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Nel giardino dell'Eden 9 PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 01 Maggio 2011 07:12

Sant’Oronzo, il patrono dei dentisti?

 

Mostrare, a chi non lo ha mai visto, il posto dove vivo è per me fonte continua di conferme e sorprese. Lecce è una città bellissima, e ancora oggi, dopo 23 anni, continuo a trovare angoli, palazzi, cancelli e finestre che mi fanno fermare, e mi fanno dire: “che bello, non me n’ero mai accorto!”. Quando accompagno qualcuno, e spiego la città, ne rivedo le bellezze con gli occhi di chi la vede per la prima volta, e provo la stessa gioia, lo stesso stupore. Sotto sotto, voglio che pensino: come sei fortunato a vivere qui. Un pochino il mondo l’ho girato e, vi assicuro, posti come l’Italia non ce ne sono molti, e Lecce è una delle città più belle d’Italia. Molti di quelli a cui mostro la città non parlano italiano, e con loro di solito parlo inglese. Ora, poi, abbiamo inaugurato un corso di laurea magistrale completamente in inglese e si spera che studenti stranieri si trasferiscano da noi per imparare l’ecologia e la biologia marina e costiera.

Saranno i benvenuti, e avranno la percezione che la città aiuti gli stranieri, li aiuti a capire le bellezze che stanno guardando. Ci sono cartelli davanti ai principali monumenti, dove si spiegano le caratteristiche delle meraviglie che si hanno di fronte. Sono in italiano e in inglese.  Semplicemente leggendoli ho imparato tante cose, e spesso li ho letti in inglese, declamandoli ai miei visitatori, infarcendoli di ulteriori conoscenze acquisite praticando i miei colleghi umanisti, leggendo i loro libri, sentendo le storie che mi raccontano i miei amici leccesi.

La colonna di Sant’Oronzo è ovviamente una tappa essenziale, assieme alla spiegazione amorevolmente spiritosa del significato delle tre dita della sua mano destra, innalzate a mostrare che tre sono i....

Ma perché Sant’Oronzo è il patrono della città? In quella scheda alla base della colonna c’è scritto. Ha salvato la città dalla peste che stava flagellando la popolazione.

Quando si legge uno scritto conosciuto non si leggono davvero le parole, lo sguardo scorre e le parole vengon fuori perché si sanno già, i segni sulla carta sono solo un suggerimento. Un mio ascoltatore inglese, però, si è messo a leggere mentre io declamavo e mi ha chiesto lumi.

Nella versione inglese di quel cartello la parola corrispondente al flagello da cui Lecce è stata liberata da Sant’Oronzo è plaque. E’ quasi uguale alla parola inglese che corrisponde a peste: plague. C’è solo una q al posto della g. L’effetto, però, è esilarante. Plaque, infatti, è la placca dentaria. E quindi l’ignaro turista anglofono che legge perché abbiamo Sant’Oronzo come patrono capisce che qualche secolo fa la placca dentaria ci stava decimando e solo per miracolo... ci sono rimasti i denti in bocca.

E quindi ora, per qualche minuto, mi diverto a raccontare che il nostro S. Oronzo è il patrono dei dentisti e che, dal suo intervento, la salute dentale dei Leccesi è la migliore d’Italia, perché i Leccesi, devotissimi, vanno dal dentista due volte l’anno, come un pellegrinaggio da festa comandata. E in ogni studio dentistico c’è una replica della statua del santo. Le tre dita significano: incisivi, canini, molari! Devo dire che molti ci credono, solo che non sono molto bravo a raccontare le bugie e scoppio a ridere. No, non era la placca dentaria, era la peste.... La prima reazione è di comprensione di una situazione che appariva strana: ahhhhh! E poi c’è la percezione del lato comico di questo equivoco: Ha, Ha, Ha!

Non so se sia opportuno rimuovere quell’errore. Preferirei di no, perché mi offre occasione di qualche battuta. Come me la offrivano i profili di Mussolini sulla balaustra di pietra leccese di fronte al Bar Alvino. Mi mancano molto. Ci sono rimasto male quando, dai cartelli dei parcheggi delle bici di scambio, il nome di Via San Trinchese è stato corretto in Via S. Trinchese. Salvatore Trinchese non era un santo, era uno zoologo, e mi piaceva spiegare ai miei visitatori che la città lo aveva santificato perché, seguendo il desiderio divino, aveva passato la sua vita a “dare il nome agli animali” (l’unico incarico che il creatore ha assegnato all’uomo). Se andate a guardare quei cartelli, vedrete che c’è una toppa sulla scritta relativa a Via S. Trinchese.  Probabilmente è stata messa in risposta a un articoletto che ho scritto su questo fatterello. E quindi la battuta non la posso fare più. E’ con grande riluttanza, quindi, che ho scritto questo articolo, e spero che l’Amministrazione Comunale non trasformi la placca in peste, dopotutto sarebbe un miracolo al contrario!

 

 

Come da copione

 

Come da copione: cade la piaggia e succedono i disastri. E tutti siamo sorpresi che la Natura, cattiva, ci voglia così male. Natura matrigna, diceva il poeta, e quindi la colpa è sua. Noi, poverini, siamo le vittime. Le vittime, ovviamente, ci sono e su questo non si scherza, ma che sia la Natura ad essere responsabile... beh, permettetemi di esprimere qualche dubbio.

