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Il taccuino di Gigi 9. Omissioni ed altro PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 29 Gennaio 2017 08:38

[“Il Galatino” anno L n. 2 del 27 gennaio 2017, p. 4]

 

Chi vive in un determinato tempo è sempre più disposto a notarne gli aspetti negativi che a dare il giusto peso a quelli positivi. Sembra una naturale inclinazione umana percepire con maggiore immediatezza il vuoto più che il pieno, la mancanza più che l’abbondanza. I periodi di crisi (morale, economica) tendono ad accentuare una simile tendenza, rendono più acuta la percezione di “quello che non va”. Ed è nei periodi di crisi che con maggiore petulanza i cosiddetti ‘benintenzionati’, oppure i moralisti di giornata o gli strologatori d’ogni genere ci riversano addosso  - non richiesti -  il frutto delle loro analisi, dei loro pensamenti, delle loro private persuasioni e le ragioni (date sempre per infallibili!) per le quali un periodo poco felice si è determinato. Forse per consolarci ci forniscono le loro ricette di soluzione dei problemi, ostentano un ottimismo in cui neanche loro credono fino in fondo e ci esortano a vedere non lontane (o a intravedere, se lontanissime) le magnifiche sorti e progressive che ci attendono.

Dobbiamo confessare una cosa. Accade spesso che diamo retta a simili predicatori, forse perché avendo costoro qualità di imbonitori (di ‘comunicatori’ si dice oggi) riescono, in tutto o in parte, ad aprire una breccia nel muro della nostra istintiva diffidenza e ad insinuare in noi il sospetto che abbiano ragione. Questo ci accade perché in momenti difficili qualunque barlume, qualunque segnale luminoso ci appare come annuncio di piena luce, di radioso giorno; perché la nostra speranza o le nostre illusioni se ne illuminano per un momento, e noi siamo disposti sempre ad accogliere con favore tutto ciò che ci promette una meno complicata soluzione dei problemi.

Per la crisi economica, economisti e politici elaborano spiegazioni che, naturalmente, non ci bastano se le soluzioni da essi prospettate non divengano operative in modo che possiamo constatarne l’efficienza e la tenuta. Per la crisi morale i suggeritori che scendono in campo sono una folla: psicologi, sociologi, studiosi o dilettanti di ogni disciplina, opinionisti televisivi (ahimé, spesso i più tracotanti nella loro verità da piccolo schermo), dj e quanto di più variegato possano offrire le ribalte reali o virtuali che danno spazio a tutti coloro che riescano ad ammannirci il loro piccolo, ed opinabile, punto di vista.

Come difendersene? perché ben di questo si tratta: della necessità di farsi schermo contro la valanga di idee (!!!), proposte (!!!), iniziative (!!!) offerteci – e sarebbe inutile elencare altre voci e sprecarvi accanto un tesoro di punti esclamativi.

L’educazione ‘tradizionale’ delle famiglie di un tempo istillava giorno per giorno nella mente dei suoi precetti di morale pratica, di scienza del vivere generalmente ispirati ad un fondamentale senso dell’onestà, alla considerazione del valore del lavoro, alla lealtà nei rapporti con gli altri o consimili altri lodevoli orientamenti.

Intendiamoci: non che non ci fossero, anche a quei tempi, le diversioni dalle severe linee indicate come ‘da seguire’ e scelte, al contrario, di quelle scapestrate ‘da evitare’. Tutto, però, era contenuto entro confini di un certo rigore o di un’obbedienza, più o meno accettata, che rispondeva all’assunzione e al rispetto di regole comuni. Oggi ogni regola sembra saltata. La famiglia, è vero ancora in moltissimi casi, istilla regole di vita, ma quando ti trovi di fronte a certi esiti clamorosi che ti fanno intravedere un certo tipo di educazione che può averli provocati, hai l’impressione che il catechismo familiare sia di molto cambiato e lasci il segno in ben altro senso che quello di un tempo. Si pensa che sia un catechismo adeguato alla nostra società e ai nostri stili di vita e consista nel difendere l’indifendibile, nel prendere con la forza ciò che altri non sarebbe disposto a dare nemmeno per favore, a sostituire l’autorevolezza con l’arroganza, a ritenere valido solo il proprio punto di vista senza accettare di discutere quello altrui, ecc. Il risultato di simili insegnamenti non può non produrre quei risultati che turbano, scandalizzano, irritano e fanno invocare pene severe per i trasgressori delle più elementari regole della convivenza. Si è ben lontani dall’immaginare che una simile situazione richieda tutto un esame di coscienza senza indulgenze e senza atteggiamenti autoassolutori. C’è la tendenza, purtroppo, a pensare che il male, i comportamenti incivili, la protervia di certe azioni siano tristi prerogative dello straniero, dell’immigrato, del socialmente disadattato, ecc. Questo sa tanto di giustificazionismo esibito per coprire le proprie inadempienze, quelle omissioni che stanno così severamente collocate in una formula di confessione ma che sono diventate il suono di una parola che non ci dice nulla, il fantasma appena visibile di qualcosa che neppure più c’inquieta o ci disturba.

Un’indagine sulle omissioni quotidiane sarebbe salutare. Ci fosse, forse non avremmo in circolazione tanti facili profeti, tanti devoti di una religione tanto ostentata quanto solo verbalmente vissuta (“Io sono molto cattolico”: mai sentita questa espressione?). Avremmo una discreta dose di consapevolezza che, forse, ci spingerebbe ad un’azione di recupero del meglio della nostra umanità. Se ne avvantaggerebbe il tono generale della società e della vita. Ma dovremmo dar meno retta, o non darne del tutto, agli imbonitori da piccolo schermo o da seggio politico: coloro che, pare, ostentano pubbliche virtù sconosciute ai loro amici. O ai loro clienti. In loro l’abitudine all’omissione è più larga del fiume di parole autogratificanti con le quali erigono a se stessi un monumento.

Bisogna starci attenti. Diffidarne, o non fidarsene ciecamente.

Se la “diffidenza” fosse una virtù?


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