Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
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Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
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Programma Gennaio 2021 Martedì 5 gennaio, ore 18,00 – replica della performance del Laboratorio Teatrale dell’Università Popolare Aspettando Gesù, musica e pièce di Michele Bovino  ... Leggi tutto...
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DANZARE LA GIOIA, DANZARE IL DOLORE PDF Stampa E-mail
Sallentina
Lunedì 25 Aprile 2011 08:57

Sul finire degli anni ’70, quando ancora non si era pensato e tenuto nell'università salentina, il convegno su “Il ragno del dio che danza”, un movimento artistico leccese, facente capo al pittore e critico d’arte Francesco Saverio Dòdaro, il movimento Ghen, partendo da posizione psicoanalitiche lacaniane, ebbe una felice intuizione. Andando alla ricerca dell’origine del suono, questi artisti scoprirono che esso fondamentalmente è coniugato in modo inscindibile al movimento, entrambi poi hanno origine nello stesso momento in cui vengono pensati, quindi creati. Gli artisti in questione, che pubblicarono anche un loro giornale in un numero limitatissimo di copie, scoprirono che nel momento in cui un essere vivente è generato, l’esplosione creatrice provoca istantaneamente un suono vitale ed un movimento cinetico, che, sempre, e sulla base delle leggi universalmente conosciute, si effonde in un senso che assume il carattere naturalmente antiorario, proprio così come fa il pianeta Terra girando su se stessa, e quindi attorno al sole. Gli artisti leccesi fecero l’esempio del concepimento di un essere umano e constatarono che l’impatto di uno spermatozoo con un ovulo in un utero provoca il suono ghen, corrispondente al battito cardiaco, quando contemporaneamente inizia il movimento ghen, corrispondente alle pulsazioni dell’essere ancora allo stato amebico. Gli artisti in questione pensarono che tutto questo fenomeno altro non era che il momento fondante della vita, pensata come il risultato ideale dell’armonia della mente col corpo dovuta alla musica (suono) e alla danza (movimento). In sostanza si tratta dell’affermazione della complementarità degli opposti specularmente contrapposti come, ad esempio, la sizigia (due figure serpentine contrapposte specularmente) che ancora oggi possiamo osservare tra le gambe di una delle sue più antiche raffigurazioni (6.000 anni fa): la divinità danzante di Badisco, altrimenti detta “Lo sciamano”.

Ovviamente l’intuizione degli artisti leccesi non è del tutto originale, perché dello stesso fenomeno della creazione della vita se n’erano accorti i filosofi ionici presocratici sei secoli prima dell’era volgare, e sicuramente, allargando lo sguardo alle altre culture della Terra, se n’erano accorti anche altri pensatori di altre latitudini. Tuttavia un merito gli artisti leccesi del movimento Ghen lo ebbero, cioè quello di aver fatto l’esempio della creazione di un nuovo essere umano (un bambino o una bambina) e di avere coniugato il suono (la musica) al movimento (la danza).In tutte le culture la musica e la danza hanno rappresentato una cosa sola, perché il mondo e la vita sono costituiti secondo principi musicali, che la vita del cosmo, come quella dell’uomo, è dominata dal ritmo che porta all’armonia. Da una parte la musica ha un potere incantatorio sulla parte irrazionale della mente, potere che procura benessere e che nei casi di disperazione, assieme alla danza, può ricostruire l’armonia perduta. Già Platone ed Aristotele avevano trattato nelle loro opere il tema della musica e della danza convinti che entrambe queste arti contribuissero alla ricostruzione dell’io confuso o perduto e dissociato, e grazie ad esse a ricondurlo ad una nuova serenità e ad un nuovo slancio vitale. È questo il tema della catarsi. Platone si era fatta un’idea che lo portava a considerare il mondo vitale come un tutt’uno costituito secondo principi musicali incantatori, che l’intera vita degli umani è dominata dall’armonia e dai ritmi, che per questo è fondamentale inserire sempre all’interno del curriculum studii l’educazione musicale per ottenere una buona formazione del carattere dell’educando. Dal canto suo, invece, Aristotele individuò nella musica il potere liberatorio, alleviante e catartico delle tensioni psichiche. Anche il filosofo sofista Protagora, prima ancora degli stessi Platone e Aristotele, aveva affermato che la musica doveva adattarsi alla personalità dell’individuo e che, in conseguenza di ciò, l’individuo doveva sapersi abituare a musiche diverse da quella a lui congeniale e comunque lontane dalla sua personalità, che la musica modifica lo stato ordinario di coscienza, permettendogli una maggiore accettazione del proprio sé, ed una maggiore capacità di esercizio delle proprie capacità.