Siamo il paese dell’abusivismo,  e siamo il paese dei condoni. Condonare una costruzione abusiva significa metterla a posto con le leggi degli uomini, ma alla Natura, come ha detto Bertolaso in televisione, non gliene importa nulla delle nostre leggi. Ha le sue, e valgono più delle nostre. Se costruisci su un terreno che si muove, nell’alveo di un fiume (che magari è in secca da tanto tempo), su una duna di sabbia a cinquanta metri dal mare, in un avallamento del terreno, prima o poi ti devi attendere qualcosa di spiacevole. Noi facciamo persino le leggi per impedire che queste costruzioni si facciano, però non siamo un Paese che rispetta le leggi. Uno dei nostri proverbi più in voga è: fatta la legge... trovato l’inganno! Un bel condono e tutto diventa regolare. Tutt’al più si butta giù un edificio perché è brutto e non ha le carte in regola (come è avvenuto sul lungomare di Bari), ma quante centinaia di migliaia di costruzioni meno evidenti hanno devastato la bellezza del nostro territorio nazionale? Tutto condonato. Poi, quando arriva la catastrofe, chi ha creato queste situazioni di pericolo (costruendo in modo folle) chiede che lo Stato ci pensi, che si faccia carico di rimediare. Il “pubblico” deve rimediare alle follie del “privato”. Dove è lo Stato? Chiedono i cittadini imbestialiti, nel mezzo del disagio. Ma lo Stato non era il male assoluto? Quello che ti mette le mani in tasca, che limita la tua libertà, che interferisce nei tuoi affari privati? Lo Stato porta tutto alla rovina, meglio privatizzare! Non abbiamo sentito questa cantilena un milione di volte? Poi, quando siamo nei guai, allora esigiamo che lo Stato si faccia carico dei nostri problemi. E ci pare cosa inaudita che non sia subito lì, pronto a risolvere situazioni critiche. Ma con quali risorse, visto che gli unici fessi che pagano le tasse sono i lavoratori a stipendio fisso?

Certo, c’è il cambiamento climatico e ci stiamo tropicalizzando. Chi non è mai stato ai tropici, pensa che questo significhi che dovrebbe esserci sempre il sole, e un bel calduccio. Non è così. In molti paesi tropicali ci sono i monsoni, e le piogge provocano spesso allagamenti e frane. Lo vediamo anche in televisione, ma non ci facciamo molto caso.

Ci dobbiamo adattare a questo, dobbiamo costruire pensando anche a queste eventualità, rispettando le peculiarità della natura, cercando di prevedere le situazioni critiche, anche quelle che si verificano ogni venti, trenta, magari cento anni. Se ci sono problemi con un fiume, la soluzione non è di cementificare l’alveo. Non si risolve sempre tutto con il cemento.

Come non si risolve il problema dei rifiuti con la tecnologia a valle della produzione di rifiuti (con i termovalorizzatori o le discariche). Lo si risolve a monte. E non sto parlando di raccolta differenziata. Mi spiego: molto, moltissimo di quel che buttiamo è costituito da involucri, da confezioni. Servono solo ad attirare il cliente che si aggira per i banchi del supermercato. Possiamo farne a meno. In ogni casa americana, nel lavandino della cucina, c’è il tritarifiuti. La spesa si deve fare con la rete o con la borsa, basta buste di plastica. Magari partendo da casa con le barattoli e bottiglie vuoti, e riportandoli a casa pieni.  La gran parte dei rifiuti che produciamo ha avuto pochissima utilità e avremmo potuto tranquillamente non produrla.

Si parla di rilanciare l’economia con grandi opere. Mettiamo a posto il nostro territorio, casa per casa, strada per strada, tratto ferroviario per tratto ferroviario. E’ una grandissima opera. Cambiamo il nostro modo di produrre, in modo da non lasciarci dietro montagne di spazzatura che, prima o poi, ci sommergeranno. E’ un’impresa ciclopica. Produciamo automobili che non inquinano. Costruiamo le case in modo che non abbiano bisogno di troppo riscaldamento e di troppa aria condizionata. Non c’è niente di più grande da intraprendere. E per farlo ci vuole innovazione, coraggio, intelligenza. E bisogna guardare lontano. Torno alla mia ossessione: la cultura. Ci siamo abituati male e stiamo pagando un conto molto salato per le nostre cattive abitudini. La cultura del rispetto della natura deve tornare a far parte del quotidiano. Deve essere insegnata a scuola. Come anche la cultura del rispetto della cosa pubblica, dello Stato.

 

 

Informazione, conoscenza, saggezza

Qualche giorno fa, al Museo di Maglie, ho fatto una lezione nell’ambito della Settimana della Cultura scientifica. In aula c’erano più di cento studenti delle medie superiori salentine. Ho manifestato subito la mia contrarietà alla Settimana della Cultura Scientifica perché, come per il giorno della donna, dedicare una settimana (o un giorno) a “qualcosa” fornisce l’alibi per dimenticarsene per il resto dell’anno. La Cultura è Cultura e, dato che non c’è la Settimana della Cultura Umanistica, come non c’è il giorno dell’uomo, queste celebrazioni automaticamente designano, per tutto il resto dell’anno, la supremazia di chi non viene celebrato.

