Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
Nel giardino dell’Eden 8 PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 23 Aprile 2011 16:50

Maturità: nell’anno della biodiversità... gli UFO.

 

Chissà chi è che decide i temi della maturità. Me lo sono sempre chiesto. Sono un grande esperto di esami di maturità, come minimo perché ne ho sostenuti due. La prima volta (era il 1968) contestai il tema (allora era di moda) e, ovviamente, venni macellato. Unico bocciato di tutta la scuola. L’anno dopo, Indira Gandhi (chissà se tutti sanno chi sia stata, Indira Gandhi, e chi era suo padre) presidente dell’India, fece un discorso alle Nazioni Unite dicendo che il mondo si preoccupava di salvare la tigre indiana e lei vedeva i bambini morire di fame per la strada. Doveva esserle arrivato il mio tema, a Indira, pensai con non poca autoironia. Perché nel mio tema avevo scritto bene o male (più male che bene) le stesse cose, partendo dallo stesso tema. Alle Nazioni Unite si parlava di ambiente, e Indira era andata fuori tema, proprio come me. Se non mi avessero bocciato, chissà... la mia vita sarebbe andata diversamente, e io sono contento di come è andata sino ad ora, per cui ringrazio la commissione, e la mia incoscienza. L’anno dopo, saggiamente, feci un tema su cose tipo La provvidenza nel Manzoni, ma mi astenni dal dire, cosa che mi venne immediatamente in testa, che era strano che il problema di Renzo e Lucia potesse essere risolto dalla peste. Don Rodrigo e tutti i cattivi (ricchi) morivano di peste e i buoni (poveri) sopravvivevano. Ma quanti altri Renzi e Lucie erano morti per quella peste? Che razza di Provvidenza è questa? Ci sarebbe stato da scrivere un bel tema, ma rimasi molto sul vago e scrissi quello che ci si aspettava che scrivessi.

Quest’anno però non avrei resistito e, incoscientemente, avrei mostrato il petto al plotone d’esecuzione, gridando: viva la biodiversità! Eh già, quest’anno è l’anno mondiale della biodiversità. Ho persino fatto una relazione sulla biodiversità marina nel corso delle celebrazioni a Roma, a cui hanno partecipato ministri vari e persino il Presidente Napolitano (con tanto di corazzieri al seguito). Però la biodiversità non è stata ritenuta importante da chi ha scritto i titoli dei temi. Si è reputato più importante far ragionare i ragazzi sul problema degli alieni: saremo soli nell’universo? I giornali hanno parlato di UFO, ma UFO significa Unidentified Flying Object (Oggetto Volante non Identificato), mentre qui si parla di vita non necessariamente intelligente e in grado di sviluppare una tecnologia avanzata a tal punto da produrre oggetti volanti che noi non riusciamo ad identificare.

A me sarebbe piaciuto questo tema: Nella Genesi, il Creatore assegna un solo compito al primo uomo: dare il nome agli animali. Il 2010 è l’anno della biodiversità: questo compito è stato assolto?