 

Infine lo stesso Protagora aveva sentenziato che la musica, e conseguentemente la danza, liberano l’io dalle scorie quotidiane e il corpo dalle sofferenze della vita, facendoli gioire entrambi. È sempre il ritorno alla quiete amniotica, nel grande utero della fecondità della vita che genera serenità, sprofondamento in un abisso di sensazioni imprecisabili. E la musica e la danza hanno il potere di aprire sentieri per viaggi fantastici di questo tipo, che a volte possono avere risvolti di gioia altre volte, invece, di dolore. Nella sua opera Simboli della trasformazione, Jung scrive: - «Non solo i piedi, ma anche la loro attività, il calpestare, sembrano avere significato di fecondità… il passo di danza consiste in un calpestare la terra: e in effetti si tratta di un’aratura della terra eseguita vigorosamente e persistentemente con i calcagni… Ceneo discende negli abissi “fendendo la terra con il piede teso”. Faust giunge alle Madri battendo il suolo con il piede: ”Batti col piede il suolo e ti inabisserai; battendolo tornerai alla superficie”.  Nel mito dell’ingoiamento del sole - è sempre Jung che scrive – gli eroi battono i piedi o si puntellano con essi nelle fauci del mostro. Thor in lotta con il mostro sfonda, battendo i piedi, la sua nave, toccando così il fondo del mare. La regressione della libido ha come conseguenza che l’atto del pestare nel passo di danza sembra essere come una ripetizione dello sgambettìo infantile che, associato con la madre e con sensazioni di piacere, rappresenta contemporaneamente il movimento già praticato nella vita intrauterina. Il piede e il movimento del calpestare hanno significato di fecondazione… oppure quello di ritorno nell’utero materno, vale a dire che il ritmo della danza mette il danzatore in uno stato inconscio (“utero materno”). I Dervisci, gli Sciamani e altri che praticano danze primitive sono una conferma» (Torino 1976, p. 309-310). Ma non c’è bisogno di andare tanto lontano, perché qui è sufficiente fare riferimento ad una delle danze ancestrali di questo territorio, l’antica Messapia, cioè l’attuale Salento, dove da millenni insiste il fenomeno passato sotto il titolo di tarantismo, fenomeno di possessione sorretto da un ritmo e da una danza: la pizzica-pizzica, altrimenti nominata pizzica-tarantata, o pizzica-indiavolata, come usava chiamarla lo pseudosciamano di Nardò, Luigi Stifani. Il neotarantismo di questi ultimi decenni la nominata anche “pizzica de core”, e sarebbe quella danza praticata dalle migliaia di giovani che ossistono alla “Notte della Taranta” di Melpignano.