Per caso, durante la mia chiacchierata con gli studenti, ho avuto ulteriore modo di esprimere la mia critica al sistema educativo italiano (che considera la Cultura Scientifica come cultura di serie B: è per questo che si è pensato di celebrarla almeno una settimana all’anno) quando ho nominato il PIL. Ho chiesto agli studenti: ma voi sapete cos’è il PIL? e tutti, in coro, hanno risposto: il Prodotto Interno Lordo. Soddisfatti di essere in grado di dare una risposta. Poi ho chiesto: ma chi sa fornire una definizione tecnica di queste parole? Chi mi sa spiegare cosa vogliono dire? Si sono alzate due mani. Due! Sapere che il PIL è il Prodotto Interno Lordo è una Informazione. E gli studenti erano informati. Sapere cosa significa è, invece, Conoscenza. Evidentemente, dietro quell’informazione non c’è conoscenza. Ho spiegato poi che misurare la bontà di un sistema economico con il PIL, e pretendere che le cose vadano bene solo se cresce, è poco saggio. Perché molto spesso, se cresce il PIL, decrescono altre cose, per esempio la qualità dell’ambiente, o la dignità umana. Queste misure non vengono considerate. La crescita infinita del PIL è impossibile in un sistema finito, quale è il nostro pianeta. Pretendere che il PIL cresca sempre è poco saggio. Ha senso un’economia “sana”, in termini di PIL, se si è distrutto l’ambiente? E qui entra in gioco la terza fase dell’essere istruiti: la Saggezza. Informazione, Conoscenza, Saggezza. Apparentemente siamo infarciti di informazioni non supportate da conoscenza, e questo non permette un modo saggio di pianificare la nostra esistenza. Esempio: prendiamo il Salento. Su cosa basare il suo futuro? Io penso a tre cose: agricoltura che produca ad altissimo livello qualitativo; beni culturali di ogni tipo; ambiente rurale e marino di alto livello. Penso quindi ad un patrimonio culturale e ambientale di qualità.  Ci sono cose che mi sono dimenticato? Cose che non si possono delocalizzare altrove (la nostra forza è l’unicità!)? Abbiamo questa informazione. Abbiamo anche la conoscenza per valorizzare questo patrimonio in modo da far progredire il nostro territorio? Abbiamo la saggezza di perseguire politiche tese a questi scopi? La scuola deve dare una visione del mondo, e deve dare un protocollo di azione. Informazione, conoscenza, saggezza. Chi viene formato in questo modo agirà secondo logiche sane, qualunque sia la strada intrapresa. Un’altra parola importante è: valutazione. Investiamo in certe direzioni, poi dobbiamo valutare se gli investimenti hanno avuto un ritorno. Ogni città e ogni paese del Salento ha qualcosa di bello da offrire. Abbiamo speso montagne di danaro per restaurare e recuperare beni culturali e ambientali. Spesso, poi, non sappiamo cosa fare in questi bellissimi oggetti rimessi a nuovo. Spesi i soldi per il restauro, poi non restano soldi per la gestione. C’è una tensione verso il contingente, ma poi non si ha la visione d’insieme per gestire il nostro patrimonio. Ogni azione rimane fine a se stessa e non si vede una strategia. Questa è una carenza legata al fatto che i politici hanno sempre obiettivi a breve termine, scanditi dalle tornate elettorali. E non hanno prospettive di lungo respiro. Manca una cultura che guardi oltre il contingente.

Ma di che sto parlando? Cultura? Oramai la cultura è un lusso, non si mangia. Però pensate, pensate al nostro Paese senza la Cultura. Pensate al nostro Paese senza un buon sistema pubblico di formazione. Manderemo i figli a studiare all’estero? Stiamo delocalizzando anche la nostra cultura, oltre alle fabbriche. Chiudiamo qui e, chi può, vada a farsi una cultura all’estero. Ma siamo sicuri che è quello che vogliamo? Non ci sono soldi, ci dicono. Ma intanto abbiamo speso 29 miliardi di euro per navi, cacciabombardieri ed elicotteri. Per le macchine da guerra i soldi li troviamo, per la cultura no. La causa di tutto questo è chiara: la mancanza di cultura genera ulteriore carenza culturale. E solo la cultura ci può salvare. Ma come si fa ad avere cultura se la si è persa? Un circolo vizioso che ci sta distruggendo. Intanto i vari partiti sprecano parole magiche: libertà, sinistra, destra, centro, democrazia, cristianesimo, repubblica, ecologia, progresso, popolo, lega, movimento, circolo, fabbrica. Non uno ha scelto cultura. La cultura non si mangia. Ma questo ragionamento ci relega al mero ruolo di animali. E’ la cultura che ci distingue dalle altre specie! Eccolo, ho trovato il termine giusto per definire il partito trasversale: il partito degli animali. Anzi, meglio: il partito delle bestie. Dopotutto sono uno zoologo, di queste cose dovrei intendermene.

 

 

Delocalizzare

 

L’altro giorno, tornando da Palermo, ho fatto la Salerno Reggio-Calabria e poi ho cercato di immettermi nella Ionica. Ma mi hanno fatto tornare indietro, perché c’era una manifestazione di agricoltori che aveva bloccato la strada. Il 16 ottobre c’è stata la manifestazione dei metalmeccanici a Roma. Gli agricoltori producono beni primari (quel che mangiamo) e i metalmeccanici anche (la materia da cui derivano i manufatti, e i manufatti stessi). La manodopera di entrambe le categorie si trova sull’orlo del baratro della disoccupazione. Il motivo è semplice: ci sono paesi dove la manodopera costa pochissimo e quindi conviene spostare le produzioni in quei paesi.

I primi che lo hanno fatto (la FIAT in Polonia e in Brasile, per esempio) ne hanno tratto grandi vantaggi, ma ora lo stanno facendo tutti. Il capitalismo si basa su un principio molto semplice. I lavoratori producono beni che devono essere venduti in grandi quantità e i principali acquirenti sono proprio loro, i lavoratori. Per comprare quel che producono si indebitano (comprano a rate) e lavorano per pagare i debiti che hanno fatto per comprare quel che hanno prodotto. Con le sue spese, quindi, ogni lavoratore garantisce il lavoro ad altri lavoratori e a se stesso/a, ovviamente garantendo un profitto al proprietario dell’azienda che, non dimentichiamolo, ci ha messo il capitale. A un certo punto, però, questi lavoratori si trovano senza lavoro, e le loro aziende se ne vanno in Cina, o in Serbia, o in Polonia, o in Albania. Il processo è iniziato trenta o quarant’anni fa, e ora è diventato la regola. I lavoratori di quei paesi guadagnano così poco da non potersi permettere di comprare quel che producono, e i lavoratori “nostri” per un po’ continuano a comprare, facendo debiti, ma poi non ce la fanno più a pagare. E crollano le banche, travolte dalla bolla creditizia. E’ quel che è successo. E siamo in crisi per questo.

Il nostro olio, spesso, viene prodotto in Italia, ma con olive coltivate in Tunisia, in Marocco, in Turchia. Stiamo delocalizzando anche l’agricoltura. Ed ecco quindi sia operai sia contadini a manifestare per difendere il loro posto di lavoro. In effetti stanno difendendo la “vecchia” economia capitalistica. Spesso vengono descritti come dei dinosauri, però dobbiamo ammettere che la “nuova” visione dell’economia è un disastro. Un disastro sociale e un disastro ambientale, come minimo (ma è anche un disastro economico). Eh, sì, perché in quei paesi così accoglienti per le industrie dei paesi del primo mondo non c’è molta volontà di far rispettare le leggi che proteggono l’ambiente (e la salute umana). Si può inquinare senza alcun pericolo di sanzione. L’ILVA di Taranto viene messa in mora e le si chiede di pagare i polmoni dei tarantini che hanno respirato i suoi fumi? Le si chiede di far funzionare bene i filtri alle sue ciminiere? Ma allora non conviene più! Conviene fare l’acciaio in Cina, dove si può inquinare senza problemi, dove gli operai costano 60 dollari al mese, e dove gli scioperi non ci sono, e neppure quei rompiscatole di sindacati.

