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Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Domenica 15 Gennaio 2017 09:18

Povera Roma

 

[in "S/pagine" , 11 gennaio 2017]

 

POVERA ROMA

“Roma Roma Roma
core de 'sta città
unico grande amore
de tanta e tanta ggente
che hai fatto sospirà
Roma Roma Roma
lassace cantà,
da 'sta voce nasce n'coro
so' centomila voci 
ci hai fatto 'nnamorà”

(Antonello Venditti – “Roma Roma”)

A Roma l’amministrazione Raggi scricchiola. Facile prevedere che questa sarà probabilmente ricordata come la peggiore della storia romana, perfino peggiore di quella di Marino. È partita proprio con il piede sbagliato la Virginia pentastellata, anzi sembra proprio che nessuna delle cinque stelle del simbolo grillino la abbia assistita. La giunta Raggi naviga in un mare di problemi, anche l’Oref ha bocciato il bilancio di previsione del Comune. Gli assessori vanno e vengono in una giravolta infernale.  Il Campidoglio sembra la porta scorrevole dei grandi alberghi, un assessore entra, l’altro esce, giusto il tempo di finire indagato e dimettersi o essere dimesso. Molti, contattati dalla Sindaca, preso atto dell’andazzo, rifiutano l’incarico, finirà che Raggi dovrà rivolgersi agli immigrati perché di connazionali disposti ad immolarsi su quegli scomodi banchi non ce ne saranno più. E così, avallando la vecchia teoria che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare e costituiscono quindi una risorsa per il Paese, il Movimento 5 Stelle  farà l’ennesima virata della sua storia e il leader Grillo, da tolleranza zero sugli immigrati irregolari, passerà su posizioni di moderata accoglienza. Tanto Grillo una ne pensa e cento ne fa, e oggi dice una cosa e domani il suo contrario. La Raggi ormai sembra una bambola impazzita, qualcuno dovrà staccarle la batteria. Non so come faccia a mantenere i nervi saldi e non crollare vittima della sindrome di accerchiamento.  Che psicofarmaci usa? Chi è il suo personal coach? Oltre alle forze politiche di opposizione, sta cercando già da molto di farle le scarpe la fronda interna, come spesso succede nei grossi partiti. Raggi deve vedersela infatti con un agguerrito drappello di parlamentari grilline, capeggiate dalla “coatta” Taverna Paola, che vorrebbero “cacciarla a calci in culo” (testualmente, parole di Annalisa Taverna, sorella della anzidetta Paola) o “appenderla per le orecchie ai fili dei panni sul balcone”. Si sa, il fuoco amico è sempre quello più insidioso e la storia è piena di esponenti politici finiti sotto i colpi dei franchi tiratori. Bisogna riconoscere ai pentastellati il pregio di non mandarle a dire, loro sanno bene come farsi sentire e non hanno nessun imbarazzo a mostrare apertamente la loro faccia di culo mentre delirano funerei e incazzati nelle video apparizioni.