Certo, questo implica che gli studenti abbiano approfondito la questione nel loro percorso scolastico. Ma avranno approfondito i discorsi sugli extraterrestri nel loro percorso scolastico? Rispondo io alla domanda: no, non abbiamo contezza di quanti tipi (specie) di esseri viventi siano presenti sul nostro pianeta. Ne abbiamo descritti due milioni, ma si stima che ce ne siano almeno dieci milioni. Però spendiamo più soldi per cercare la vita sugli altri pianeti che per esplorare la vita sul nostro. La lobby dei costruttori di missili è molto forte e condiziona le scelte dei governi, mentre chi studia i viventi non ha queste leve. Un progetto scientifico che, in 50 anni di finanziamenti immani, non ha mai prodotto un solo risultato positivo (non esiste alcuna prova dell’esistenza di vita su altri pianeti) continua ad essere finanziato contro ogni logica. Mentre “non ci sono soldi” per studiare la biodiversità (è ovvio, se si danno a chi va a caccia di marziani, poi non ce ne sono per gli altri). Certo, sono bei discorsi, ci si può divertire a vagheggiare su come potrebbero essere eventuali alieni. Siamo soli nell’universo? E’ un tema da Notte di San Lorenzo, quando ci sono le stelle cadenti. Bellissimo tema, per un bar. Intanto, sul nostro pianeta, la biodiversità è in crisi, ma noi pensiamo agli alieni, nell’anno della biodiversità. Il discorso torna, capovolto, al discorso di Indira. Noi pensiamo agli alieni (le tigri di Indira) e intanto la biodiversità è in crisi (i bambini che muoiono di fame). Mi sarei divertito molto ad argomentare su questi aspetti e avrei rinnegato la prudenza che mi è stata suggerita con la prima bocciatura (non ho mai imparato quella lezione appieno, per fortuna). Posso dare un consiglio agli studenti, per quel che vale (a quell’età non si è attrezzati per ascoltare consigli, si pensa di aver capito tutto). Non fate come me, non fatevi macellare per affermare le vostre convinzioni. Dite quel che ci si aspetta che diciate. Però, a casa, per allenamento, provate a scrivere quel che vi sembra giusto. Sto esortando (e non credo ai miei occhi) all’ipocrisia. Ma l’educazione è una forma di ipocrisia, dopotutto. Non dite quel che pensate se questo può far male a qualcuno (in questo caso voi). Però pensatelo. E non lasciatevi corrompere dall’ipocrisia. Se lo direte subito, vi neutralizzeranno. Invece voi fate finta di stare al gioco, entrate nel sistema e poi cercate di cambiarlo dall’interno, mantenendo la vostra integrità. Io non ci sono riuscito, comunque, a imparare questa lezione. Sono entrato nel sistema, dico quel che penso (che di solito è l’opposto di quel che pensa la maggioranza), e sono mal tollerato. Però, a mia figlia, consiglio di fare un bel tema sulla Cavallina Storna, o sul Cinque Maggio, se mai capiteranno tra due anni, quando toccherà a lei. Osannando l’abilità poetica di Pascoli e Manzoni. Alla faccia della Genesi e della missione (l’unica) affidataci dal Creatore. Quella cerco di portarla avanti io (il mio mestiere è dare il nome agli animali e quindi, come i Blues Brothers, sono in missione per conto di Dio), con le poche risorse avanzate dopo che i fondi per la ricerca sono stati impiegati per fantasmagoriche missioni spaziali.

 

 

Tagli a istruzione e ricerca

 

L’editoriale di domenica scorsa del direttore Scamardella non può essere lasciato cadere. Affronta il problema dei problemi, le future generazioni e la loro formazione, lo sviluppo della conoscenza in un popolo che, in passato, è stato il faro per il resto dell’umanità. Molti attribuiscono lo stato attuale dell’istruzione italiana al lassismo sessantottino, al diciotto politico che per qualche anno imperversò nelle università occupate. Ma dare la colpa agli studenti di allora, oggi diventati professori, perpetuatori di una filosofia che rinnega il merito, significa conferire troppo potere agli studenti e ai docenti. Il potere viene esercitato dai governi e il merito o il demerito di come vanno le cose è il loro. Per quel che riguarda l’istruzione, tutti i governi, di ogni colore, hanno seguito una strategia sorprendentemente coerente, riassumibile con: poche idee, ma molto ben confuse. Lavorare nella scuola è diventato un ripiego per chi non trovava di meglio da fare, e la missione di dare una cultura ai nostri giovani è visto come un mestiere qualunque. Il motivo è semplicissimo: gli stipendi sono da fame. Il precariato è infinito, con umilianti trafile, spostamenti, trasferimenti, graduatorie, concorsi, speranze disattese. Il ruolo docente più importante è quello dei maestri elementari. Sono loro che danno l’imprinting ai nostri figli, che li “toccano” e determinano le loro scelte future. I molti “negati” per la matematica sono il frutto di esperienze negative con questa bellissima disciplina all’inizio del percorso scolastico. I maestri non ci sono più, ci sono solo maestre. Come mai gli uomini non scelgono più questa carriera? Il motivo è semplice: si guadagna pochissimo e con quello stipendio non si mantiene una famiglia. Ma le cose non sono molto diverse nelle scuole medie e nei licei. In economia si dice che il prezzo (e a volte anche il valore) di qualcosa viene determinato dalla volontà di pagare per essa da parte di chi la vuole comprare. Dato che la volontà di pagare per l’insegnamento ai nostri figli è scarsissima, un economista concluderebbe che il valore che viene dato a questo ruolo nel nostro paese è molto basso.  Ai docenti si deve chiedere molto, ma molto di più. Ma li si deve pagare molto ma molto di più. La scuola, come molti altri comparti del pubblico impiego, è diventata un surrogato dell’inesistente salario di disoccupazione, prima fonte di sciagure nel nostro paese. Assumere persone qualificate per dar loro un minimo di sussistenza, attribuendo valore zero alla qualità del loro lavoro, è il motivo primario della caduta di valore del nostro sistema educativo.