Di questa danza si è sufficientemente studiato l’aspetto terapeutico (la cui bibliografia è praticamente vastissima), come anche l’aspetto relativo alla sfida (la danza delle spade di Torrepaduli, frazione di Ruffano, anch’essa sufficientemente studiata). Non molto invece si è riflettuto su questa nuova cosiddetta “pizzica di core” o anche “pizzica di corteggiamento”. E qui, su questo terreno che occorrerà scavare ancora. Anche in questo caso la bibliografia sul fenomeno nella sua globalità è vasta, ed in parte e riportata nel libro “La tela infinita”, di Gabriele Mina e Sergio Torsello (Besa 2004). Molti sono i riferimenti alle danze come momenti di sofferenza, di dolore, dal quale l’individuo tenta di fuggire. Nel caso del tarantismo, quando si tratta del fenomeno del morso e del ri-morso, ad esempio, il sofferente danza con l’intento di scacciare da sé l’animale, che in questo caso è il ragno. Ma il discorso vale per qualsiasi altro rito riguardante la possessione. Gabrielle Roth, statunitense, regista teatrale e maestra esploratrice di danza, da quarant’anni impegnata nei teatri, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di crescita spirituale di tutto il mondo, nel suo libro “I ritmi dell’anima / Il movimento come pratica spirituale” (Sperling & Kupfer Editori, 1998), dà voce a una visione dell’esistenza come sintesi di più fonti ispiratrici, tendendo al recupero della spiritualità dell’individuo attraverso il corpo, trasformandolo da ingombrante ostacolo in strumento efficace di riscoperta del proprio sé. Secondo questa autrice, ognuno di noi conserva una scintilla della luce della creazione e con il movimento può realizzare una sorta di intima comunione col proprio autentico essere. Nel cuore di una persona che danza pulsa il battito tribale, quella parte istintiva che la civiltà ha inibito, ma che sa perfettamente come amare, e ci ricorda che non siamo soli, ci incoraggia a essere noi stessi. Abbracciare il ritmo come pratica spirituale è un modo per liberare il corpo, e lasciare che si esprima, per aprire il cuore e chiarire la mente. A proposito delle onde d’influenza, nel libro citato, la Roth riporta alcune testimonianze di suoi intervistati. Eccone qualcuna.

- ”Solcare l’onda” (scrittrice Eliezer Sobel): «Inerpicandomi sulla montagna di Big Sur dopo aver danzato per tutta la settimana i cinque ritmi, li vedo realizzarsi alla perfezione nel movimento delle mie gambe sul terreno. La salita è lenta e costante, forte e fluida, avanzando nell’inerzia con più fiato e sentendo il contatto tra i miei piedi e la terra. Più tardi, quando scendo, la gravità e io siamo sempre più carichi di energia; cammino più in fretta con una sorta di ritmo regolare “sinistra, destra, sinistra, destra”, espirando a ogni passo, muovendomi d'istinto in staccato. E a un tratto diventa buio, e in un certo punto del sentiero mi ritrovo all'improvviso a balzare in avanti in una sorta di slalom, andando a sbattere contro i rami, cadendo sulla schiena e scivolando lungo i rovi coperti di muschio. Sto correndo giù per una montagna nel caos in piena notte, eppure mi sento al sicuro: ho infatti imparato a danzare dentro questo ritmo, e il sentiero che sto percorrendo sembra il mio compagno di danza. A livello del terreno, in basso, sento la gioia leggera e lirica dell'arrivare, dell’avercela fatta. Corro e scivolo verso il fresco torrente del monte di Big Sur, dove mi lascio finalmente cadere nell'immobilità di bere acqua come un cervo nella foresta».

- “Onda del pronto soccorso”  (Dottor Jay Kaplan): «Oggi non è una brutta giornata qui al pronto soccorso. Ci sono molti pazienti, alcuni in pessime condizioni, ma nulla che io non possa affrontare con una certa tranquillità. Muovendomi lungo il corridoio, sorveglio i pazienti e tengo sotto controllo la situazione e mi consulto con le infermiere che si occupano di loro. Katie mi informa in tono brusco: “Jay, dovresti dare un'occhiata al signor Garabino, lamenta dolori al petto”. La sua voce è tesa. Possibile che il flusso e la tranquillità della mia giornata debbano già andare a pezzi? Il cuore inizia a battermi più in fretta, il mio passo si fa più rapido e mi dirigo al capezzale del signor Garabino: sta sudando in abbondanza, e mi dice che in una scala da 1 a 10, il suo dolore arriva a 10. La sua carnagione ha assunto una tonalità grigia, e l'istinto mi dice che siamo nei guai. Le infermiere ci sono, già pronte... Bene, cominciamo somministrando l'ossigeno, un'aspirina da venticinque milligrammi per via orale e un composto in vena per alleviare