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Home I mille racconti I mille racconti Vie traverse 9. La via della Melelea
Vie traverse 9. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 14 Gennaio 2017 16:58

Strade di campagna

I nostri paesi sono fatti così: arrivi in fondo a una strada e trovi la campagna. In realtà, dopo l’espansione edilizia degli ultimi cinquant’anni occorre farne un po’ di strada prima di trovarla perché le vie urbane che portano fuori si sono allungate, ma in compenso i paesi sembrano essersi avvicinati. E’ raro percorrere più di dieci chilometri dall’uno all’altro. Le strade che li mettono in comunicazione sono le più trafficate, le auto vi passano in corsa dritte verso la loro meta. Se vuoi fare una passeggiata, ti converrà abbandonarle e imboccarne una laterale. Le strade di campagna sono quasi tutte ben asfaltate e dopo qualche chilometro portano in un paese vicino attraverso un percorso a zig-zag tra i fondi oppure si perdono all’improvviso in un oliveto desolato o ancora s’innestano su una provinciale o una statale. Durante il giorno, lungo queste vie traverse perlopiù si incontrano paesani in macchina che vanno o tornano dalla campagna, dove hanno un pezzo di terra e una casa. Bisognerebbe fermarli e chiedere loro notizie sulle strade secondarie che percorrono tutti i giorni in su e in giù: sono certo che ne verrebbero fuori delle belle, sempre che l’abitudine non abbia tolto loro la memoria.

 

L’Ara e dintorni

A Corigliano d’Otranto, il paese di mia madre, alle spalle del campo sportivo comunale, c’è una di queste stradine, la via della Melelea, che conosco sin da bambino. Questo nome non sta scritto da nessuna parte, ma io l’ho sentito ripetere molte volte da mia madre e dai miei parenti di Corigliano che con esso indicavano una proprietà, la Melelea, di un cugino paterno, a cui si giungeva percorrendo quella strada. Fatto è che anche mio nonno aveva un fondo, una piccola parte della Melelea - ora ulteriormente diviso in quattro striscioline di terra delimitate da muri attestanti l’avvenuta spartizione dell’eredità tra i figli –, chiamato Ara, perché nel centro di esso fu costruita un’aia (ara in latino), trenta centimetri sopra il piano della terra coltivata, dove si puliva il grano e si facevano altre cose che io non so più ben ridire. Qualche anno fa il figlio a cui è toccata la parte del fondo contenente l’aia ha abbattuto il noce frondoso che vi cresceva accanto, perché le noci non erano più buone. All’ombra di quel noce, sopra l’aia fatta di grosse pietre squadrate e circondata da un muretto, trascorrevamo la pasquetta mangiando e bevendo peggio del giorno prima. Il giorno prima, infatti, si era festeggiata la Pasqua in casa dei miei nonni. Avevamo fatto appena in tempo a digerire e già la pasquetta obbligava a un nuovo stess alimentare. Ho ancora una fotografia che ritrae tutta la famiglia di mia madre durante la pasquetta, dove si vede mia madre in piedi sul muricciolo mentre si fa immortalare con un bicchiere di vino che ostenta in mano nell’atto di portarselo alla bocca. E’ come se dicesse: . Questo accadeva prima che mio nonno morisse. Mio padre non veniva con noi perché la poliomielite agli arti inferiori non gli consentiva di raggiungere l’aia e di muoversi comodamente nel fondo. Dopo la morte di mio nonno non ricordo più di queste riunioni all’Ara. Io e mia sorella avevamo due cugine della nostra stessa età, con le quali si andava d’accordo. Così, quando non ne potevamo più di mangiare e di ascoltare gli scherzi dei più grandi, chiedevamo ai nostri genitori il permesso di recarci nel boschetto di lecci distante dall’Ara neppure cinquecento metri. Siccome quel giorno ogni permesso era accordato e la licenza si fiutava nell’aria, ci avventuravamo nel boschetto dove ci si poteva rincorrere e giocare a scundarieddhi.

