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Sospensione attività in via precauzionale
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Il mio nome… PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 25 Dicembre 2016 19:00

["Il Galatino" anno XLIX n. 21 del 16 dicembre 2016, p. 5]

 

Mi chiamo Giuseppe. Il mio è un nome ‘normale’. Molto comune. Non c’è bisogno di fare un grande sforzo di memoria per ricordarlo come succede, per esempio, con nomi del tipo Rinaldo, Francescantonio, Adam, James  Cirincinella o consimili bizzarrie. Anche la mia vita è normale, e non vedo perché dovrei complicarmela inutilmente chiamandomi in uno di quei modi insoliti e ridicoli: Roggerino, Geremia, Trifone o altro di simile! Io, mi chiamo semplicemente Giuseppe. Ho anche un nipote che si chiama così: forse i genitori hanno voluto, anche senza dirlo, farmi l’omaggio del nome; e l’ho tenuto io a battesimo, il ragazzo. Perciò: Giuseppe. Ma pensate a questo nome come forse al nome più popolare della nostra tradizione. E in quanti modi si sente chiamare uno che si chiama Giuseppe: Pino, Pippi, Beppe, Peppino, ecc. Oggi, veramente, la sua popolarità è in declino (così dicono ma stento a credere); però Giuseppe è sempre popolare. Solo che quando il tuo nome è troppo popolare e ti viene affidato un compito difficile, tu sei subito nel mirino, non puoi nasconderti. Giuseppe è un nome che individui subito: forse sarebbe stato meglio che, invece di Giuseppe, mi avessero chiamato, che so! Crispino, Adalberto, Girolamo, Gabrio, Febronio, ecc. Pazienza! A ciascuno tocca portare la propria croce. Io porto la mia. Ma veramente a portarla non sarò io ma mio figlio, come forse tutti sanno. Gesù, voglio dire. Quello è un tipo. Come diciamo nel nostro linguaggio corrente, nu picca fastitiusu! Se vede che una cosa non va per il verso giusto o se vede offesa la giustizia, si mette a strillare in una maniera spaventosa. Non può sopportare le cose storte. Non vi dico, ma voi  lo sapete  bene, quando si tratta di rimproverare quei ricconi che non fanno mai un euro di beneficenza, neanche se li supplica la televisione, e si tengono ben custoditi nelle banche i loro capitali, anche i preti,  e guai a chiedergli di contribuire al comune benessere in qualche modo discreto. Però questi, che dicono sempre che non c’è soldi fanno inviti a pranzi sontuosi e là scialano beati. Un esempio: per aiutare il progresso c’è bisogno di strumenti di lavoro. Si chiede loro di comprare qualche opera filosofica o letteraria: scandalo! Non ci sono soldi da spendere per nutrire bambini che hanno fame e volete buttare soldi per la cosiddetta ‘cultura’?

In questi giorni si avvicina il Natale, la festa di mio figlio, come forse sapete. Sapete che lui chiama papà anche il Padre nostro che è nei cieli, ma questo è un particolare sul quale da molto tempo non discutiamo più. Questi giorni sono un po’ turbati da una notizia che circola con insistenza. Siamo nel tempo dell’infanzia di Gesù; e questo tenero bambinello mette paura a Erode, perché secondo profezie circolanti nell’ambiente, Gesù sarebbe destinato a essere il re dei Giudei. Molti sono sguinzagliati alla ricerca del mio Gesù (ma ricordate che io mi chiamo Giuseppe): vorrebbero ucciderlo per fare un piacere a quel cialtrone di Erode. Ma io, Giuseppe, sorveglio. Quando qualcuno mi chiama anche per via io non rispondo e cerco di nascondere il mio Gesù.

Se qualcuno mi tocca il ragazzo, lo squarto. Scusatemi, se mi son lasciato un poco andare. Lui mi ha consigliato: fuggiamo in Egitto, forniamoci di un permesso di lavoro e lasciamo che si calmino le acque.

Ha ragione: io  ho sempre dato retta a mio figlio. Il quale, poiché vive nella luce della verità, mi ha promesso di concedermi una buona morte.


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