Maestri e professori sono la componente più importante di tutto l’apparato sociale. Sono quelli che si prendono cura delle generazioni future, non in un ipotetico futuro, ma nel presente. Sono quelli che seminano. E senza semina non ci può essere raccolto. Come andrebbero le cose a un contadino che considerasse i semi come un costo e non come un investimento, e cercasse di risparmiare sui semi, pensando comunque di avere poi un ottimo raccolto? Noi stiamo facendo così. La scuola e la ricerca sono considerate un costo, e non un investimento.

La cura è lunga, ma è possibile. Richiede tempo e danaro, richiede impegno da parte dei docenti e dello stato. La scuola sta soffrendo della sindrome del vetro rotto. Una casa con i vetri rotti sembra abbandonata e richiama ulteriori atti di vandalismo. Una casa integra, ben curata, lascia subito intendere che c’è qualcuno che la protegge e che reagirebbe al primo gesto vandalico. Gli studenti, soprattutto nei licei, vivono il momento in cui è naturale rinnegare l’autorità degli adulti per affermare la propria individualità. Si accorgono subito se il luogo e la gente con cui hanno a che fare meritano rispetto, si accorgono di come sono tenuti i banchi, i muri, i bagni della loro scuola. E si accorgono se i loro docenti sono entusiasti e competenti o se invece stanno semplicemente “lavorando”. Questa scuola con i vetri rotti è stata ridotta così da decenni di incuria per gli edifici e per chi lavora al loro interno. Parliamo tanto di necessità di infrastrutture per il rilancio dell’economia. Ma l’infrastruttura più vitale per il rilancio di un paese è il suo sistema educativo. Siamo un paese afflitto da analfabetismo di ritorno e sembra quasi che ne siamo fieri. Bonolis, in televisione, chiede quanti erano i sette re di Roma e molti concorrenti non capiscono neppure la domanda. Tutti ridono, Bonolis si indigna strizzando l’occhio alla telecamera, ma non è una farsa che va in onda, è una tragedia. Alla nostra classe politica va bene così (perché si risparmiano risorse per dedicarle ad altre imprese ben più redditizie, vuoi mettere allestire due G8 invece che uno solo?), alle famiglie va bene così (l’importante è che i figli siano promossi), ai ragazzi va bene così (l’importante è essere promossi), ai docenti, alla fine, potrebbe anche andar bene così (mi danno poco, e quindi faccio poco). Quando, all’università, mi arrivano, nonostante tutto, ragazzi e ragazze eccezionali (frutto del lavoro di docenti eroici), mi sento male, perché so che la nostra società non saprà che farsene di loro (c’è la fuga dei cervelli, bisogna ricordarlo?). Forse hanno ragione a chiudere l’Università, tagliandole le risorse in modo insostenibile. A che serve formare giovani altamente qualificati se poi tanto non sappiamo come impiegarli? Perché spendere i soldi per la loro formazione se poi ne usufruiranno altri Paesi? Tanto vale non formare più nessuno. Compriamo biglietti del Superenalotto e speriamo di vincere. Oppure, come è stato consigliato a una giovane precaria, cerchiamo di far sposare i nostri figli con i figli dei ricchi. Non mi piace chiudere i miei articoli con il pessimismo, ma non ci sono spiragli nei disegni della nostra classe politica, eletta, peraltro, da noi stessi. Il vetro rotto del nostro Paese è il suo sistema educativo. Un vetro che va aggiustato al più presto, e non con un foglio di giornale, come si sta facendo ora.