 

Nel bosco di lecci

L’altro giorno era una bella giornata di fine d’anno ed allora ho chiesto a mia figlia Giulia se volesse venire con me in quel boschetto. Giulia non ne aveva mai sentito parlare e subito è stata invasa da una fortissima curiosità, tanto più quando le ho raccontato che in mezzo al bosco c’erano i ruderi di una casa rimasta incompiuta. Pertanto, dopo pranzo abbiamo preso la moto e abbiamo percorso in pochi minuti i dieci chilometri che separano Galatina da Corigliano. Non mi è stato facile ritrovare la via della Melelea. La periferia di Corigliano negli ultimi trent’anni si è espansa non poco, sconvolgendo l’assetto urbanistico che mi era familiare. Per fortuna avevo come punto di riferimento il campo sportivo, dietro il quale, dopo qualche giro tutt’intorno, ho trovato la strada che stavamo cercando. L’Ara, che è uno dei primi fondi che si incontrano sulla destra, era deserta a quell’ora, quando i miei zii di sicuro se ne stavano in casa per la pennichella pomeridiana. La stradicciola non asfaltata che porta al boschetto di lecci si diparte proprio di fronte all’Ara e porta diritto tra gli alberi. Abbiamo parcheggiato la moto nel fitto del bosco, un po’ impauriti dagli spari dei cacciatori e, presi per mano, abbiamo cominciato a perlustrarne i sentieri. Ricordavo male: al posto dei ruderi di una casa in costruzione, infatti, non c’era altro che una cava di pietra non più larga di sessanta metri quadrati e profonda tre, una tagliata semisommersa dalla vegetazione spontanea del sottobosco. Chi costruì l’aia di mio nonno forse da quella tagliata fece portare i blocchi di leccisu su cui mangiavamo nel giorno della pasquetta. Sapevo che un tempo il boschetto era servito come carbonaia e poi come allevamento di asini per le operazioni militari della Grande Guerra. Abbiamo contato tre pajari distanti pochi metri l’uno dall’altro, e molti muri a secco semidiruti che dovevano costituire le recinzioni dell’allevamento. Quando giocavamo a scundarieddhi e cercavamo nel folto del bosco buio un luogo dove appiattarci, era lì, in uno dei pajari, dietro un muro a secco, che sapevo di ritrovare – e mi avvicinavo con il batticuore, deluso ogni volta che fallivo - il sorriso della mia cuginetta preferita. Il tetto di uno dei pajari era caduto, depositando nell’interno della stanza un ammasso di pietre; sopra il tetto degli altri cresceva rigogliosa la vegetazione del sottobosco. Ho raccontato a Giulia i nostri giochi fanciulleschi tra quei ruderi, che un tempo erano serviti come riparo per boscaioli, carbonai e sorveglianti di asini –cosa c’è di meglio per i ragazzini che giocare nei luoghi che gli adulti non usano più?-, omettendo solo il riferimento al sorriso e al cuore in tumulto.

E lei: - Avete corso un bel rischio – mi ha detto, indicandomi la volta franata del pajaro.

 

Visioni della campagna

Tornati sui nostri passi, abbiamo ripreso la via della Melelea, lasciandoci alle spalle l’Ara e il bosco di lecci. Il paesaggio della campagna, visto dalla strada che si percorre in leggera discesa, è davvero incantevole. Da questa altitudine – Corigliano è posta a quasi 100 metri sul livello del mare – si può vedere tutta la piana che da Maglie e Scorrano si estende fino a Supersano e alla serra di Parabita passando per Cutrofiano e Collepasso. Alcuni fondi, arati in giorni diversi, assumono le numerose gradazioni del marrone, altri, lasciati a riposo per il pascolo, sono ricoperti di un manto verde, più tenue rispetto a quello cupo dei boschi di olivi che la fanno da padrone; sicché la piana che si distende sotto Corigliano fino alle serre – e tu sai che lì dietro nascosto c’è lo Jonio! - somiglia a un panno fatto di tante pezze disteso sulla campagna decembrina. Ho mostrato a Giulia le antenne dei ripetitori televisivi di Parabita che costituiscono uno dei punti di riferimento del Basso Salento.

