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Home Saggi e Prose Astrofisica La clessidra del poeta: per Mario Fiore
La clessidra del poeta: per Mario Fiore PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 22 Aprile 2011 08:04

La pubblicazione della raccolta postuma delle poesie di Mario Fiore Questa notte camminerò tra le stelle… (Galatina, Edit Santoro 2011) è per me occasione di riflessione sull’uso della parola.

Mario Fiore è stato un avvocato, un professionista serio e colto, un esperto dell’arte della parola, che sapeva piegare alle necessità del lavoro forense. Conosceva l’arte del persuadere, del convincere, del movere e del flectere, l’arte della confutazione delle ragioni altrui e dell’esposizione delle proprie. La parola al servizio della legge, che si avvale della legge e la conferma, nella dialettica tra le parti che vige nei tribunali. La sua oratoria sapeva essere alta e solenne e si fregiava sempre di un linguaggio colto e raffinato, confinante con aulico, appreso in impegnate e lunghe letture dei classici, ma anche dei contemporanei – ricordo ancora le alte pile di libri sul tavolo del suo studio in Piazza Mazzini, libri che forse non poté finire di leggere. Così certamente lo ricordano i colleghi, gli amici, i suoi assistiti, come un uomo che nell’agone del mondo sapeva far valere le sue ragioni senza temere l’arroganza del potente.

Con competenza e con verve di oratore sapeva ben combattere contro

 

 

… le “regole”

inique e stantie

degli ingannevoli intrighi

degli interessi sfrenati

della violenza arrogante e dell’odio

della vanità insipiente

della inquinante menzogna.

 

come scrive in Questa notte camminerò tra le stelle, la poesia che dà il titolo all’intera raccolta. La parola dell’esperto di diritto, vir bonus dicendi peritus, secondo la celebre definizione catoniana, per combattere gli intriganti, gli uomini animati dalla brama di denaro e di potere, i vanitosi, i menzogneri, gli arroganti.

 

Mario Fiore è stato però anche un poeta. Lo si sapeva già, dal momento che in diversi fogli locali, in tempi diversi, ebbe modo di pubblicare alcune sue composizioni. Andrebbe fatta una ricerca per recuperare quanto rischia di andare per sempre disperso. Ora però, grazie all’interessamento della famiglia e degli amici, abbiamo un corpus di poesie piuttosto consistente, che ci dà la possibilità di capire meglio il nostro amico scomparso, l’altro modo nel quale la parola si esprimeva in lui: la parola poetica. E’ di questo che intendo parlarvi.

Ebbene, la parola poetica in Mario Fiore fa un balzo oltre i confini angusti di questo mondo, agisce in un altrove della coscienza dove non può essere contaminata dagli interessi quotidiani degli uomini, dalle loro distruttive passioni. La parola poetica, che nei tribunali risuona come efficace orpello del bravo oratore, sulla pagina scritta nel silenzio della propria casa intesse una trama di significati speciali, a partire dai quali si disegna il vero senso della vita. La parola chiede di essere riscattata dalle pene che la vita di ogni giorno le infligge e si inoltra lungo le difficili vie della meditazione sui grandi temi dell’uomo: il divino, l’amore, il tempo, il canto.

La mia analisi o rassegna della poesia di Mario Fiore toccherà appunto questi quattro grandi temi.

 

Il divino è oggetto di costante meditazione del poeta. A tutti è nota la profonda religiosità di Mario Fiore, una religiosità che è stata la cifra distintiva del suo sentire in tutto l’arco della vita.

Senti che è vano cercare da solo

l’immensa magia delle cose

e ti lasci strappare da Dio

parole più vere.

scrive in E poi ancora la sera… La solitudine è uno stato dell’animo che Fiore ritiene vano, poiché non porta da nessuna parte, e dunque l’uomo cerca Dio, a Dio si abbandona e da Lui si lascia “strappare “parole più vere”. Fiore ci vuol dire che per lui la parola “più vera”, e io intendo quella che viene dall’intimo dell’animo, che non si contamina al contatto col mondo, è una parola che viene da Dio, che non ci lascia da soli, che vive in nostra compagnia, se solo noi ci lasciamo “strappare” parole. Ma il verbo “strappare” dice qualcosa di più del rapporto di Fiore col Divino, ovvero la difficoltà di questo rapporto, che non va esente da qualche dubbio cosmico-esistenziale.