 

 

Una nuova cultura per l’Italia

 

Ho vissuto, complessivamente, quasi due anni negli Stati Uniti, principalmente in California e a Chicago, e ho visitato molti stati della costa Occidentale e qualcuno di quella orientale. A Chicago ho dei parenti che non lavorano nel sistema universitario, mentre negli altri stati ho avuto, e ho tutt’ora, moltissimi contatti con il mondo universitario. Il periodo più lungo che ho passato in USA è stato nel 1983, quando sono rimasto quasi un anno nel Laboratorio di Biologia Marina dell’Università di Berkeley, in California, a una settantina di chilometri a nord di San Francisco. E’ il paese dove Hitchckock ha girato Gli uccelli. Avevo 32 anni, e ero stato assunto nel sistema universitario italiano come ricercatore. Un posto a vita. Quando lo dicevo ai miei amici americani, non ci potevano credere. Un posto a vita! Per loro era un traguardo inimmaginabile a quell’età. Ho subito capito di essere un privilegiato. Mio padre era un portuale del porto di Genova. Non era ricco, per niente. In tutta la sua lunga vita ha avuto quattro automobili, però ha comprato un appartamento e ha mandato i suoi due figli all’università, e mia madre non ha mai lavorato se non per la sua famiglia. Ho cominciato a fare confronti, in USA. Ho visto come vivevano (e vivono) loro e come viviamo noi, e mi sono molto preoccupato. Lo voglio dire di nuovo: nel 1983. Nel 1983 ho potuto constatare che le nostre case erano in media più belle delle loro, che noi vestivamo meglio di loro, mangiavamo meglio di loro, avevamo vacanze più lunghe di loro, lavoravamo meno di loro, e avevamo molti più servizi gratuiti o quasi di loro. I miei cugini statunitensi avevano fatto mutui per mandare i figli all’università. Mia cugina Dawn, laureata alla Loyola University, lavorava per la United Airlines come personale di terra e quando è diventata mamma ha avuto un mese di assenza pagata dopo il parto. Poi ha dovuto tornare al lavoro. Dopo dieci anni di lavoro, aveva tre settimane di ferie all’anno. In tutto. Quando mia figlia Gaia, durante un periodo in USA, ha avuto bisogno di assistenza medica, la prima cosa che mi han chiesto è stata la carta di credito. E non è stato possibile in alcun modo avere un medico che venisse a visitarla a casa. Abbiamo dovuto portarla in ospedale. Solo ora il presidente Obama sta forse riuscendo a dare assistenza sanitaria a tutti. Forse.