Da ragazzino un paio di volte avevo già percorso la via della Melelea, ma non fino in fondo, dove da una parte sbocca sulla Maglie-Cutrofiano e dall’altra risale a Corigliano per una strada che costeggia la masseria denominata Appidè. Ne avevo percorso un tratto guidando il vespone di mio zio, il quale durante la pasquetta partecipava del clima licenzioso che si respirava nell’aria e mi dava le chiavi, pur non avendo io ancora quindici anni. Mettevo in moto premendo col piede sulla leva dell’accensione e col vento tra i capelli mi azzardavo a guidare per le curve di una strada che allora non era asfaltata e dopo un paio di chilometri diventava una carrara piena di pietre e buche con una cresta d’erba nel mezzo e scavata ai lati dalle ruote dei carri agricoli. Oggi è tutta asfaltata ed è un piacere percorrerla a velocità ridotta. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la via della Melelea taglia fondi mai del tutto bonificati, dai quali emergono rocce bianche come scogli marini – li cozzi de Corianu -, gli stessi che più su servirono a fare muretti a secco, ridotti a cumuli informi di pietrame su cui cresce il rovo spinoso. A sinistra, ecco un secondo boschetto di lecci vicino ad una masseria all’apparenza abbandonata, dove si dice che tanto tempo fa il re (quale re?) si sia fermato a riposare. Ho spento la moto sul ciglio della strada perché mi è venuta in mente una storia che mia madre spesso mi raccontava.

 

Inseguimento

Un pomeriggio d’estate mia madre ancora ragazza insieme ad una sua amica si erano allontanate dall’Ara per la via della Melelea ed erano giunte all’incirca nel luogo in cui io e Giulia ci eravamo fermati, nei pressi della suddetta masseria e, ridendo e scherzando, andavano per i fatti loro, quando due pastori, sdraiati sotto un fico assieme ai cani, poco discosto dalle pecore, avevano visto due ragazze incedere sulla strada e non ci avevano pensato due volte ad alzarsi e a sbarrare la strada alle malcapitate; le quali, vista la malaparata e l’aspetto rozzo e selvatico dei due, s’erano fatte serie e pronte allo scatto attraverso i campi, ben intuendo che semplici parole dissuasive non sarebbero bastate a contenere l’impeto bucolico dei due allupati pecorai. Costoro con voce impastata da qualche bottiglia di vino non avevano saputo altro che dire: - Ce siti beddhe! – e, senza attendere risposta, si erano gettati all’inseguimento. Le ragazze avevano corso a perdifiato, fino quasi a raggiungere l’Ara. A pochi metri dal traguardo, sentendosi al sicuro, si erano fermate, e il poco fiato residuo lo avevano impiegato così bene gridando a squarciagola, che mio nonno era subito accorso, mentre i due se la davano a gambe da dove erano venuti, inseguiti dai cani. Mia madre aggiungeva che la sera stessa mio nonno, fucile in spalla – che era solito portare con sé quando andava in giro per le campagne -, aveva fatto visita al massaro suo amico, a cui qualche tempo prima aveva ucciso la volpe mangiagalline, e questi non sapeva più che cosa gli doveva dire per chiedergli scusa, assicurandolo che avrebbe frustato a sangue i due pastori – e dire che aveva dato loro un lavoro per carità! - che da qualche ora non si facevano vedere in giro. Lo aveva poi rimandato con un formaggio fresco e una forma di pecorino da grattugiare, regalo per la moglie ‘Nzina.

Mia madre rideva quando mi raccontava questa storia, ma tornava a ripetere che quel pomeriggio se l’era vista brutta. Ora era Giulia a ridere per la disavventura di nonna Rita quando era giovanissima.