In Dopo gli anni perduti, Fiore scrive:

 

Dopo gli anni perduti

torno a parlare di notte alle stelle

che tremano mute e lontane,

torno a respirare quegli spazi immensi

che forse non percorreremo mai.

 

E poi in Fuori dalle vecchie strade scrive:

 

su questa terra,

su quest’unica terra

- chissà l’altra vita

medievale speranza nostra

nell’era spaziale –

 

Esiste un’altra terra, percorreremo noi gli spazi infiniti che si sembrano essere promessi da una divinità che pure sentiamo pulsare nel nostro cuore? Questo si chiedeva Mario Fiore, che evidentemente viveva il dubbio come momento essenziale del suo rapporto col divino. Non è un caso che molte sue poesie siano occasionate proprio da festività religiose, cioè da quei momenti della vita in cui il poeta sentiva più intenso il suo rapporto col divino. In modo particolare, il Natale, con Gesù “venuto a completare l’imperfetta verità dell’uomo”, scrive Fiore in Natale ’93. Il Natale è anche l’occasione per chiedere

 

pace e giustizia e amore,

per noi e per tutti

in questo mondo

 

come scrive in Con me hai camminato. La nascita di Cristo è il momento misterioso nel quale il divino ha finalmente un contatto con l’umano (Dio nasce come uomo) e diventa fonte per quest’ultimo di rigenerazione e salvezza. Si tratta, come si capisce, di un evento portentoso, nel quale rinasce in noi la speranza che qualcosa nel mondo possa davvero cambiare. Vale la pena di citare, questa volta in forma completa, i versi che ho citato all’inizio:

 

Si rinnova la nascita portentosa,

l’Eccezionale irrompe sulla scena

del mondo

e infrange finalmente le “regole”

inique e stantie

degli ingannevoli intrighi

degli interessi sfrenati

della violenza arrogante e dell’odio

della vanità insipiente

della inquinante menzogna.

 

In questo canto di Natale datato 25 dicembre 2005, Fiore contrappone il divino all’umano come l’Eccezionale alle “regole”, quelle “regole” che rendono l’umano arrogante e menzognero. E una volta di più ci appare chiaro che cosa significhi il divino nella poesia di Fiore: il rinnovamento del mondo, di questo mondo, la sua salvezza, una vita migliore, fondata sull’amore del prossimo.

 

L’amore è proprio il secondo tema che pervade tutta la raccolta poetica di Fiore, innanzitutto l’amore per la sua donna, accanto alla quale ha camminato per quasi quarant’anni. Ma che cos’è l’amore in Fiore?

Anche in questo caso le ricorrenze di onomastici e compleanni occasionano la poesia:

 

Oggi è il tuo compleanno

ed io cerco,

cerco il dono più grande per te

 

scrive in Mentre si stringono le nostre mani. E si affaccia nella poesia il “tuo amato viso” (in Non più interrogo il futuro) e ritorna sempre “… quest’amore / che nasce e rinasce…” (in Quella strada che a sera). Ma si legga Altra vita, datata Febbraio 1984:

 

Se tutto il giorno

ho corso per amore,

e tu mi hai pensato

altrove, forse lontano,

per amore mi fermo

a sera,

e ti guardo

con gli occhi sorpresi

del primo giorno,

quando, mia cara,

chiedesti altri giorni,

altra vita…

 

Sembra che l’amore sia il motore delle cose, del correre tutto il giorno e del fermarsi a sera, l’amore da cui nasce “altra vita” negli occhi della donna che chiedono “altri giorni, / altra vita…”. Nella vita di ogni giorno, esso diventa “la cara “abitudine” di amarti” (in Sarai con me su di un’altura). Si notino le virgolette che privano del contenuto semantico originario la parola “abitudine”. Qui “abitudine” è sinonimo di comunanza, familiarità, affetto reciproco e continua reciprocità di intenti. Tutta la raccolta è costellata di dichiarazione d’amore (“E certamente ti amo…” in Questa notte camminerò tra le stelle del 2005); un “ostinato amore”, secondo la definizione di Fiore, che supera lunghi anni e sempre si rinnova al “rinnovato sorriso” della donna amata (in Non ho smarrito la luce del 2006). Amare significa

 

attuare le tue lunghe attese,

le tue speranze,

inverare i tuoi sogni.