Quando tornai in Italia cominciai a dire a tutti che vivevamo molto al di sopra delle nostre possibilità e che non poteva durare a lungo il nostro stato di benessere. Perché non c’era paragone tra quel che consumavamo e quel che producevamo. Ah, dimenticavo: da noi si andava in pensione giovanissimi, e, grazie al nostro sistema sanitario, si vive molto più a lungo. Mi sono chiesto come potesse essere possibile tutto questo, e mi sono dato una risposta: gli USA ci tenevano buoni perché nel nostro territorio c’erano le basi militari con le testate atomiche (ci sono ancora), e ci davano una mano per non farci fare troppe domande. Ma poi l’Unione Sovietica è caduta, e il nostro ruolo non è più stato così strategico. Un paese ci mette un po’ a ritrovarsi nei guai. Ma ora eccoci qui. Come dicevo quando non lo diceva nessuno: stavamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità.  E ora dobbiamo capire che il mondo non gira attorno a noi. C’è la crisi per motivi contingenti, per l’11 settembre, per le speculazioni finanziarie, per la concorrenza cinese, ma il fatto strutturale è che ci siamo abituati male. Con un patto sociale aberrante. I dipendenti pubblici hanno lo stipendio a vita, senza fare gran che (a parte quelli che per spirito di servizio decidono di lavorare, e sono tanti). Mentre tutti gli altri possono non pagare le tasse. Eh già, in USA vai in galera se non paghi le tasse (Al Capone è finito al fresco per questo, e non è mai uscito). Da noi Previti, al processo, ha detto: eh, va bene, tutt’al più non ho pagato le tasse!  In USA, per questo, si finisce in galera e non si esce più. Da noi si va a fare il ministro della giustizia. No, Scalfaro non ha voluto: si va a fare il ministro della difesa. Abbiamo continuato così fino a oggi. Siamo l’unico paese al mondo dove il falso in bilancio è stato depenalizzato. Li investireste voi i vostri soldi in un paese dove si possono falsificare i bilanci? Ora siamo nei guai, e nessuno, a destra o a sinistra, sa come uscirne. Perché non siamo abituati a fare veri sacrifici. In USA ero sorpreso di vedere i senza casa, quelli che vivono nelle scatole di cartone. Tanti, tantissimi. Da noi non ce ne sono. Loro hanno gli homeless: gente che ha perso il lavoro e vive per la strada. La mafia ce l’hanno anche loro. Ah, certo, l’abbiamo portata noi. In quello siamo bravissimi, i migliori del mondo. Come in tante altre cose. Non conosco un paese più bello del mio, dove si mangi meglio, dove ci siano così tante cose da vedere, dove i giovani siano così in gamba (continuano a prenderceli da tutto il mondo, una volta che li abbiamo istruiti per bene). Però non riusciamo ad amministrare bene tutto questo patrimonio. Forse abbiamo davvero bisogno di qualcuno che ci conquisti e che ci amministri, perché sappiamo fare tante cose, ma non abbiamo davvero il senso dello stato. Non solo. Non abbiamo neppure il senso della regione. C’è solo il paese o la città. Parlate ai leccesi di mettersi d’accordo con i baresi. O viceversa. Siamo tutti campioni ma non sappiamo fare una squadra, e nessun allenatore riesce a farci giocare tutti assieme. Persino il portiere, se ha la palla, vuole dribblare tutti gli avversari e fare gol, senza passare mai a nessuno. Pensando di essere sufficiente a battere la squadra avversaria. E’ per questo che ci piacciono gli allenatori (o i governanti) carismatici, a patto che poi ci lascino giocare come vogliamo noi.

Non possiamo andare avanti in questo modo. Il sogno è finito e ci dobbiamo svegliare. All’estero abbiamo fatto meraviglie, abbiamo costruito economie intere con il nostro lavoro. Anche nel nostro paese: la ricchezza del nord l’hanno costruita i meridionali che sono andati lassù a cercare fortuna. Ora dobbiamo trovare un modo per fare a casa nostra quel che abbiamo fatto in tutto il mondo. La soluzione non è certamente quella di “fregare” i fondi europei facendo finta di fare imprese. Abbiamo bisogno di una nuova cultura e dobbiamo fare in fretta a trovarla. Oppure dobbiamo prendere quella cultura che abbiamo esportato in tutto il mondo (a parte la mafia) e applicarla da noi.

 

 

Erosione costiera: soluzioni a confronto

 

Continua la polemica, tutti contro tutti, sull’erosione che sta affliggendo i nostri litorali. I tecnici che propongono soluzioni miracolose al problema si attaccano tra loro, demolendo la validità delle proposte dei concorrenti e vantando le proprie. I gestori degli stabilimenti sono in rivolta, i proprietari di case sull’arenile chiedono che vengano salvate.