A onor del vero, occorre dire che i problemi di Roma sono talmente cronici che nemmeno coi super poteri un sindaco potrebbe risolverli. Figurarsi dunque cosa può fare la Raggi, che certo Wonder Woman non è, di fronte agli atavici mali che attanagliano la città eterna. “Roma è da radere al suolo, altro che avvisi di garanzia”, scrive Massimo Fini su “Il fatto quotidiano” del 22 dicembre 2016, e cita un articolo de L’Espresso del 1955 dal significativo titolo: “Capitale corrotta uguale nazione infetta”. Ma senza andare così indietro nel tempo, basta pensare alle ultime due sciagurate legislature Alemanno e Marino per capire che i problemi di Roma non sono certo nati oggi ma affondano le loro radici in una mala gestio che più amministrazioni avvicendatesi alla guida della città hanno perpetrato. Ora, questo enorme bubbone è venuto fuori, il male che infetta Roma si è incancrenito e non ci sono raggi che ci possano far calcolare la superficie esatta della circonferenza. Sappiamo solo che si tratta di una piaga enorme e maleodorante nel corpo macilento della nazione. E lo sanno bene soprattutto i cittadini romani i quali, in preda alla disperazione, hanno votato massicciamente il movimento Cinque Stelle, - quando si dice abbaglio collettivo-, cioè una accolita di idioti benpensanti scarsi in teoria e ancor di più in applicazione pratica.  Però, però, c’è un enorme però, a questo punto della mia trattazione. Roma ha un deficit enorme, forse da 15 miliardi,  e la sua immagine è stata svilita nel mondo da Mafia Capitale. I sorci e la monnezza invadono l’Urbe e gli avviliti romani sono costretti a fare lo slalom fra gabbiani e pantegane, servizi scarsi e autobus sempre in ritardo. La Barbie Virginia non lo sapeva quando ha accettato la candidatura a Sindaco?  E poi, la sua amministrazione ha iniziato a cedere subito sotto i colpi degli scandali.   Prima l’arresto di Raffaele Marra, city manager fortemente voluto dalla Raggi, come fortemente voluta e difesa anche di fronte all’evidenza dei fatti era stata l’assessora Paola Muraro, dimessa per i guai giudiziari a seguito dell’affare rifiuti. Poi l’allontanamento di Salvatore Romeo, capo della sua segreteria e il declassamento di Daniele Frongia da vicesindaco ad assessore allo sport. Si aggiunga la promozione del fratello di Raffaele Marra, Renato, a dirigente del settore turismo fatta in spregio di ogni palese conflitto di interessi, come sottolineato anche dall’Anac.  Si è giunti al punto che alcuni facinorosi quando incontrano qualche parlamentare 5 stelle si mettono a urlare “mafiosi mafiosi”, e gli lanciano contumelie come nemmeno a un Forza Italia del periodo d’oro. Ora,  a maggior discredito della Raggi e della sua palese impreparazione, bisogna dire che la sua vittoria alle elezioni amministrative di Roma era scontata, prevedibilissima già da molti mesi prima. La Sindaca non ha avuto nemmeno la preveggenza di prepararsi a dovere, di farsi trovare pronta all’importante appuntamento? E il cerchio magico grillino cosa faceva nel frattempo? Sonnecchiava?

Dice, anche Milano ha i suoi problemi. Vero! A onor di cronaca, la situazione, se non amministrativa almeno politica, di Milano non è migliore di quella romana. Il Sindaco Sala, ex Mister Expo, ha i suoi guai giudiziari che lo hanno portato addirittura ad una ridicola autosospensione per fortuna limitata nel tempo. Beppe si era arrabbiato e teneva il muso come i bambini. Voi mi indagate? E io non lavoro più e vediamo se non sentirete la mia mancanza e non verrete a chiedermi di tornare. Sala, dopo che la scure della magistratura si è abbattuta su Expo, arrestando tutti quelli che a vario titolo vi hanno preso parte, tranne lui, ora si sente pericolosamente lambire dal taglio vivo della lama e cerca di scansarsi per non restarne decollato. E gridando forte la propria innocenza, anche per farsi sentire da Cantone che come un cane da tartufo si aggira intorno alle mura di Palazzo Marino (giuro, l’ho visto io stesso accamparsi in tenda per la notte mentre attendevo a Natale di entrare al Municipio per visitare l’Annunciazione di Piero della Francesca), Sala ritorna al posto di comando e si ristabilisce nel ruolo di Primo Cittadino. Ma Sala fa parte del Pd.  Lo ha voluto Renzi. Insomma, è uno dei tanti magnaccia della peggiore politica fatta di incarichi e prebende. La Raggi no. Lei viene da un partito di millantata onestà, che ha fatto della lotta alla corruzione e agli sprechi la propria bandiera. Le aspettative dunque, da una giunta composta da duri e puri, erano raddoppiate, enormi le speranze per un cambiamento radicale nella conduzione della cosa pubblica. Non si può perdonare alla romana Virginia questa miserrima fine;  tutte le falle aperte difficilmente saranno chiuse. La Raggi doveva pensarci prima. Ora è tardi.  E povera Roma.

