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Allegro Vivace 2 PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Mercoledì 04 Maggio 2011 17:24

(Versione con traduzione a fronte)

A SUD-EST DEL TEMPO.

Viaggio fantastico nell’antica Terra d’Otranto,

incontrando Papa Galeazzo, e altre meraviglie.

 

Tutto ebbe inizio in un pomeriggio dell’estate scorsa, alla vigilia di ferragosto mi pare, quando mi sono appisolato sul terrazzo della mia casa a Gallipoli, trovandomi presto a viaggiare tra presente e passato.

 

Era un sogno, immagino, o un sottile e arcano sortilegio, benché sentissi realmente sulla faccia un’aria salsa di mare e di secoli, come quando si sta alla prora di un veliero, se mai vi è capitato, che taglia veloce le onde del tempo, e avverti profumi intensissimi salire fino alla soglia dell’anima, e vedi distintamente il cangiare dei soli, e le lune, e perfino i pensieri degli uomini, che scorrono sopra e dentro di te, frusciando simili a foglie iridescenti o a piume d’uccello.

 

Li conoscevo benissimo, quegli orizzonti dove andavo. Le marine, le campagne, le case del paese: tutto quanto incontravo sentivo d’averlo già assaporato e vissuto mille volte. Eppure, la gente mi appariva così diversa e remota, e le strade quasi sempre solitarie e vuote, coperte di un silenzio calmo e fors’anche impaurente, intrecciato d’emozioni troppo insolite da potersi descrivere.

Su una via bianca che portava in un qualche magico luogo, disegnata fra campi di grano già mietuto e odoroso di stoppie, notavo che tutti comparivano e sparivano quasi senza logica, attraversando il meriggio disciolto nel denso frastuono di cicale con un incedere lento e fatato come da piccolo avevo sempre fantasticato che si muovessero i personaggi delle favole, o meglio dei “cunti”, quando la nonna Anna ce ne regalava in abbondanza, specialmente nelle gelide sere d’inverno, per riscaldarci con la sua voce, e farci addormentare sognando. “E camina, e camina... – raccontava la nonna, catturando i nostri cuori nei suoi occhi vividi e ridenti – rrivau a ddhai ci nu canta caddhu e nu luce luna...”.

Ecco, anch’io, camminando camminando, avevo l’impressione d’essere arrivato “dove non canta il gallo e non splende la luna”, in un posto parimenti incantato che, pur riconoscendolo familiare, m’appariva in buona misura astratto e fiabesco.

Ero di fatto immobile e quasi frastornato, ad osservare quel discontinuo via vai di persone (e di bestie, anche: qualche capra, un bue bene in carne portato avanti a fatica da un mandriano inversamente ossuto, alcuni cani malmessi, radi cavalli e muli...), quando l’ho visto apparire d’improvviso, quel vecchio curato, a dorso di un’asina più vecchia di lui, che leggeva il breviario (il curato, ovviamente, non l’asina) e di tanto in tanto, incrociando i viandanti, salutava benedicente.

Non saprei dire da quante ore io fossi lì, seduto sotto un fico frondoso a scrivere probabilmente quello che ora state leggendo, ma sono comunque sobbalzato come se mi si fosse infilata una lucertola nella camicia, quando ho sentito una famigliola di contadini che rispondeva al saluto di quel prete con un corale: “Bona sorta a ssignurìa, papa Caiazzu!”. (“Buona sorte a vossignoria, papa Galeazzo!”)

Anche voi, penso, sareste sobbalzati e avreste sgranato gli occhi come ho fatto io, al solo sentir pronunciare quel nome – papa Caiazzu – così fatidico per chi abbia respirato la vita nelle contrade salentine, e che a volerlo definire leggendario risulterebbe comunque riduttivo, tante sono le storie, vere o inverosimili, che ruotano da secoli attorno alla sua seducente e imprendibile figura.

Ero là, dunque, a confrontarmi con il celeberrimo protagonista di tanti impagabili “culacchi”, col fantasmagorico e ineffabile arciprete di Lucugnano, col beffardo e salace Bertoldo del Capo di Leuca, con l’autentica croce e delizia dei vescovi, dei nobili e del popolino dell’antica Terra d’Otranto di mezzo millennio fa... Un pezzo pregiato del patrimonio culturale di Finibusterrae, insomma: folcloristico quanto volete, ma del quale innumerevoli generazioni di questa regione a sud-est della geografia e del tempo sono state indelebilmente segnate.

Credo d’essermi istintivamente inginocchiato, e non so se per devozione, soggezione, stupore o altro. Sono comunque rimasto imbarazzato e con gli occhi socchiusi, sollevandoli al calore della sua mano (lievemente sudaticcia, in verità) che m’invitava a rialzarmi.