Questa politica economica porta benefici a breve termine, ma a lungo termine porta il disastro sociale, economico, e ambientale. Non è una previsione fosca per il futuro, è una descrizione del presente. In tutta Europa i giovani cominciano ad arrabbiarsi moltissimo, perché non vedono un futuro. Sul muro della villa comunale di Lecce ho visto una scritta che mi ha fatto molto riflettere: Non c’è più il futuro di una volta. La mia generazione (sono nato nel 1951) aveva davanti un futuro di riscatto sociale, di opportunità. Le ultime due generazioni hanno davanti un futuro di precariato, sanno che non avranno pensioni dignitose, e dipendono dai genitori in tutto e per tutto. I più bravi se ne devono andare.

L’uomo è fatto così. I pescatori sanno che non si devono prendere i pesci quando sono piccoli, perché poi non ci saranno più quelli grandi, quelli che si riproducono e fanno altri pesci. Ma i pescatori pensano: se non li prendo io, li prendono gli altri, e allora tanto vale che sia io a prenderli. Ecco perché ci vuole lo stato, a regolare le cose. E invece abbiamo deciso che lo stato sia male, e che il privato sia bene. Paradossalmente, le privatizzazioni sono state fatte da un governo di centro-sinistra, capitanato da un ex-comunista, mentre Tremonti parla come un marxista, a volte. Le idee sono molto confuse. Le ferrovie sono state privatizzate. Il servizio costa di più ed è più scadente. Coi telefoni come va? e con l’energia? E la scuola? Stiamo delocalizzando anche quella. Chi vorrà una buona istruzione per i suoi figli li dovrà mandare all’estero. Tutto all’estero, la produzione, la manifattura, l’istruzione. Anche le cure sanitarie si fanno all’estero. Si può pensare a un paese di consumatori che non produce più nulla? L’ecologia dice che non è possibile, per l’economia pare che sia possibile. Ma i risultati di queste pratiche economiche dicono che ha ragione l’ecologia!

Cosa deve accadere ancora per far capire che è una strada sbagliata? Non chiedetemi quale sia quella giusta (anche se qualche idea ce l’ho), per il momento abbiamo bisogno di capire che così non va e dobbiamo cercare di inventare un’altra strada.

 

 

Nobel e etica


Il Nobel a Edwards, il “padre” di milioni di bambini nati con la fecondazione assistita, ha scatenato polemiche tra Chiesa e Scienza. Il problema non è che nascano bambini (cosa che la Chiesa auspica ogni volta che può), ma che, per farli nascere, si producano molti embrioni che poi non continuano lo sviluppo e che, quindi, vanno incontro ad aborto. L’aborto, infatti, è l’interruzione dello sviluppo di un embrione. Con la fecondazione assistita si producono diversi embrioni e poi se ne “sceglie” uno e gli altri sono scartati. In Italia questi embrioni non si possono eliminare e quindi vengono conservati, anche se non si sa bene che farne. L’etica è una materia difficilissima e pone dilemmi difficilmente risolvibili. Ci sono persone, per esempio, che sono contrarie alla sperimentazione sugli animali. In assoluto. E dicono che bastano esperimenti sulle cellule oppure simulazioni al computer. Pensare che una cellula isolata possa essere paragonabile a un organismo multicellulare come il nostro è molto ottimistico. Che poi un computer riesca a simulare il funzionamento del nostro corpo rasenta la follia. Gli effetti collaterali (tipo le malformazioni dei feti causate dal talidomide) possono presentarsi in alcune specie e in altre no. E‘ per questo che, prima di dare una medicina a un bambino è meglio provarla su una scimmia. Magari al topo non fa nulla, ma a animali più vicini a noi potrebbe causare problemi. Non sperimentarla su una scimmia significa iniziare a sperimentarla direttamente sui bambini. Magari africani! Come credete che si sia sviluppata la tecnica dei trapianti di organo?   Prima hanno provato su animali semplici, come le idre d’acqua dolce, e poi via via su topi, cani, scimmie e poi sull’uomo. Oggi donare gli organi è considerata un’azione nobile, ma la strada per arrivare a questa pratica è costellata di esperimenti che hanno previsto la vivisezione. Negare la vivisezione significa negare il progresso della medicina. Il che non significa che ogni esperimento di vivisezione sia giustificato. Ci sono sempre prezzi da pagare, e per avere un grande bene futuro è spesso necessario causare un male nel presente. Io sono contrario alla guerra (e chi non lo è?), ma sono contento che qualcuno abbia fatto guerra a nazismo e fascismo. Se gli USA non fossero entrati in guerra contro la Germania, l’Italia, e il Giappone, oggi il mondo sarebbe radicalmente differente. Sono grato che lo abbiano fatto. Un giorno, parlando a un circolo dell’Azione Cattolica, ho detto che privare un popolo della sua religione è un genocidio culturale. E chi mi ascoltava era completamente d’accordo. Ho vissuto quasi un anno in Papua Nuova Guinea, e la mia affermazione si basava sul fatto che avevo visto i missionari che cercavano di convincere gli indigeni che le loro divinità sono false, e che la nostra religione è quella giusta. Innestare il Cristianesimo in una cultura animista significa privare quelle persone dei loro riferimenti culturali, sostituendoli con i nostri. Però non me la sento di dire che una religione che propone il cannibalismo rituale, o l’infibulazione, sia da accettare senza alcuna riserva, anzi. Magari si può passare a una ritualizzazione del cannibalismo che non preveda che si mangi davvero il corpo di qualcuno e si beva il suo sangue. La comunione, dopotutto, fa proprio questo. Gli scienziati lavorano per diminuire la nostra ignoranza e lo fanno attraverso la scienza. Le loro scoperte non sono né buone né cattive, non ci sono categorie di bene e male nello scoprire che è il DNA a codificare la struttura e il funzionamento delle cellule. E’ l’uso di questa conoscenza che può rientrare in categorie etiche. Molti confondono la scienza con la tecnologia. Edwards, usando la conoscenza derivante dalla scienza, ha sviluppato una tecnica per produrre embrioni anche quando questo è impossibile con il sistema tradizionale (fare l’amore, per intenderci). Ottenere questo risultato ha dei costi (gli embrioni perduti), e io non mi sento così certo delle mie convinzioni da affermare che sia un bene assoluto o un male assoluto. I milioni di bambini nati con questa tecnica non ci sarebbero, e il fatto di cancellarli mi pare mostruoso. Ma ci sono anche milioni di embrioni che non si sono sviluppati. Il peccato originale consiste nell’aver colto il frutto della conoscenza del bene e del male e, quindi, la nostra religione ci dice che questi giudizi spettano al Creatore. Nei comandamenti c’è non uccidere, e questo si potrebbe applicare agli embrioni che non hanno continuato il loro sviluppo. Però c’è un comandamento che dice “non fornicare” e la fornicazione era anche uno spreco del seme (oltre a tante altre cose) e quindi se si trova un modo per non sprecarlo (ad esempio con la fecondazione assistita) si obbedisce a un altro comandamento. Si tratta di questioni molto delicate ed è bene che si affrontino, anche se sarà difficile mettere d’accordo chi la pensa in modi così differenti. Mi preme ricordare, però, che la scienza è l’unico modo per acquisire conoscenza e che pensare di sostituirla con convinzioni dettate dalla religione è male. Su questo non ho dubbi. Magari le convinzioni di qualche religione coincidono con quelle della scienza, ma quando questo non succede, e io devo affidare la mia vita a qualcuno, preferisco andare da un medico piuttosto che da uno stregone. Ognuno, comunque, è libero di scegliere le pratiche che ritiene opportune, l’importante è che non chieda che siano imposte (o negate) agli altri.