 

I tormenti del giovane Matteo

 

[in "S/Pagine", 12 gennaio 2017]

 

Quali dubbi devono aver agitato la mente di Matteo Renzi dopo la sonora sconfitta al referendum? “Mi ritiro o non mi ritiro? Lascio o raddoppio? Mi si nota di più se resto oppure se me ne vado?” Un piccolo sussulto di dignità prontamente scacciato come mosca fastidiosa lo avrebbe portato a dimettersi anche dal Pd e a lasciare la politica. “Che figura di merda ci faccio? Ho gridato a tutto il mondo che mi sarei ritirato a vita privata in caso di sconfitta!”. Questa risoluzione lo avrebbe certamente reso simpatico anche ai più accaniti avversari. E poi chissà? I corsi e ricorsi storici. Magari, dalla quiete di Pontassieve lo avrebbero richiamato a viva forza nel traffico romano i suoi compagni di partito. E lui, novello Cincinnato, avrebbe lasciato i campi e la vanga e si sarebbe rivestito della giubba di rappresentanza. Dal negletto otium ad un rinnovato negotium.  Sì, ma ad avercela la dignità, che è merce rara, non è roba da un Renzi qualsiasi. Altrimenti pure la Ministra delle riforme fallite Boschi, per essere consequenziale ai proclami fatti, si sarebbe dovuta ritirare dalla politica (“con Matteo, nella buona e nella cattiva sorte”, aveva, l’eroica pulzella, romanticamente annunziato all’Annunziata Lucia dagli schermi di Raitre). Invece, ecco la Maria Elena nazionale cambiare seggiola ed andare ad occupare quella di sottosegretario del neonato Governo Gentiloni, lasciando quella di Ministro delle “schiforme” alla Finocchiaro, quella che faceva portare i carrelli della spesa all’Ikea dagli agenti di scorta, la quale, da nemica della prima ora di Renzi, per le mutevoli sorti della politica, ne è diventata aficionada e adesso è stata premiata con l’entrata nel governo. Del resto, quasi tutta la squadra renziana è stata riconfermata nel nuovo esecutivo Gentiloni, con poche eccezioni, come la Ministra Giannini, bocciata da professori e studenti per la sua sciagurata riforma scolastica. Un capro espiatorio del resto s’ha da trovare e l’ex ministra di Scelta Civica dovrebbe pure essere fiera di incarnare una figura di così nobile tradizione. Unica concessione al campo nemico è stato l’ingresso nel Governo di Marco Minniti come Ministro dell’Interno. Minniti è un ex fedelissimo di D’Alema, ora in quota bersaniana, ma anche questa di dare un contentino agli avversari è una prassi vecchissima e ormai logora (far melina). Così lo storytelling del renzismo può continuare sia pure in versione dimessa, leggermente corretta dall’incalzare degli eventi. Renzi si fa da parte e mette il suo scudiero Gentiloni Paolo, fa finta di aver accettato la sconfitta al referendum del 4 dicembre ma lavora sottobanco per punire i traditori, ostenta fair play ma cova rancore e vendetta e aspetta il momento opportuno per attuarla. Gentiloni ha rivendicato, nel suo discorso di insediamento, quanto di buono è stato fatto dal governo Renzi e ha affermato che vi è continuità nella discontinuità con chi l’ha preceduto ( “le convergenze parallele” ogni tanto tornano nelle fumose alchimie verbali dei politici di oggi). E ’ come se il governo Gentiloni fosse lo spin off della serie madre, ammannito ai telespettatori in attesa che l’ “House of cards” renziano riprenda con nuove puntate. Dunque, tornando ai tormenti del giovane Matteo, l’ex Premier ha deciso di rilanciare. Ha nominato (sì, lo so, le nomine le fa il Presidente della Repubblica) il suo Ministro degli Esteri nuovo Presidente del Consiglio e riconfermato i suoi boys e le sue girls. Sic stantibus rebus, nessuna tensione al passaggio delle consegne fra vecchio e nuovo Premier; anzi, la campanellina che l’ex Primo Ministro Enrico Letta aveva fatto rintoccare a lutto (ricordate il gelo di Letta defenestrato dalla canaglia Renzi dopo mitico tweet “Enricostaisereno”?), quella stessa campanellina ora Renzi ha fatto dindondare a festa. Infatti, mentre “Allegria” Letta gli era stato sempre indigesto, Gentiloni è un parto della sua diabolica fantasia, una sua ipostasi, ed è chiaro che “Nightmare” Matteo giubilasse nel passargli le consegne, già pregustando il momento in cui sarà di nuovo Paolo gentleman a restituirgliele.