*          *          *

 

È allora che l’ho potuto osservare bene: prima in controluce, coi bagliori del sole che creavano suggestive raggiere attorno al suo rotondo profilo, poi lentamente più chiaro, dovrei anzi dire più scuro, giacché il suo volto, il suo abito, il suo copricapo, e perfino i suoi occhi larghi e penetranti mi sono apparsi di un nero incredibilmente e fascinosamente profondo.

Sarà stato anche il caldo, congiunto all’emozione, ma è certo che mi sono sentito svenire. E di fatto devo aver perso i sensi per più di qualche minuto, perché le prime parole che ho successivamente udito sono state: “Deo gratias! S’have ddisciatatu...”. (“Deo gratias! S’è risvegliato...”)

La sua voce era ruvida, ma affabile. Mi ha fatto bere da una fiasca qualcosa che poteva somigliare ad acqua e anice, e infine s’è seduto all’ombra insieme a me, legando l’asina a un ramo basso del fico, e riponendo con cura nella sua borsa a tracolla il consunto breviario che gli avevo visto leggere prima.

Poi, mentre la piccola folla di passanti che s’era assembrata per l’accaduto cominciava pigramente a dissolversi, lui mi si è accostato, avviando sottovoce (e non senza un sorrisetto sardonico) un fitto dialogo, che ricordo ancora alla perfezione:

- Cuarda, giovinottu, ca iu lu sacciu ca tie sta bbieni de lu Futuru, e cu rrivi a cquai have tuccatu cu torni rretu de almenu cinque seculi... Cce ede ca cerchi?

- Iu?... Nienti! Pe la verità nu sacciu mancu a ddhu me trovu, e tuttu me putia immaginare, menu ca te incuntrava puru a ssignuria...

- Sì, sì, dìcianu tutti cusine, e poi invece vòlanu cu me intervistanu, vòlanu cu saccianu li fatterielli, macari qualche storiellina piccante ca ‘ncora nun è stata ripurtata su li libri... Ma ‘nsomma, na fiata pe tutte, vu lu mentiti a ‘ncapu o no ca iu nu su’ mai esistitu?!

- Comu sarebbe a dire? Ma ssignuria nu sinti moi de fronte a mie in carne e osse? E nu sta mi parli cu li sani sensi, e a chiara voce?

- A tie ti pare cusine, giovinottu, ma iu suntu sulamente la voce e lu spiritu de lu populu! Capisci?

- Ma allora, li famosi “cunti de Papa Caiazzu”?...

- Tutti inventati de sana pianta, beddhu miu. Lu populu è capace de quistu e addhu! Cusì ede ca nàscianu le leggende: nu giurnu nu cuntarieddhu, nu giurnu l’addhu, finché qualche cristianu d’estru e de scienza s’have decisu cu le rraccoja tutte insieme, ‘ste storielle, cu le scriva tutte in bell’ordine, e cu le stampa susu a nu libru.

- Eppuru, nu me cunvincu: iu stau moi cu Papa Caiazzu in persona, e Papa Caiazzu stessu mi dice ca nun esiste!... Sta cosa mi recorda paru paru de quandu Socrate sciu cu trova l’amicu sou...

- De ci Socrate sta parli? De lu filosufu grecu?... - Propriu iddhu... Nu la sai, la storiella?

- Guarda, giovanotto, che io lo so che tu stai venendo dal Futuro, e che per arrivare qui ti è toccato tornare indietro di almeno cinque secoli… Che cosa vai cercando?

- Io?... Niente! Per la verità non so neanche dove mi trovo, e tutto potevo immaginarmi, meno che avrei incontrato perfino vossignoria…

- Sì, sì, dicono tutti così, e poi invece vogliono intervistarmi, vogliono sapere i ‘fatterelli’, magari qualche storiellina piccante che ancora non è stata riportata sui libri… Ma insomma, una volta per tutte, volete mettervelo in testa o no che io non sono mai esistito?!

- Come sarebbe a dire? Ma tu, vossignoria, non sei adesso di fronte a me in carne ed ossa? E non mi stai parlando con sani sensi e a chiara voce?

- A te sembra così, giovinotto, ma io sono soltanto la voce e lo spirito del popolo! Capisci?

- Ma allora, i famosi “cunti”, o racconti di Papa Galeazzo?...

- Tutti inventati di sana pianta, bello mio. Il popolo è capace di questo e altro! Così succede che nascono le leggende: un giorno un raccontino, un giorno l’altro, finché qualche persona d’estro e di scienza s’è deciso a raccoglierle tutte insieme, queste storielle, a scriverle tutte in bell’ordine, e a stamparle in un libro.

- Eppure, non mi convinco: io sto adesso con Papa Galeazzo in persona, e Papa Galeazzo stesso mi dice che non esiste!... Questa cosa mi ricorda pari pari di quando Socrate andò a trovare l’amico suo...