Amarti, dunque,

amando quello che tu ami

e compiendolo

anche oltre le mie esitazioni,

oltre il mio limite.

 

Nell’ottobre 2006 così scriveva Fiore in Non so cosa donarti. Ed io penso a come sia difficile scrivere parole così ardue, che non possono che scaturire da una lunga esperienza di vita, vissuta con dedizione e grande e umile consapevolezza. L’amore è inverare i sogni della donna amata, amare ciò che ella ama, in una sorta di fusione delle anime in cui non si distingue più l’identità di ciascuno. A buon diritto il poeta può considerare la donna amata  “il rifugio”, come si legge in Al di là della siepe, dell’ottobre 1999:

 

cercherò in te il rifugio

ogni istante,

appena disceso ansimante

dai sassi del dubbio

lungo il sentiero.

 

Accanto alla fede, dunque, la donna amata è il rifugio dalle insidie del mondo, l’ancora di salvezza in una vita paragonata a un sentiero pieno di sassi (i dubbi), su cui siamo costretti a camminare.

 

E poi c’è, onnipresente, il tema del tempo. Tutta la poesia è pervasa da un sentimento del tempo che Fiore scandisce, spesso datando le proprie poesie col mese e con l’anno in cui furono scritte, e poi secondo le ricorrenze religiose e quelle familiari, come si è detto. Ma il sentimento del tempo di cui parlo non riguarda solo questo tipo di ricorrenze, ma è parte intrinseca alla poesia, sua dimensione intima.

Già in Forse saranno..., del 1951, “… mormora il tempo”; e in Notturno “Un grillo ricama lo stame notturno del tempo”; e in Ti porterei Fiore parla dei “roghi del tempo” e degli “evi in fuga”; e in L’ultimo viandante dà la seguente definizione:

 

e il tempo non sarà

che un molesto ronzio di secoli dissepolti.

 

ovvero, il tempo come storia dell’uomo, simile al ronzio di un insetto.

In Mentre si stringono le nostre mani,

 

il tempo che scorre

alimenta e confonde

senza fine

le nostre due vite

e un unico amore.

 

Il tempo qui appare come la trama in cui s’intesse l’amore, il tempo dell’amore. E poi ancora in Non è la solita storia, il poeta richiama “le stagioni fuggenti che si affollano”, senza mai abbandonarsi ad un sentimento di nostalgia, ma sempre proiettandosi verso il futuro:

 

 

le stagioni che passano

accrescono il futuro.

 

In Se passano gli anni, compare “l’ineluttabile fiume del tempo”, che la donna amata ha il potere di fermare:

 

Per te non passano gli anni,

e non temo che scorra

l’ineluttabile fiume del tempo:

mi rischiara il tuo viso

e la dolce stagione dei tuoi pensieri.

 

L’amore combatte il tempo, ne elimina gli effetti ineluttabili, cioè, letteralmente, contro i quali non si può lottare. Bisogna dunque convincersi che il tempo, come ogni supremo dubbio, può essere vinto:

 

Non credere dunque

all’inganno del tempo,

al tarlo antico del dubbio.

 

scrive Fiore in Abbandona le brumose tristezze, del maggio 1984, sempre in amoroso colloquio con la sua donna.

E gli esempi potrebbero continuare. Ma credo sia sufficiente concentrare l’attenzione, a proposito del tempo, su una figura particolare, che ricorre nell’ultima stagione della poesia di Fiore, la clessidra. Si leggano questi versi in In una sera di febbraio (1999);

 

Inesorabile snoda la clessidra

nell’ombra i suoi granelli,

scorre furtivamente la vita

lungo gli storici muri

della città amata.