Molte le grane per il governo Gentiloni, a iniziare da Monte dei Paschi. E poi l’inchiesta Consip, che lambisce il Giglio Magico, se porterà a risultati degni di nota, avrà certamente delle ripercussioni sul Governo nel momento in cui uno dei suoi uomini più rappresentativi, il Ministro Lotti, dovesse risultare coinvolto. E poi la minaccia del terrorismo internazionale, con quella spada di Damocle di attentati dell’Isis che pende sulla nostra testa; il problema immigrazione; quello della mancanza di lavoro e dell’enorme crescita di povertà e disoccupazione. Queste, solo le emergenze. E poi ci sono i tanti problemi ormai cronici del Paese ma non per questo da sottovalutare. E poi il fiato del manovratore Renzi sul collo per Gentiloni non deve essere proprio un bel venticello. Il manovrato infatti sa che Renzi, alla sua prima mossa sbagliata, è pronto a staccargli la spina. E poi, e poi, e poi… sono tanti i problemi sul tappeto e numerose le incognite per il governo di Paolo gentleman. Riuscirà il felpato Gentile a mantenersi in equilibrio fra chi lo tira da una parte e chi dall’altra? Conserverà il suo proverbiale aplomb da romano sornione e scafato anche in mezzo alle tensioni contrapposte?

E mentre il Premier Gentiloni teneva il discorso inaugurale davanti al Parlamento presentando il suo governo modello Giuditta, il giovane Matteo faceva sapere da Pontassieve che lui è ancora della partita, che non molla ma anzi rilancia. Appena qualche giorno di relax per ritemprarsi dalle fatiche governative al calore degli affetti famigliari e fra le nevi dell’Alto Adige, e poi sarebbe ritornato alla carica, pronto a calare di nuovo su Roma e ristabilire il proprio potere, riverniciare la propria immagine offuscata dalla disfatta elettorale. Renzi infatti è determinato a guidare il Pd fino alla delicata fase del nuovo congresso, senza rassegnare le dimissioni prima, ma presentandosi da segretario in carica.  E così anche per quanto riguarda il governo, il tempo di varare la nuova legge elettorale, dopo il parere della Consulta, e la breve traversata nel deserto del Matteo primo terminerà e inizierà la fulgida fase del Matteo secondo (Vangelo). Così il gentile Gentiloni potrà tirare un sospiro di sollievo e prendere congedo da un incarico per lui francamente pesante, ché quella del Premier è una fatica immane, una patata troppo bollente per Paolo il freddo.

E la nottata non passa mai.

 

Il Grillo sparlante

 

[in www.italia-express.it, 13 gennaio 2017]

 

“Tu grillo parlante

che parli alla gente
ma chi t’ha invitato
ma chi t’ha pregato
sei un profeta di varietà
e la tua predica

non ci servirà”

(Edoardo Bennato -  “Tu grillo parlante”)

 