 

 

 

Incontro con i Nobel

 

Non so bene perché, ma mi hanno nominato nel Consiglio Scientifico (CS) della Stazione Zoologica di Napoli, il tempio della biologia marina mondiale, un istituto di ricerca di cui l’Italia deve essere fiera (anche se a un certo punto ha corso il rischio di essere cancellato da una finanziaria). Il CS esprime pareri sulle attività dell’istituto di ricerca. In quello della Stazione Zoologica ci sono tre premi Nobel. Fa effetto, ve l’assicuro, sedersi a tavola con dei tipi così. Sono persone eccezionali, e star vicino a loro arricchisce. Pochi italiani hanno vinto il Nobel di Medicina e Biologia, e quei pochi lo hanno potuto vincerlo perché sono andati a lavorare all’estero. Il terzetto del CS della Stazione Zoologica è composto da un inglese, uno svedese e una tedesca. Ci siamo riuniti una prima volta l’anno scorso e ci siamo reincontrati la settimana scorsa. Oramai siamo diventati amici. Uno ha scoperto i meccanismi del ciclo cellulare, un altro ha posto le fondamenta della moderna neurobiologia e la terza ha scavato nei segreti di come i geni assemblino la materia vivente. Li ho accompagnati nei negozi, al ristorante, al bar. Nessuno li ha notati e, in effetti, neppure io li avrei riconosciuti se li avessi visti per strada. Gente semplice, normale. Vincere il Nobel è come vincere una medaglia d’oro nei cento metri alle olimpiadi, è come vincere il mondiale di calcio, l’Oscar come migliore attrice.   Si lascia un segno indelebile nella storia della cultura. Uno potrebbe montarsi un pochino la testa, no? E invece, durante le riunione, se hanno avuto qualcosa da dire hanno alzato la mano, e sono stati a sentire gli interventi degli altri, dei non-Nobel, con voglia di capire punti di vista alternativi, a volte hanno persino cambiato idea. Quello che colpisce di più in queste persone è la mancanza di boria, e la disponibilità. Era previsto un pomeriggio con tutto il personale della Stazione Zoologica, e loro non hanno smesso mai di chiedere e di rispondere, senza mai negarsi a nessuno.

Oramai sono decenni che faccio questo mestiere e, se mi guardo indietro, ricordo alcuni “grandi”, molti “medi” e moltissimi “scarsi”. Succede abbastanza spesso che personaggi medio-scarsi si ritrovino ad avere un qualche rilievo, magari più per meriti di “relazioni pubbliche” che per il loro effettivo operato. Ecco, questi sono i più alteri e boriosi. Non hanno tempo da perdere con chi ha meno rilievo di loro, ma sono pronti ad ossequiare in modo untuoso chi potrebbe conceder loro qualche favore. Forti con i deboli e deboli con i forti. Però non ho mai incontrato un “grande” che fosse di questa tipologia.

Chissà perché i Nobel italiani hanno dovuto andare all’estero per veder riconosciuto il loro valore! Uno dei miei nuovi amici ha espresso ripetutamente la voglia di venirmi a trovare a Lecce. Si chiama Torsten Wiesel. Provate a scrivere il suo nome, tra virgolette, in Google, così vedrete chi è. La ricerca porta a 25.000 risultati. Non male, mi son detto. Poi ho provato a scrivere Fabrizio Corona: 580.000 risultati!

Spero proprio che mantenga la promessa, e che venga a trovarci. Anche se sono sicuro che una sua visita non avrebbe lo stesso rilievo di una comparsata di Fabrizio Corona.