 

Il corredo della baronessa

Ho rimesso in moto e abbiamo proseguito piegando verso destra. La masseria Appidè ci è apparsa chiusa in se stessa come un fortilizio nella brulla campagna di dicembre. Non mi ero mai spinto fin là col vespone di mio zio. La strada a quel punto risale dolcemente verso Corigliano, costeggiata da numerose villette di campagna che i paesani hanno costruito negli ultimi trent’anni. Per di qui doveva passare la carrozza dei baroni del paese nel mese di giugno, quando scoccava l’ora della villeggiatura. Mia madre diceva che era uno spettacolo vedere la carrozza che attraversava il paese tirata da due cavalli, con i carri che seguivano portando tutto quello che potesse servire per gli agi della villeggiatura; lei e le sue amiche sapevano che in quei carri c’erano anche le robe di corredo della baronessa, che una volta l’anno, in quella stagione, dovevano essere spase per prendere aria, e lavate, se necessario. E la Pina, che lavorava già allora nella lavanderia dei Salesiani - tutta roba dei baroni religiosissimi –, era convocata d’urgenza per questa delicata mansione; e quando tornava, dopo qualche giorno, che cosa diceva d’aver visto coi suoi occhi e toccato con le sue mani: pizzi e merletti e stoffe d’ogni tipo, tovaglie lavorate a uncinetto, coperte ricamate a rinascimento, a tombolo, a intaglio, quante belle cose che teneva di corredo la baronessa! Al passaggio dei carri diretti alla masseria, mentre qualche ragazzino col sacco in mano non si perdeva neppure una delle deiezioni dei cavalli, mia madre raccontava queste cose alle sue amiche sul ciglio della strada, e le certificava con le parole di sua sorella Pina, che ogni anno in quei giorni era convocata all’Appidè e se ne stava fuori di casa due tre giorni, beata lei!

Ho ridetto a Giulia questa storia, fermi vicino alla masseria. Il sole decembrino era già basso alle quattro e un quarto del pomeriggio e, sebbene fossimo ben coperti, iniziava a fare piuttosto freddo. Allora ho rimesso in moto e abbiamo proseguito fino all’incrocio della strada maestra che a destra porta nel centro del paese e a sinistra porta a Cutrofiano, decisi a tornare a casa per la via più breve. Ma quel pomeriggio dovevo essere proprio in vena di ricordi, perché all’improvviso mi è tornato in mente che proprio su quell’incrocio mia madre collocava la scena di un aneddoto che più volte mi ha raccontato.

 

Arurattò

All’alba un contadino se ne andava in campagna per lavorare nel suo podere recando sul portabagagli della bicicletta un cantaro, di quelli che si fabbricano a Cutrofiano, ben coperto con un sacco. Sull’incrocio suddetto un finanziere del Duce, nuovo di queste parti, lo ferma, chiedendogli che cosa trasportasse. Il contadino risponde nella sua lingua materna – Arurattò -, ed è evidente che il finanziere per quanto istruito non poteva comprendere il grecanico e pertanto insisteva: - Che cosa porti? -. – Arurattò, arurattò… – ripeteva il malcapitato, cui per innata gentilezza di costumi non veniva in mente di sollevare il sacco e svelare l’arcano. Il che fece invece d’autorità il finanziere, che così sperimentò di persona quale fosse la traduzione: - Porto cacca -. Mia madre terminava col dire che il finanziere evitava a quel punto di fare altre domande, consentendo al contadino di proseguire fino al suo fondo dove avrebbe atteso ai lavori di concimazione della campagna, cui tutta la famiglia aveva contribuito il giorno e la notte precedenti.

Giulia ridendo mi ha detto che la storia era divertente. - Ma chissà se è vera? – ha chiesto.

- Non lo so neppure io – le ho risposto, - è passato così tanto tempo! -.

- In ogni caso, papà, questa passeggiata devi proprio trascriverla! -.

- Ci penserò – le ho detto, e siamo tornati a casa.

[2007]


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