso, questo, talvolta.

Alla stagione del fervore è subentrata quella della noia; nel vuoto della coscienza la ricerca è diventata un vagabondaggio di occasioni qualunque, di velleitarismi, di gesti gratuiti, di atti definalizzati, di parole che non hanno forza di trasmettere idee salde. Lo stato di coscienza è quello scaturente da una ebbrezza senza gioia, dalla voglia di afferrare sempre ciò che è qui ed ora, senza fermare nulla, senza nulla costruire, senza il tentativo di realizzare la costruzione della propria vita.

Vivere alla giornata sembra più esaltante che darsi una regola e rispettare la propria vita. Perché vivere alla giornata dà l’impressione di colmare il vuoto entro cui si brancola, di uscire dai fumi dell’ubriachezza di cui ci si compiace.

Può sembrare un quadro troppo nero, ma ciò che accade intorno a noi non lascia presagire prossimo un cambiamento di rotta. Una società che sente il bisogno di elaborare, a difesa di sé e degli ordinamenti che la caratterizzano, misure repressive e forme di controllo sempre nuove, è chiaramente una società in affanno che, nello specchio della quotidianità vede figure tanto deformate da essere irriconoscibili.

Se risulta necessario, inevitabile, appesantire misure coercitive e repressive, occorre che ci si interroghi sulla parte che, nel deteriorarsi dei rapporti umani e della convivenza civile, ha avuto chi ha posto le premesse di una simile situazione. Le intenzioni sono sempre buone, ma spesso le buone intenzioni non sono che maschere d’ipocrisia. Quando si afferma la filosofia del primeggiare ad ogni costo, del distinguersi rispetto a tutti, del ritenersi al di sopra di leggi e consuetudini, allora le buone intenzioni (ma erano poi tali?) sono solo la radice, in gran parte prevista, della futura degenerazione. La spinta all’atto delittuoso nasce da un mancato esercizio di autocontrollo e dalla voglia – sì, anche in casi del genere! – di primeggiare, di distinguersi. Distinguersi nel male è provocatorio, distinguersi nel bene non suscita né simpatie né desiderio d’emulazione. Evitare il naufragio nella noia per mancanza di interessi diventa una sorta d’impegno con se stessi: il distorto impegno di chi crede di poter sottrarsi alle regole ed al giudizio che la trasgressione di quelle comporta.

Come combattere quella noia che arma la mano e disarma la coscienza, che rende ottusa la ragione e scatena istinti tenebrosi? Non c’è che una ricetta. O forse è troppo tardi per proporre ed attuare rimedi che avrebbero funzionato con una lontana e più corretta impostazione dei problemi. Urge la necessità di trovare un rimedio, che non sia però quello (o solo quello) di inasprire le pene.

Credere in un miracolo? Nulla lo vieta. Anche perché certi miracoli solo gli uomini possono farli a beneficio di se stessi. Interrogandosi, autoregolandosi e facendo scelte ispirate a saggezza.


Torna su