 

 

L’anno della biodiversità


Anche se forse non ve ne siete accorti, il 2010 è l’anno internazionale della biodiversità. Si tratta di un segnale che mostra come l’uomo stia gradualmente capendo, dopo un lungo allontanamento dalla natura, di non poter vivere senza di essa. Il resto della natura è costituito dalle altre specie che abitano il pianeta e dagli ecosistemi che esse contribuiscono a formare: la biodiversità. Perché preoccuparsi delle altre specie? E’ semplice:  l’uomo non potrebbe sopravvivere da solo, in un pianeta privo di altre specie e le nostre attività provocano cambiamenti che diminuiscono le possibilità di sopravvivenza di molti organismi. Questo, nel lungo termine, porterà a minori possibilità di benessere per la nostra stessa specie. Si tratta di una posizione egoistica: abbiamo bisogno della natura e dobbiamo salvaguardarla per poter continuare a vivere. Diciamo che la natura è il nostro primo capitale e la dobbiamo gestire con oculatezza. Se la biodiversità è preziosa, e la dobbiamo salvaguardare, la prima cosa da fare è fare l’inventario della sua diversità, e questo si fa rispondendo alla domanda: quante specie ci sono su questo pianeta? Ci affanniamo molto a cercare la vita sugli altri pianeti e, se mai dovessimo trovarla, la prima cosa che ci verrebbe in mente di fare sarebbe di vedere quanto è varia, con quante specie si esprime. Non l’abbiamo mai trovata la vita, sugli altri pianeti, e continuiamo a spendere cifre immani per cercarla ma la cosa più assurda è che non sappiamo quante specie vivono nell’unico pianeta conosciuto in cui si è evoluta la vita: il nostro. Fino ad ora ne abbiamo descritte due milioni, ma si calcola che siano circa dieci milioni, o forse più. Non lo sappiamo. Con grandi ristrettezze finanziarie (se si spendono fondi  per cercare la vita sugli altri pianeti poi non ce ne sono per studiarla dove esiste), la comunità scientifica continua a cercare e, cercando, trova specie nuove in ogni parte del globo dove le capita di poter studiare la biodiversità.

Quest’anno, l’Università del Salento ha organizzato due congressi sullo studio della biodiversità. All’inizio dell’estate, da tutto il mondo, sono venuti gli specialisti di vermi marini e questa settimana si è svolto un convegno mondiale sulle meduse. Centinaia di studiosi sono venuti qui per un motivo ben preciso: perché la nostra Università è un punto di riferimento mondiale su questi argomenti.  Non sto a tediare i lettori sul contenuto delle dottissime relazioni che si sono susseguite, lo spazio non me lo permette. Però una parte interessante di queste manifestazione ha previsto che i congressisti avessero modo di vedere Lecce e il Salento (li abbiamo portati in giro, ovviamente), interagendo con la gente, andando a visitare i ristoranti, ammirando i paesaggi rurali, la costa e le città barocche. Li abbiamo portati sott’acqua, a vedere le nostre aree marine protette. E i due gruppi hanno espresso lo stesso sentire: Grazie Salento per quel che ci hai fatto provare, torneremo ancora! Hanno gradito molto tutto, ma la cosa che li ha più colpiti è la gente. Vedere il posto dove vivi con gli occhi di quelli che lo vedono per la prima volta te lo fa riscoprire mentre ne illustri le bellezze. Ai congressi, raccontando la nostra biodiversità, e ascoltando le storie sulla biodiversità degli altri angoli del mondo, ci siamo ancora una volta resi conto di vivere in un posto bellissimo da tutti i punti di vista. Lo abbiamo ereditato dai nostri antenati, e è nostro dovere lasciarlo in buono stato a chi verrà dopo di noi. I nostri studi ci dicono che ne stiamo abusando, che questa bellezza è fragile e che i danni che facciamo non si riparano facilmente. Tra i due congressi sulla biodiversità, sono stato invitato a parlare a un altro congresso, per me molto “esoterico”. I miei amici fisici mi hanno chiesto di parlare di meduse a un congresso di fanatici di oscillazioni (non chiedetemi cosa siano) che si è svolto, ancora una volta, qui in Salento. Ho parlato di meduse a tipi strambi che cercavano di spiegarmi come si possa creare la materia dal nulla. Per me hanno qualche rotella fuori posto, ma sono gente fantastica. Non c’è niente di più bello che cercare di capire come funziona il mondo, e come è fatto. Non ha importanza se si studiano quark o gnatostomulidi, l’importante è soddisfare l’ansia di sapere. E ora cominciamo i corsi nella nostra bella Università, e accogliamo i nuovi studenti. Sperando che almeno alcuni di loro possano un giorno avere il privilegio di fare il mestiere più bello del mondo: quello di praticare la scienza.

 

 

 

Qui nessuno è fesso, o no?

 

Il direttore Scamardella ha scritto un istruttivo fondo, domenica scorsa, analizzando fatti incredibili che si stanno verificando nel nostro paese (vi assicuro che all’estero nessuno crede siano possibili) e si chiede come sia possibile che avvengano (proprio come fanno gli stranieri, quando cercano di capire le cose di casa nostra).

Ora provo a spiegarglielo, considerando gli uomini per quel che sono: membri della natura, molto speciali, ma pur sempre parte del mondo naturale. Nelle relazioni tra organismi (della stessa specie o di specie differenti) ci possono essere tre tipi di risultato. Il primo prevede che qualcuno si avvantaggi a spese di qualcun altro. Chi si avvantaggia viene etichettato con un + e chi è svantaggiato con un -. Queste relazioni, quindi, sono del tipo +- e descrivono, per esempio, il rapporto tra un predatore e una preda, o tra un parassita e il suo ospite (o tra un truffatore e un truffato). Poi ci sono quelle in cui qualcuno si avvantaggia (e quindi si prende un bel +) ma chi gli fornisce vantaggi non trae nessuno svantaggio (e quindi rimane come era, e questo si esprime con 0). L’interazione è, quindi, +0. Si parla di commensalismo: un predatore fa scempio della preda e qualcuno mangia i brandelli abbandonati. Poi ci sono le relazioni in cui entrambi gli organismi si avvantaggiano (++) e questo si ottiene con le simbiosi mutualistiche. I fiori danno nettare agli insetti (che quindi si avvantaggiano) ma in cambio gli insetti trasportano il polline da un fiore all’altro, garantendo la riproduzione della pianta che li ha ricompensati e che, quindi, è anch’essa avvantaggiata. La socialità si basa su questo tipo di rapporti. Noi siamo una specie sociale e, oltre al mutualismo, abbiamo persino una tendenza all’altruismo, in cui qualcuno volontariamente accetta svantaggi a sé per avvantaggiare altri, e quindi un -+. Noi, però, siamo riusciti a inventare, e credo proprio che siamo l’unica specie ad averlo fatto, un rapporto in cui entrambi sono svantaggiati, un -- che, in teoria, non dovrebbe esistere. Qualcuno agisce e si procura un danno (come fanno anche gli altruisti, del resto), ma procura danni anche ad altri. Forse non si accorge di danneggiarsi, forse pensa di avvantaggiarsi, forse pensa di non far male a nessuno, ma il risultato della sua azione è comunque negativo per lui, e anche per gli altri. La cosa è talmente diffusa che abbiamo persino coniato una frase per definirla: e continuiamo a farci del male!