la sofferenza. “Dov'è l'elettrocardiogramma?” ringhio. Qualcuno me lo sbatte davanti alla faccia. Vedo che si tratta di un massiccio attacco cardiaco. Qual è la pressione arteriosa? “Sessanta e novanta”, mi grida qualcuno. I nostri gesti sono perfettamente sincronizzati: tutti noi sappiamo come occuparci di quest'uomo. All'improvviso rovescia gli occhi all'indietro ed è preso dalle convulsioni. Sbircio il monitor cardiaco: fibrillazione ventricolare. Il battito ritmico è scomparso, e il suo cuore si muove come un sacchetto pieno di vermi. Da adesso in poi il nostro modo metodico e ordinato di agire viene accelerato, e noi dobbiamo operare all'unisono, in una maniera che all'esterno può apparire caotica, mentre in realtà è molto organizzata. Con la mano gli premo sul petto, il defibrillatore è carico, qualcuno gli applica sul torace il gel e gli elettrodi. “Toglietevi di mezzo, sto per sottoporlo allo choc!” Sbam! Il suo corpo sobbalza con violenza, ma il cuore continua ad agìtarsi caotico. “Somministrategli un centinaio di milligrammi di lidocaina. Via tutti!”. Sbam! Il paziente sobbalza ancora, ma questa volta il cuore reagisce e pulsa in maniera ritmica; ogni tanto torna a essere irregolare, perdendo ancora i colpi, ma gli restituisce comunque la vita. “Altri cinquanta milligrammi di lidocaina, e poi una flebo, due milligrammi al minuto ... “. Sorrido all'infermiera che ha appena ricevuto il mio ordine, e lei mi sorride in risposta. Il cuore del signor Garabino batte ora ritmicamente, e lui ha ripreso a respirare da solo. “Pressione?”. “Ottanta e centoventi”. A tutti noi sfugge un sospiro di sollievo, e la pesante tensione di poco fa svanisce. “Adesso possiamo dargli l'antitrombotico e l'eparina”. Le palpebre del paziente pulsano, lui apre gli occhi e si guarda intorno con aria interrogativa. “II suo cuore ha perso per un attimo il ritmo, ma con un po' d'aiuto è tornato in sincronia. Lei starà benissimo”, lo rassicuro in tono gentile e sereno. Ha lo sguardo luminoso, il colorito roseo, la pelle calda e asciutta. “Lei possiede un'incredibile voglia di vivere. Non è ancora arrivato il momento di andarsene ...”, gli dico con un sorriso, tenendogli la mano. Il malato sa di essere scivolato nella tomba e di esserne subito saltato fuori, si rende conto di aver danzato con la morte e di aver poi deciso che la sua compagna di danza deve essere ancora la vita. Gli occhi gli si riempiono di lacrime mentre ci fissa, uno dopo l'altro, comunicandoci il suo ringraziamento. Ci immergiamo in questo momento di tranquilla immobilità, al termine di una crisi e prima di quella successiva, rendendoci conto che è accaduto qualcosa di straordinario, e che noi abbiamo il privilegio di aiutare le persone a continuare a vivere».

- “Ancora onde” (Gabrielle Roth): «Possiamo trovarci in metropolitana, su una pista da sci, al pronto soccorso o nella sala riunioni di una grande azienda: eseguire i cinque ritmi ci aiuta sempre e comunque a entrare in sintonia con i modelli alla base della nostra esistenza quotidiana. Essi ci insegnano infatti che la vita è energia in movimento, liberandoci da qualunque rigido concetto a proposito delle persone, dei luoghi, degli oggetti o delle idee. Poiché non c'è nulla da trattenere, non c'è niente da lasciar andare. Quando non ce la fate più, il mio consiglio è: restate a galla. Non identificatevi con la componente del vostro essere o con la situazione dominate dall'inerzia, ma scegliete sempre di immedesimarvi con la parte in movimento. Tenete la testa fuori dell'acqua e agitate i piedi, in modo che all'arrivo dell'onda successiva siate pronti a cavalcarla. Le onde sono la pratica dell'acqua, così come i ritmi lo sono del corpo. Dopo tutto, l'organismo è composto quasi completamente d'acqua, e la fluidità è innata in noi. I ritmi mi tengono in contatto con questa fluidità e con la natura mutevole di ogni cosa, tranne che del cambiamento stesso. Solo quando ho riconosciuto la precarietà del mio stato, ho percepito qualcosa di veramente eterno, ed è stato lo stesso messaggio che la mia governante aveva offerto molti anni prima in un momento di grande sofferenza: anche questo passerà. Vi offro questo mantra a cui potete ricorrere ogni volta che ritenete di essere bloccati, di trovarvi davanti un problema insolubile o un dolore insopportabile. Abbiate fede nell'intero processo e nel fatto che i vostri ritmi interiori vi sosterranno, aiutandovi a qualunque cosa. Non dovete fare altro che lasciarvi andare e cavalcare l'onda. Se questo è l'ultimo ballo, danzatelo all'indietro».