È sempre un sottile piacere perverso vedere ex forcaioli passare dall’altra parte della barricata, scendere a patti col sistema, ex giustizialisti diventare garantisti, attraverso mutazione genetica post riflusso (quello post barricate e quello ancora più post abbuffate natalizie). Così l’ex comico arrabbiato Beppe Grillo, maitre à penser del “vaffanculo” e dell’ “arrestiamoli tutti”, profeta della web revolution, spara urbi et orbi due cazzate delle sue, ma di quelle belle grosse, che tengono alta l’attenzione degli italiani sul Movimento e danno materia a giornali e tv che altro non aspettano che mettere alla gogna i grillini. Proprio come negli anni d’oro di Berlusconi, infatti, tutti i media gongolano ad ogni nuova uscita del neurolabile Beppe e non perdono occasione per dargli addosso, proprio come il Grillo nazionale ogni giorno riversa su di loro secchiate di merda. Eh sì, è sempre curioso assistere a certe impennate dell’incoerenza, a questi capitomboli in qualsiasi settore avvengano, seguire le inversioni a u dei protagonisti della scena pubblica italiana e internazionale; arreca quasi una gioia commossa sentire un manettaro difendere il principio della presunzione di innocenza costituzionalmente sancito, un po’ come sentire Tony Iommi,  il chitarrista dei Black Sabbath, suonare musica sacra.

Così Grillo propone on line un nuovo codice etico, prontamente votato in massa dagli elettori 5 stelle, in cui si sancisce che chi sia destinatario di un’informazione di garanzia o di un avviso di conclusione delle indagini non debba automaticamente dimettersi.  Alla fine, decide sempre lui, ovviamente, ma appare subito chiaro che questo codice etico altro non sia che un codice  “salva-Raggi”, poiché tutti danno ormai per imminente un avviso di garanzia alla stessa sindaca di Roma. Le opposizioni subito all’attacco: questo nuovo codice etico è uno schiaffo agli elettori 5 stelle i quali hanno sempre creduto nella onestà dei loro eletti e adesso si devono drammaticamente ricredere.  Ma anche alcuni parlamentari grillini si rivoltano, almeno quei pochi che non temono di poter essere indagati, sebbene questi lo facciano più per le beghe interne che per motivi di coerenza. Chiaro che alla Lombardo e alla Taverna, per esempio, non vada affatto giù che si possa cambiare il regolamento a vantaggio della Sindaca di Roma, cioè di quella che loro stesse definiscono “una testa di cazzo”. Chiaro che il Sindaco di Parma Pizzarotti, uno dei primi defenestrati, si rivolti contro questo provvedimento o che si scagli contro anche la Sindaca di Quarto, Capuozzo, espulsa ma nemmeno indagata. Ma tant’è.

L’indignado Grillo ha sempre sparato a zero su tutti, nelle sue invettive mediatiche, ha sempre denigrato la classe politica italiana senza distinzione alcuna, denunciandone corruzione, truffe, approfittamento, malaffare (“Sputtaniamoli!”, grida contro i giornali nazionali); il guru ha sempre invocato rigore, onestà (ricordate i cori dei Cinque Stelle ai funerali di Gian Roberto Casaleggio?), pulizia, mani libere. Poi è successo che i 5 Stelle abbiano preso vagonate di voti alle elezioni e che quindi abbiano loro malgrado assunto compiti di governo in alcune città italiane. E così sono iniziati i dolori. È la realpolitik, bellezza! Alla prova dei fatti, i 5 Stelle si sono dimostrati talmente impreparati, inesperti, litigiosi, che gli elettori delle città amministrate hanno finito per rimpiangere i vecchi mangioni. In effetti, la pessima performance di Virginia Raggi desta molta preoccupazione. Perché se i 5 stelle stanno dimostrando di non sapere governare la Capitale, come faranno a governare il Paese? E non sono soltanto gli organi di stampa, dal Corriere al Foglio, da Repubblica al Messaggero, a lanciare l’allarme, ma questo rischio è sentito da grossa parte dell’opinione pubblica. Ha voglia Marco Travaglio a difendere la Sindaca Raggi dai suoi editoriali su “Il fatto quotidiano”.  La teoria di cazzate sparate nella rete da Grillo raggiunge l’acme con la trovata del tribunale per i media.  T