Intanto, ai difensori del litorale con soluzioni ingegneristiche suggerisco un bel viaggio in treno, lungo la linea adriatica. A Nord del Gargano si sviluppa un sistema continuo di barriere che io chiamo la Lunga Muraglia Adriatica. Il problema dell’erosione è stato risolto: ora al posto della spiaggia c’è un bel muro. A volte direttamente sulla spiaggia, a volte a qualche metro di distanza, in modo che si formi una bella lagunetta putrida. Tutto è cominciato con il primo comune che ha fatto il suo muro. Quella difesa ha innescato una reazione a catena che ha portato in erosione i litorali vicini, anch’essi difesi con un bel muro (ce ne sono di tutti i tipi: barriere soffolte, barriere di massi naturali, tetrapodi in cemento, pennelli perpendicolari alla costa) e, nel giro di pochi decenni, tutta la costa è stata cementificata e massificata. Come mai c’è questo problema? Il motivo è molto semplice: abbiamo costruito direttamente sul mare, dalla linea ferroviaria, alle strade, alle case. E abbiamo pensato che la costa, soprattutto quella sabbiosa, sarebbe rimasta al suo posto per sempre. In modo da garantire a noi la possibilità di goderne. Aspettative da bambini viziati. La costa sabbiosa si muove, è una cosa naturale. L’erosione è una cosa naturale. La linea di costa cambia. Caso strano, poi, si costruiscono i porti e si insabbiano. Pare che la sabbia sia molto restia ad andare dove vogliamo noi! Non si costruisce dove non si deve, le conseguenze le stiamo subendo e le subiremo ancora. Alla natura deve essere lasciato lo spazio per “muoversi”. Le soluzioni messe in atto, invece, sono per imbrigliarla con pietre e cemento.

Qualche anno fa, a Tangeri, ho organizzato un convegno sull’erosione costiera nell’ambito delle attività della Commissione per il Mediterraneo. Sono venuti i migliori specialisti da tutto il mondo (potete scaricare gli atti del convegno, gratuitamente, qui: http://www.ciesm.org/online/monographs/Tanger.html) e alla fine, dopo giorni di discussioni e di confronti, si è arrivati alla conclusione che, dove possibile, sia meglio ritirarsi e lasciare spazio alla natura. A meno che non ci si trovi in Olanda. E’ anche normale che le falesie crollino. Se andate sulle Dolomiti, ci sono i ghiaioni. I ghiaioni sono fatti da massi e da ghiaia crollati, nel corso di milioni di anni, dalle montagne in erosione. Le nostre spunnulate sono il risultato del crollo delle volte di grotte formate dall’erosione dell’acqua di falda o di quella del mare.

Le nostre costruzioni si devono adattare ai ritmi della natura. E’ ovvio che i gestori di stabilimenti balneari siano disperati. Non possono arretrare, se la spiaggia arretra. Subito a ridosso della spiaggia ci sono edifici in cemento (a volte gli stessi stabilimenti balneari) o una strada, o case. Se non ci fosse nulla, a parte la natura, la spiaggia si riformerebbe in un altro posto (dove magari ora c’è un porto, e se si insabbia ecco che arrivano le proteste). Come è sempre successo, nel corso della storia geologica del nostro pianeta. Il mare toglie da qualche parte e riporta da qualche altra parte. Pensare di fermarlo con il cemento e i massi non dà buoni risultati, basta andare lungo tutta la costa adriatica per capire come diventerà la nostra costa se perseguiremo quella strada.