-  Ancora Gabrielle: «… Il chiarore della luna piena fa brillare la decorazione d'argento stile “art déco” del grattacielo della Chrysler. Ho bisogno di ballare. Vado in soggiorno, affondo nei miei piedi e mi lascio andare alla canzone “Fun does not exist”, di Natasha Atlas. Gary spegne la sigaretta e si unisce a me nel ritmo. Il suo corpo ondeggia al suono dì quella voce morbida, e io penso al modo incredibile in cui lui si è trasformato. La prima volta che l'ho notato durante uno dei miei seminari era un fascio tremante di nervi, e sembrava afflitto da una tripla dose di timidezza: adesso invece balla come un matto. Gary sintetizza lo spirito del mio lavoro: negli ultimi sette anni ha studiato con tutti i maestri che io stessa ho preparato, da San Francisco a Londra, provandoli così come un intenditore assaggia i vini più rari. Ha capito che il vero maestro è il processo stesso dell'insegnamento. Vent'anni fa, mentre danzavo nel soggiorno della mia casa di San Rafael, con una splendida vista della città oltre la baia, ebbi una visione: quasi fossi stata colpita da un fulmine, mi ritrovai incollata al pavimento mentre una serie di immagini mi attraversava la mente. Vidi ospedali, scuole, chiese, teatri e i ritmi che si muovevano in essi, simili a un serpente. Quando emersi dalla transe, ebbi la certezza che il mio lavoro non sarebbe mai stato rigido ma fluido; un organismo, e non un'organizzazione; una fonte di ispirazione, e non un'istituzione. Sarebbe stato un matrimonio tra arte e guarigione, e avrebbe ridato vita alle strutture già esistenti invece dì crearne di nuove. Sopraffatta, mi affrettai a chiamare una sensitiva straordinaria che avevo conosciuto nel deserto dell'Oklahoma, e lei mi tranquillizzò: “Hai appena avuto una visione, vero? Non preoccuparti, non dovrai fare tutto da sola”. Aveva ragione. Da quel giorno, mi sono trasformata da lupo solitario che danzava in perfetta solitudine a membro di una tribù di pazzi ballerini. Ho cavalcato l'onda dei cinque ritmi attraverso il flusso, quando ho creato questo lavoro, … grazie al quale gli ho fornito una struttura adeguata. Mentre il lavoro stesso si evolveva nella sua fase caotica, mi sono seduta su divani sparsi in ogni angolo del mondo ... Ma naturalmente non si può spiegare o inquadrare ogni cosa: si tratta semplicemente di un corpo in movimento, con il suo cuore, la mente, l'anima e lo spirito. Ogni volta che danzo abbandono l'involucro del distacco e percepisco la vibrazione della tribù. Solo adesso mi rendo conto che la tribù è il serpente della mia visione, che ha cambiato forma in una rete internazionale di persone impazzite per i ritmi. Guardo fuori dalla finestra il World Trade Center. La terra non conosce i suoi confini, e non distingue il Perú dalla California: per noi è comodo considerarla tutta suddivisa, in questo modo il lavoro dei giornalisti della Cnn risulta più facile, ma in realtà il pianeta è qualcosa di unico. Anche noi presentiamo vari aspetti del nostro essere a diverse persone, pur essendo un'entità unica, un tutt'uno con gli altri esseri umani la terra e l'intero universo. Se noi sfioriamo una parte dell'intero e un'altra parte sente il nostro tocco, questo significa che c'è una sorta di risonanza, la consapevolezza dell'appartenenza a un quadro più ampio. La festa è ormai in pieno svolgimento. Mentre ballo sollevo lo sguardo e vedo Krishna, circondato da fanciulle danzanti, che mi fissa da un vecchio manifesto appeso alla parete. Nel dolce abbraccio dei cinque ritmi, io ho stretto un legame con quasi tutti i presenti, che sono specchi in grado di riflettere tutti i mondi contenuti nella danza. A volte sono miei studenti, in altre occasioni invece sono miei maestri, ma sono sempre e comunque miei amici. E al di fuori dì questa stanza l'onda continua a diffondersi e a contenerci».