utto è partito da una infelice uscita del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, il quale in un’intervista al Financial Times aveva auspicato l’introduzione di un organo di controllo sulle false notizie che circolano in rete, i cosiddetti fake. Grillo, in risposta a questa, invero azzardata, proposta, scagliandosi anche contro il Presidente del Consiglio Gentiloni e il Presidente della Repubblica Mattarella, ha invocato un tribunale del popolo che possa stabilire la veridicità delle notizie lanciate da giornali e tv. Una sorta di giuria popolare insomma ( e le ironie si sono scatenate), tipo Sanremo, che abbia potere insindacabile.  Il problema sollevato da Pitruzzella è reale: in rete circolano talmente tante balle, definite curiosamente “post verità”, che viene il disgusto. Ma non c’è rimedio ad esse, a meno di non spazzare via in un solo colpo la rete.  Se c’è internet, cioè una piazza virtuale dove ci si può incontrare e sparlare di chiunque, ci saranno parimenti milioni e milioni di avventori che vi si ritrovano, vi stazionano e ammazzano il tempo spettegolando e ingiuriando tutti, dal vicino di casa al Presidente del Consiglio. D’altro canto, la mistificazione dei fatti non è solo appannaggio della feccia del mondo, i vagotonici e ciarlieri internauti, ma la menzogna è un’arma utilizzata anche dai governanti per coprire magagne o millantare crediti. I primi fabbricatori di fakes sono i media, il mondo dell’informazione è spesso prono al potere e gli anchor men costruiscono falsi scoop perché il sensazionalismo paga in termini di share. Sono d’accordo con quanto scrive Luisella Costamagna, “le bufale non le ha create la rete”, su “Il Fatto quotidiano”, del 3 gennaio 2017. Ma in una babele di notizie false o distorte, di livore e macchine del fango, non è certo un organo governativo, nazionale o internazionale, che può dare lo stop alla “post verità”, perché essa è figlia dell’imbecillità umana, dell’odio e della rivalità politica, del fancazzismo, dell’invidia stratificata a tutti i livelli, della sperequazione sociale, perfino della povertà e dell’indigenza. Ma di qui ad invocare un tribunale del popolo come ha fatto Grillo in preda a furore giacobino, ne passa. Il Grillo sparlante ha davvero esagerato. Chi può stabilire se giornali e tg dicano o meno la verità? E poi, a capo di questa fantomatica giuria popolare chi ci sarebbe? Sempre lui, insieme a Casaleggio junior. Che grande trovata! Oddio, se si pensa che il capo della comunicazione 5 Stelle è Rocco Casalino, uno che viene da Il Grande Fratello, si può anche capire la confusione. Come scrive giustamente Nicola Porro su “Il Giornale” del 5 gennaio 2017, “solo il lettore può controllare l’informazione”. E Domenico Ferrara scrive che “dai vaccini all’Aids è Grillo il re delle balle”, con riferimento a tutte le panzane che nella sua carriera di comico ha rifilato agli spettatori beoti.  Lo stesso “Giornale” riporta tutti i casi in cui l’ex comico forcaiolo doc chiedeva processi, manette, gogna, per gli avversari politici. Facile sparare a zero quando si è fuori dal potere, sfanculare il mondo intero, forti della propria verginità e purezza. Quando però le opposizioni vanno al governo, le cose cambiano, o meglio non cambiano per niente: allorché entrano nelle stanze dei bottoni, si scontrano con quel sistema di cose sul quale hanno sempre sputato, essi, gli indignati, si rendono conto che non è facile passare dalla protesta alla proposta. E si rivelano per quel che sono: incompetenti, inaffidabili, malfidi, rimediando una figura di merda colossale. La tesi si potrebbe estendere anche a Renzi, che da leader rottamatore è finito rottamato, ma almeno il Renzaccio non ha mai millantato un candore che obbiettivamente non possedeva, anzi quello squalo si è subito appalesato in tutta la sua arroganza e brama di potere. Il grillo parlante invece si è presentato come democratico e liberale e ora si rivela PolPot.

Davvero gustoso, l’editoriale di Alessandro Sallusti che su “Il Giornale” del 4 gennaio 2017 attacca: “Grillo vuole che i giornali scrivano la verità?  Lo accontento: Grillo sei un buffone e non mi processerai, né tu né quella accolita di cialtroni miracolati dalla storia che ti circonda.”. Grillo, una risata vi seppellirà.


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