Che etichetta dare a questo tipo di comportamento? Qualcuno ha usato la parola stupidità. Un mio caro amico, oramai scomparso da 17 anni, un musicista chiamato Frank Zappa, un giorno scrisse: Alcuni scienziati asseriscono che il costituente base dell’universo sia l’idrogeno, a causa della sua abbondanza. Contesto questa affermazione! C’è più stupidità che idrogeno nell’universo, e quindi non è l’idrogeno ma la stupidità a essere il costituente base dell’universo.

Ovviamente Zappa sbagliava, noi siamo un niente rispetto all’universo, e quindi un nostro prodotto non può influenzare così pervasivamente tutto. Però influenza molto noi, e ci caratterizza. Nessun animale si comporta stupidamente, se lo fa viene immediatamente selezionato negativamente (un modo raffinato per dire che muore) e la stupidità così duramente punita tende a scomparire. Nell’uomo, invece, pare che la stupidità stia diventando sempre più pervasiva, e che siamo tutti molto impegnati a farci del male. A volte potremmo anche pensare di avvantaggiarci, mentre ci facciamo del male. Un esempio? Io pago le tasse e con questo contribuisco alla disponibilità di servizi per tutti. Qualcuno non le paga, e usufruisce dei servizi che pago io. Ovviamente io sono uno stupido e l’altro è furbo, - per me e + per lui. Per non essere stupido non pago le tasse neppure io. E alla fine, pensando di avvantaggiarci, non pagando le tasse, entrambi ci facciamo del male, perché i nostri due ++ sono controbilanciati da un bel - allo stato, e poi lo stato va a rotoli, le strade sono un disastro, la sanità è un disastro, i trasporti sono un disastro, l’istruzione è un disastro, la ricerca è un disastro, e le finanze dello stato sono un disastro. E ci chiediamo come mai! Riconoscete il nostro paese? Vi riconoscete? Ogni stato, assieme alla bandiera, ha un motto. Il più famoso è quello francese: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Il nostro quale è? Confesso di non saperlo. Penso che ci descriva bene il detto: qui nessuno è fesso. Nel senso che siamo tutti molto furbi. I furbi, però, esistono se ci sono i fessi. E i fessi chi sono? Certo, possono essere gli stranieri ai quali affibbiare qualche bella fregatura (e poi sorprendersi perché non vengono più) oppure i nostri conterranei. Un paese dove tutti pensano di essere furbi (considerando fessi tutti gli altri) è un paese di fessi. Che ragionamento sarà questo? Di sinistra? O di destra? Io ho deciso di votare per le persone, e di non guardare più le etichette. Ma sono inguaribilmente fesso-stupido. Ho votato per un vicepresidente della regione (ora non più in carica) sicuro di fare una scelta intelligente... A chi posso permettermi di dare lezioni? Ma forse a forza di sbagliare si impara. Però mi guardo attorno e vedo caste, cricche, comitati di affari, cosche e congreghe, società più o meno segrete dove si pratica il mutuo soccorso a spese dei fessi, con tutti che cercano di fregare tutti. I più ingenui sono i partiti e i sindacati, poi c’è una rete di connivenze che ormai pervade tutto, dalla quale non riusciamo a liberarci. Tutti cercano di far parte di qualche “gruppo di interesse” in modo da saltare la fila, e fregare gli altri. Se non si fa così si viene fregati, e quindi cerca di fregare gli altri, prima che freghino noi. Qua nessuno è fesso. Competenza, onestà, indipendenza, sono brutte parole (soprattutto indipendenza). Prevalgono la furbizia (l’anticamera della stupidità) e l’appartenenza a un gruppo di potere (l’anticamera di un modo di pensare che si chiama mafia, un corollario della stupidità, perché distrugge il paese degli stessi mafiosi).

E quindi eccoci qua, e ci siamo persino dati il nome di Homo sapiens. Forse ci stiamo trasformando in un’altra specie, stiamo cambiando, e diventeremo qualcosa di diverso dal sapiens che siamo ora. Essendo uno zoologo, il mio mestiere è dare il nome agli animali, e ne ho uno bell’e pronto: Homo stupidus. Però, da biologo evoluzionista, prevedo che questa specie avrà vita breve. Qualcuno ci ha convinto che la crescita infinita sia possibile, in questo mondo finito. Non so se mi spiego... La selezione naturale non perdona e non credo che la stupidità abbia un qualche valore adattativo, non credo proprio.

 

 

 

I giovani, le tasse, il futuro

 

I giovani di “ritorno al futuro” devono pagare le tasse sulle loro borse di studio: con una mano si dà e con l’altra si toglie. Ma non è una novità. Nel 1983 passai quasi un anno negli USA, con una borsa del CNR. In quel periodo il dollaro arrivò a 2000 lire (e la mia borsa era in lire), e i soldi della borsa non riuscivano a coprire il costo che stavo sostenendo. Ho mangiato sgombri in scatola per sei mesi, e ho vissuto in una catapecchia. Però è stato un anno formidabile, per me, il 1983. Tornato, ho scoperto che avrei dovuto pagare salatissime tasse su quella cifra che mi aveva permesso di comprare gli sgombri. L’ho vissuta come un’ingiustizia intollerabile, e sono andato a protestare all’intendenza di finanza. Sembrava un film di Alberto Sordi. L’impiegato mi ascoltò con molta comprensione e poi mi disse: sì, è un’ingiustizia, ma le regole dicono che queste tasse le deve pagare. Però le dico questo: le probabilità che la prendiamo, se evade, sono pochissime. In cinque anni c’è la prescrizione. Sappiamo che quelli che guadagnano tantissimi soldi non pagano, e poi pagano i fessi. Io se fossi in lei non le pagherei.