- Di chi Socrate stai parlando? Del filosofo greco?...

- Proprio lui... Non la sai, la storiella?

- No, nu l’aggiu mai ntisa. Raccontamila!

- Ma cuarda bbì nu pocu, roba da non credere: iu ca cuntu nu cuntu a Papa Caiazzu!...

- Vidi? Cusì vanu a fiate le cose de lu mundu. Nun c’è mai cu te meravij abbastanza... Allora, cce li successe, a Socrate?

- Pare ca na fiata Socrate sciu a casa de n’amicu sou cu li fazza visita. Tuzza e tuzza, e mentru sta spetta cu li apranu, sente l’amicu ca de retu a la porta, sottuvoce, li dice a la mujere: - Apri tie, e se ede Socrate, siccomu osce nu mi coddha né cu lu visciu né cu lu sentu, dilli ca nu suntu a casa...

- ...Bell’amicu!

- Spetta, nun è finita... La mujere de l’amicu cusì face, e Socrate, senza dire né “a” né “bà”, se ne vè... A lu crai, però, ccappa ca lu stessu amicu vè a casa de Socrate, e tuzza alla porta...

- ...e li apre Santippe, la mujere de Socrate!

- Macchè! li apre Socrate in persona, e comu vide l’amicu, li dice: - Se cerchi mie, cuarda ca iu osce nu stau a casa! - Nah, lampu! -, replica quiddhu, ridendu. - Ca se stai a cquai, e sta te vìsciu cu l’occhi mij! - Ah, sì? -, li dice Socrate - Iu ieri su’ bbenutu cu te trovu, e aggiu cridutu a mujèrata quandu m’have dittu ca nun c’eri a casa, e osce tie nu cridi a mie stessu ca sta ti dicu ca suntu assente?!... ‘Nsomma, a farla breve, l’amicu se fice russu russu pe lu scornu e pe la lezione ricevuta, e se la squajau comu nu cane cu la cuda mmienzu all’anche...

- Ah, na storia bellissima! Mutu istruttiva.

- No, non l’ho mai sentita. Raccontamela!

- Ma guarda e vedi un po’, roba da non credere: io che racconto un racconto a Papa Galeazzo!...

- Vedi? Così vanno a volte le cose del mondo. Non c’è mai da meravigliarsi abbastanza... Allora, che gli successe, a Socrate?

- Pare che una volta Socrate andò a casa di un suo amico per fargli visita. Bussa e bussa, e mentre sta aspettando che gli aprano, sente l’amico che dietro la porta, sottovoce, dice alla moglie:

- Apri tu, e se è Socrate, siccome oggi non mi va né di vederlo né di sentirlo, digli che non sono in casa...

- ...Bell’amico!

- Aspetta, non è finita... La moglie dell’amico così fa, e Socrate, senza dire né “a” né “bà”, se ne va... All’indomani, però, capita che lo stesso amico va a casa di Socrate, e bussa alla porta...

- ...e gli apre Santippe, la moglie di Socrate!

- Macchè! gli apre Socrate in persona, e come vede l’amico, gli dice: - Se cerchi me, guarda che io oggi non sono in casa! - Nah, lampo! -, replica quello, ridendo. - Che se stai qui, e ti sto vedendo con gli occhi miei! - Ah, sì? -, gli dice Socrate - Io ieri son venuto a trovarti, e ho creduto a tua moglie quando m’ha detto che non eri in casa, e oggi tu non credi a me stesso che ti sto dicendo che sono assente?!... Insomma, a farla breve, l’amico si fece rosso rosso per la vergogna e per la lezione ricevuta, e se la squagliò come un cane con la coda fra le gambe…

- Ah, una storia bellissima! Molto istruttiva.

- Appuntu! Mo’ ssignuria stessu, a la manera de Socrate, sta mi dici ca nu esisti... Ma comu è pussibile?

- Quandu te sogni, giovinottu, tuttu è pussibile. Quistu è lu misteru de li sogni...

- E dàlli cu stu “giovinottu”! Crazzie pe lu complimentu, Papa Caiazzu, ma iu tegnu quasi settant’anni...

- Cu la bona salute... E iu, allora, ce aggiu dire, ca ne tegnu cinquecentu e passa! E poi, nu lu canusci lu pruverbiu?: “L’anni e li bicchieri de mieru nu se mmasuranu mai”.

- Ah, ma allora esisti, caru lu Papa miu! Ha’ dittu propriu moi ca tieni cinquecentu anni!

- Percè, secondu tie, unu basta cu tegna l’anni, e esiste veramente? Eh, vulessi tie, quanti cristiani càmpanu a longu ma nun esistanu mai!

- Nah ‘ntorna: e cce ede, n’indovinellu?