 

Ma si noti anche “la clessidra inesorabile” di Ingannevoli fuggono i giorni (febbraio 2001) e in Devo scriverti ancora? (dell’ottobre 2004):

 

la vita non ha memoria

si consuma nell’attimo

scivola silenziosa per sempre

come la sabbia nella clessidra.

 

La clessidra è il simbolo della vita che svanisce ogni giorno, granello dopo granello. Il poeta combatte questo svanire con le sue sole armi: la fede, l’amore e, in ultimo, la poesia.

 

Al valore e alla funzione della poesia vorrei dedicare l’ultima parte di questo mio discorso. Fiore ci riflette lungo tutto l’arco della sua attività poetica, dalle prime definizioni delle sue stesse parole: “parole più vere” (E poi ancora la sera…); “vaghe parole”; “parole scordate” in Forse saranno… (del 1951); oppure laddove definisce la sua poesia “canto”: “la pena remota d’un canto” in Notturno; “il canto disseccato dei giorni” in Torbida innocenza; “pei canti miei / eterna” in Ti porterei; “Senza te sfiorirono i canti miei…” e “vagabondi canti” in Senza di te; per arrivare alle riflessioni della maturità poetica.

In Novello Ulisse, del febbraio 1997, scrive:

 

 

Alla scrittura forse affiderò

la memoria dei giorni,

alla parola di colui che dice

l’attimo fuggente del mistero.

 

E ancora, in Al di là della Siepe (dell’ottobre 1999)

 

arduo davvero

è cogliere la musica del tempo,

scrivere in libertà.

 

Fiore sa quanto sia difficile attraversare il tempo che ci è dato cogliendo dentro di noi la segreta musica del nostro animo, e che questo può e deve essere fatto. La scrittura, la poesia serve proprio allo scopo. Il poeta è (in Non attendere oltre, dell’ottobre 2000)

 

colui che ti scrive

e ti parla ancora

di musiche e stelle

ridenti a un sogno lontano.

 

Scrivere, parlare ancora alla donna amata di un mondo lontano, ecco il compito del poeta, e così fermare il tempo dell’amore, non lasciare che venga cancellato dal mondo. Si legga la poesia Ingannevoli fuggono i giorni, del febbraio 2001:

 

Tutto scorre, mia amata,

ma se tu mi parli e sorridi,

con mani incrollabili

terrò stretto

quel giorno lontano del nostro

amore

che alla clessidra inesorabile

per noi due

ho sottratto per sempre.

 

Ma si legga anche la poesia Devo scriverti ancora?, dell’ottobre 2004, in cui Fiore fa un’altra, non ultima, ma forse una delle più belle dichiarazione d’amore alla sua donna. Egli terrà stretto il suo bene prezioso, a cui mai rinuncerà, fidando nella poesia, che continua il loro amore anche dopo la morte.

 

Ma io ti scrivo ancora…

la vita non ha memoria

si consuma nell’attimo

scivola silenziosa per sempre

come la sabbia nella clessidra.

 

Lo scritto resta:

ardita e incompleta

metafora della vita

è la parola scritta,

ma resta

sigillo durevole

per noi e per gli altri,

affinché non si perda

la musica e il sogno

dell’universo

che siamo anche noi,

in questa sera

che è solo mia

e che voglio donarti

nella prigione dorata

di questo messaggio,

scritto da un tempo

ormai lontano

soltanto per te.

 

Il divino, l’amore, il tempo, la scrittura, ovvero la parola che si fa canto: questo è l’universo poetico di Mario Fiore. Un universo poetico fondato su una parola vera, “più vera”, che il poeta è stato in grado di opporre al mondo, una parola che Fiore trovava nella profondità della sua coscienza quando si ritirava in se stesso, a margine della sua attività quotidiana. Ed è per questa parola “più vera” che noi oggi lo ricordiamo e continueremo a ricordarlo in futuro.


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