Non dico quel che ho fatto, perché non mi piace fare la figura del fesso, però pare che la situazione non sia cambiata. Siamo quasi in bancarotta, ma l’evasione è alle stelle. I fessi pagano. Non solo quel che viene trattenuto direttamente dalla busta paga, ma anche il resto, se c’è (il mio commercialista lo sa).

Chi non paga le tasse è un parassita. Usa le risorse di altri (quelli che pagano le tasse) per avere vantaggi (i servizi, etc.). Ho già detto altre volte che le leggi della natura sono più stringenti di quelle inventate dall’uomo. Eccone una: i parassiti non possono essere più abbondanti degli ospiti. Perché altrimenti li fanno morire, e poi non hanno più risorse da parassitare. L’impressione è che, nel nostro paese, i parassiti (quelli che non pagano) siano più degli ospiti (quelli che pagano) e, infatti, il paese sta andando in rovina. Qualcuno ha potuto, per esempio, fare l’equivalenza 1 euro uguale 1000 lire, anche se in effetti 1 euro ne vale quasi duemila. E così quello che costava 1000 lire è stato immediatamente venduto a 1 euro. Tutto tranne i salari, quelli sono stati calcolati al centesimo, col cambio giusto. Chi si è visto raddoppiare gli introiti (pagando la manodopera col prezzo giusto e, quindi, pagandola la metà) ha anche la possibilità di non pagare le tasse, che invece sono implacabili con chi vive di stipendio e, di punto in bianco, paga tutto il doppio. Insomma, qualcuno ha raddoppiato i guadagni e, automaticamente, qualcuno se li è trovati dimezzati. Beccandosi anche l’onere di pagare le tasse.

Se poi chi non paga è più abbondante di chi paga... il gioco è fatto: vince persino le elezioni, e perpetua la sua filosofia. Ci hanno promesso un’Italia senza tasse, ma le hanno semplicemente tolte da una parte per rimetterle dall’altra, accanendosi con i deboli e lasciando in pace i forti. E’ un sistema che non può durare, lo insegna la storia naturale. I predatori o i parassiti non possono essere più delle prede. Il sistema crolla.

E poi, ripeto per l’ennesima volta, non serve dare istruzione ai nostri giovani. Sono soldi buttati, quelli di Bollenti Spiriti. L’altra sera ho cenato con un ricercatore dell’Istituto Europeo di Biologia Molecolare, di Heidelberg. Mi diceva che il suo Istituto è pieno di italiani. Sono preparati benissimo, mi diceva, e non vogliono tornare indietro perché hanno capito che in Italia non c’è spazio per i giovani ricercatori. Nel CNRS, il Consiglio Nazionale delle Ricerche Francese, il primo contingente di ricercatori, dopo quello francese, è quello italiano. Noi prepariamo i giovani e poi li regaliamo agli altri, perché non abbiamo un progetto per loro. Tanto vale non prepararli, perché prepararli costa e i soldi per prepararli si prendono dalle tasse (e le tasse si pagano sempre meno). E’ per questo che l’Università viene fatta morire: non serve. E’ un costo che va ridotto, uno spreco. Il mondo è alla rovescia. Noi prepariamo giovani che gli altri paesi si prendono, ma sono accusati di spreco quelli che li preparano, non quelli che non hanno un progetto per usare i migliori cervelli del paese.

Inutile piangersi addosso. Il mio progetto è semplicissimo: con i miei colleghi ho ideato un corso di laurea magistrale in inglese. E’ il primo corso interamente in inglese della nostra Università, e uno dei primi a sud di Roma (ma anche a sud di Aosta, se è per questo), si chiama Coastal and Marine Biology and Ecology. Non ha importanza se non capite. La speranza è che vengano studenti da fuori. Perché se siamo bravi a preparare buoni laureati (e lo siamo, visto che all’estero li prendono, e sono contentissimi), tanto vale che prepariamo gli stranieri, che poi potranno tornare nella loro patria e trovare lavoro. Almeno le tasse universitarie che pagheranno verranno da altre economie, e non dalla nostra.

Per i nostri giovani ho alcuni consigli: se volete una buona preparazione vi accoglieremo a braccia aperte, ma poi dovrete andarvene. Non vi voglio prendere in giro. Se studiate solo per avere un lavoro e volete restare qui (sarebbe una sana aspettativa) vi do un consiglio che ho sentito con le mie orecchie da una persona molto autorevole: trovatevi una moglie o un marito ricco e sistematevi così. Non perdete tempo all’università, non con questi chiari di luna.

No, non ce la faccio, non ce la faccio proprio a dare questi consigli. Finita la maturità, guardatevi attorno, cercate dentro di voi. Questo è il momento che deciderà la vostra vita, perché sarà il momento dell’iscrizione all’Università che vi metterà sul binario che, se non accadrà nulla di strano, sarà il vostro percorso. Sarà lì che deciderete se essere biologi marini o matematici, fisici o commercialisti, ingegneri o latinisti, storici o comunicatori, avvocati o ambientalisti. E il mio consiglio è uno solo: fate la cosa che vi piace di più, quella che vi ispira. Non importa se qui non ci sarà lavoro. Se siete in gamba, il vostro territorio è il mondo, e ci sono ancora paesi che apprezzano le persone preparate e intelligenti. Per il momento, l’Università del Salento ha molto da offrire ai giovani, approfittate fin quando c’è e, se potete, difendetela. E’ la fabbrica del futuro di questa terra.


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