Dobbiamo cominciare a pensare alla ritirata dalla linea di costa, ritirata delle infrastrutture, prima di tutto le strade, e poi le case, le decine di migliaia di case abusive che abbiamo costruito direttamente sulle nostre spiagge. Dobbiamo rifare tutto il nostro territorio costiero, c’è grande lavoro per gli ingegneri e gli architetti ma, per favore, che lavorino di concerto con geologi ed ecologi. Da soli hanno già fatto abbastanza guai, e il prodotto del loro lavoro passato non è una buona credenziale. Tutto il territorio nazionale è a rischio idrogeologico (per frane o erosioni) perché si è costruito dove non si doveva. Ci vuole una diversa cultura del costruire, una cultura che riconosca i diritti della natura, e che non pensi che si possa correggere tutto con un po’ di cemento o un po’ di massi. Le soluzioni proposte sono solo dei lifting che maschereranno il problema, ma non lo risolveranno. La natura ha escogitato una soluzione infallibile al problema dell’invecchiamento: la produzione di nuovi individui. Noi vogliamo che tutto resti fermo e che nulla cambi. Ma il mondo non funziona così e la natura vincerà sul cemento. La soluzione al problema è radicale: occorre rinaturalizzare il sistema costiero, soprattutto nelle zone sabbiose. Le strutture, se proprio necessarie, devono essere temporanee, con palafitte di legno di facile rimozione. Se non lo faremo... accadrà lo stesso. Oppure il Salento diventerà come l’Olanda, o Rimini.

 

 

 

La Stazione Zoologica di Napoli ... un ente inutile!

 

La razionalizzazione degli Enti di ricerca messa in atto dal Governo prevede la soppressione della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, accorpandola ad altre strutture di ricerca del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica, togliendole autonomia e facendola diventare un istituto “qualunque”. La Stazione Zoologica è stata recentemente valutata da un Consiglio Scientifico composto, tra l’altro, da tre Premi Nobel per la Biologia e Medicina, e il parere unanime è stato di grandissimo apprezzamento per il lavoro che in essa si svolge. Il segreto del successo della Stazione Zoologica è la sua autonomia, la sua indipendenza. La ricerca scientifica, nel caso della Stazione Zoologica, è libera da lacci e lacciuoli burocratici e può esprimere al meglio le sue potenzialità, con intensissimi rapporti a livello internazionale. Anche la valutazione a cui si è sottoposta deriva da decisioni interne, per non restare nel ghetto dell’autoreferenzialità che affligge molte istituzioni di ricerca italiana. E’ paradossale che, invece di incrementare l’autonomia della ricerca, si tenda a burocratizzarla e ad  ingessarla sempre più, con la scusa delle razionalizzazioni. Da una parte è vero che l’autonomia dell’Università non è stata un’esperienza positiva (personalmente penso che si debba tornare alla centralità ministeriale) ma questo non vale per la Stazione Zoologica. E’ una grande responsabilità che l’Italia si assume. La Stazione Zoologica non è solo nostra, fa parte del patrimonio scientifico mondiale. La sua statura è dovuta al lavoro di centinaia di ricercatori di tutto il mondo che in essa hanno operato in piena libertà, con uno spirito che è stato “copiato” a livello globale, ispirando tutte le istituzioni di ricerca marina del mondo. La Stazione Zoologica è il simbolo mondiale della ricerca marina. Definirla “inutile” come entità autonoma è un insulto alla scienza e alla cultura. E’ una decisione che ci rende incomprensibili agli occhi della comunità scientifica internazionale. La mobilitazione del mondo scientifico sarà grande, ma sono ormai troppe le mobilitazioni in corso per difendere la scienza e si corre il rischio che questo gravissimo evento passi inosservato.

Forse chi ha preso questa decisione non conosce appieno la storia e il significato odierno della Stazione Zoologica, il simbolo che essa rappresenta. Sopprimere la Stazione Zoologica di Napoli come Ente autonomo e accorparla ad altri Enti è come accorpare la Basilica di San Pietro alla parrocchia di Monte Mario!

 

 

Bianchi bastardi

 

La genetica, con la ricostruzione dei genomi, permette di comparare le specie e di ricostruirne la storia. Ovviamente la specie che ci interessa di più è la nostra, e siamo molto curiosi di trovare risposte alla domanda “da dove veniamo?”. La paleontologia, lo studio dei fossili, ci ha risposto ormai da molto tempo: veniamo dall’Africa. E sempre più si cerca di trovare la sequenza di reperti fossili che ci faccia vedere il momento della nostra venuta al mondo. Per decenni si è parlato di “anello mancante” alla catena della vita. Ma l’evoluzione si rivela sempre più tortuosa e strana, non ci sono linee così ben definite e le domande semplici (da dove veniamo) a volte hanno risposte molto complesse.