Ma anche nel Salento ci sono stati momenti importanti della storia delle genti che fanno riflettere sull’influenza dei ritmi sullo stato ordinario delle genti che qui vivono o son vissute.  Qualcosa del genere, ad esempio, la possiamo trarre da un filmato prodotto qualche anno fa dalla casa editrice Kurumuny (“Stendalì”, Calimera 2005). Si tratta di un film-documento cinematografico tra il reale e la finzione, di Cecilia Mangini, con un testo poetico di Pier Paolo Pasolini, documentario-film ripreso e girato nel 1960 a Martano. In esso c’è musica e danza. In paese qualcuno è morto e suonano le campane, la città è deserta perché le donne sono andate a consolare i congiunti. Fuori campo una voce incita a piangere tutte le madri che hanno figli perché la morte le ha colpite. Le prefiche cantano vicino alla bara con un fazzoletto bianco in mano mentre i giovani e i vecchi riflettono turbati sulla morte. La voce fuori campo incita a piangere attraverso una nenia lamentosa, composta sempre dalle stesse parole, sempre iterate. Il canto aumenta tanto da diventare ossessionante e spinge le prefiche a muoversi sempre più velocemente vicino alla bara. Cominciano tutte a fare dei saltelli sollecitate dal ritmo del loro stesso canto. Una prefica si tira i capelli in modo cadenzato, un’altra mette fuori dei tic facciali che le fanno assumere un’espressione di sofferenza, un’altra ancora allarga e stringe le braccia, altre ancora fanno altri gesti. Tutte insomma ballano una danza particolare del tipo parossistico. È la transe di tipo collettivo, il passaggio da una realtà ad una condizione irreale. Solo così facendo queste prefiche, di cui la maggioranza è molto anziana (ottantenni), riescono a raggiungere uno stato modificato di coscienza che le porta a saltare e a sollevarsi dal pavimento più del normale. La loro danza ha un obiettivo preciso: diffondere il dolore ai presenti coinvolgendoli nella pietà. Arriva il sacerdote per portare via il feretro, ed una prefica (potrebbe essere la madre), saltellando, poggia il suo viso sul corpo del defunto per sentirsi a lui più vicina. La voce fuori campo incita a piangere di più perché il cuore è arso. Un uomo anziano (potrebbe essere il padre) urla e si sente male. La bara viene portata via a spalla e le prefiche disperate si mettono in cerchio: saltellano, si battono il petto e cantano ancora. Infine si siedono in semicerchio, facendo una corona di mani. È questa danza di sofferenza, danza di dolore.
Comunque tutte le danze si coniugano con l’immaginazione, col grande viaggio, con lo spaesamento dell’Io. Ecco perché la danza è quasi sempre visione cerimoniale e catartica, sia che si tratti di un tango sia che si tratti di una pizzica-pizzica. Si tratta di un movimento che passa dai visceri ai luoghi periferici del corpo, di movenze sinuose e spesso sensuali scaturenti dalla rotazione del bacino, dal movimento dei piedi e delle mani, quasi sempre associato ad una caratteristica mimica facciale, che sottolinea l’attività seduttiva dell’uomo o della donna. Il tutto all’interno di un universo di ritmi.


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