I paleontologi e gli antropologi, dopo quello che hanno combinato Hitler e Mussolini, sono molto attenti a parlare di “razze umane”. E’ comunque evidente che qualche differenza ci sia, tra i vari modi in cui la nostra specie si “esprime” nelle varie parti del mondo. I neri, i bianchi, i gialli, etc. sono effettivamente un’espressione di diverse tipologie di umani. Siamo tutti una sola specie perché tutte queste tipologie sono interfeconde e, quindi, non esistono barriere allo scambio di geni tra i vari tipi di umani, c’è piena compatibilità, e quindi siamo una sola specie.

In passato, invece, c’erano due specie di uomini che, per molto tempo, hanno convissuto. Noi e i neanderthal. Ci sono anche due specie di scimpanzè che ancora convivono, gli scimpanzè veri e propri e i bonobo. E’ una cosa normale, nel regno animale. Ma ora ci siamo solo noi, uniti nella diversità, a rappresentare gli umani. Unici.

Intanto i genetisti hanno decodificato il nostro genoma, e hanno anche decodificato il genoma dei neanderthal. E poi hanno iniziato a confrontare i genomi e, in questi giorni, abbiamo avuto una sorpresa inaspettata. Come in una telenovela, in cui il protagonista scopre di non essere figlio di quelli che credeva i suoi genitori, e improvvisamente si “vede” in modo completamente diverso, così noi, ora, dobbiamo guardarci con occhi differenti. Sono stati guardati i genomi di umani provenienti da Africa, Europa, Asia (in America siamo arrivati molto dopo) e si è visto che europei e asiatici hanno geni comuni con i neanderthal, mentre gli africani no.

I veri uomini, quelli “puri”, completamente originali, sono gli africani, i neri. Gli altri (inclusi noi) sono il frutto di incroci tra umani e neanderthal. Specie talmente vicine da permettere lo scambio di geni. Chissà se i neanderthal si sono davvero estinti, o se siamo noi i loro discendenti?

Le ricerche future ci diranno di più. Ma questa notizia ci deve far riflettere. E’ come se Bossi e Calderoli scoprissero di essere i nipoti di migranti musulmani arrivati in Padania poche generazioni fa.

Siamo meticci, bastardi, creoli... quante parole abbiamo coniato per etichettare in modo spregiativo i figli di genitori appartenenti a diverse tipologie di umani? E ora scopriamo di essere NOI il frutto di incroci tra veri umani e i neanderthal. Gli scienziati, lasciatemelo dire, amano il sensazionalismo e magari un giorno questa “scoperta” verrà ridimensionata e si rivelerà una bufala. Ma a me piace moltissimo.  Loro, i neri, i reietti dell’umanità, decimati dalla fame e dalle malattie, respinti alle nostre frontiere, ridotti a vendere cianfrusaglie per la strada, considerati quasi bestie da chi si sente così superiore, ridotti in schiavitù anche nel nostro paese... sono i VERI uomini. E noi, i bianchi, la razza superiore, quelli che hanno fatto tutto quel che di buono c’è nella nostra civiltà, siamo dei... bastardi, un incrocio.

Che lezione di umiltà, che ridimensionamento dei complessi di superiorità, delle origini “divine” della razza eletta. Avevo visto le ricostruzioni dei neanderthal e mi ero trovato spesso a dire: ma io in quelli rivedo tratti e fisionomie di persone che conosco. Ora mi guardo allo specchio e capisco. Certo che li conosco, siamo noi. Quasi. Non buttiamoci troppo giù, siamo anche umani, non tanto quanto i neri, ma in buona parte siamo umani. E anche un po’ neanderthal, però. Almeno fino alla prossima scoperta.


Torna su