- Dicimu ca ede na specie de pruverbiu novu, va bene? Chiuttostu, cuarda a ddha sotta all’ulivetu, a ripa de mare: la vidi ddha costruzione?

- Iu visciu na specie de torre cu quattru giràndule...

- Difatti!: ede nu mulinu a vento... E se cuardi a manu mancina, cce vidi?

- Nu cavalieri finu finu susu a nu cavaddhu cchiù finu de iddhu, e cu na lancia longa longa... Nah!, ma ‘ddhu cristianu, mi pare propriu ca lu canuscu: ma nun ede, pe casu...?

- ...Sì, ede propriu Don Chisciotte! Se canusce de centu mije luntanu... Ogni tantu vene quassotta a nui, cu si fazza na passeggiata, e cu saluta vecchi nobili spagnoli pari soi. Iddhu, comu età, ede cchiù vagnone de mie: tene cchiù o menu

- Appunto! Mo’ ssignuria stesso, alla maniera di Socrate, mi stai dicendo che non esisti... Ma come è possibile?

- Quando sogni, giovinotto, tutto è possibile. Questo è il mistero dei sogni...

- E dàlli con questo “giovinotto”! Grazie per il complimento, Papa Galeazzo, ma io ho quasi settant’anni...

Con la buona salute... E io, allora, che devo dire, che ne tengo cinquecento e passa! E poi, non lo conosci il proverbio?: “Gli anni e i bicchieri di mieru, di vino, non si contano mai”.

- Ah, ma allora esisti, caro il mio Papa! Testé hai proprio detto che hai cinquecento anni!

- Perchè, secondo te, uno basta che abbia gli anni, e esiste veramente? Eh, volessi tu, quanti cristiani campano a lungo ma non esistono mai!

- Ah, di nuovo: e che è, un indovinello?

- Diciamo che è una specie di proverbio nuovo, va bene? Piuttosto, guarda laggiù verso l’oliveto, sulla costa marina: la vedi quella costruzione?

- Io vedo una specie di torre con quattro girandole...

- Difatti!: è un mulino a vento... E se guardi sulla sinistra, che vedi?

- Un cavaliere magro magro sopra a un cavallo più magro di lui, e con una lancia lunga lunga... Nah!, ma quell’uomo, mi pare proprio di conoscerlo: ma non è, per caso...?

- ...Sì, è proprio Don Chisciotte! Si riconosce da cento miglia... Di tanto in tanto viene qui da noi, per farsi una passeggiata e per salutare vecchi nobili spagnoli suoi pari. Lui, come età, è più giovane di me: ha più o meno quattrocento anni, ma neanche lui esiste! Allora, hai capitu, giovinottu? Li sogni su’

belli pe ‘stu mutivu: c’è gente ca pare de fantasia e invece ede de carne e osse, e gente ca pare de carne e osse, ma ede gente de fantasia... Insomma, tie osce sì capitatu paru paru intru a la Terra de la Fantasia...

- A dire la verità nun ede ca mi dispiace, anzi!... Ma mo’, comu fazzu cu tornu a ddhai ci stava?

- Ma tie stai già a ddhai ci stavi.

- Nah, ‘ntorna: e cce ede mo’, n’addhu indovinellu?

- Ma quale indovinellu! L’indovinelli lassàmuli a l’induvini de professione, comu lu mesciu Matteu Tafuru, lu famosu ‘Mago di Soleto’.

- Puru iddhu ede de fantasia?

- Menzu e menzu... De na parte è cunsideratu na specie de stregone, de l’addha ede unu de li chiù crandi filosufi e scienziati de tutta l’Europa. Nu mi dire ca nu lu canusci!

- Comu no? Lu canuscu pe nomina... A prupositu, ma è veru ca è statu iddhu ca intru a na sula notte de tiempu, e cu lu iutu de li diavuli, have costruitu lu famosu campanile de Sulitu?

- Cusì se dice, ma a parte lu fattu ca lu campanile era già costruitu cent’anni prima cu nasca lu Tafuru stessu, ddhu monumentu è tantu bellu ca nu pote essere opera de diavuli! Ti pare a tie ca lu diavulu pote fare meraviglie de ddhu genere? Semmai, quiddhi suntu miraculi ca li fannu l’angeli o puramente l’ommini illuminati pe ispirazione divina...

- Comu la chiesa de lu paese miu, Santa Caterina a Galatina...

- Brau!, altra meraviglia de le meraviglie, ca poi deriva sempre de la stessa mente, de

anni, ma neanche lui esiste! Allora, hai capito, giovanotto? I sogni son belli per questo motivo: c’è gente che sembra di fantasia e invece è di carne e ossa, e gente che sembra di carne e ossa, ma è gente di fantasia... Insomma, tu oggi sei capitato pari pari nella Terra della Fantasia...

- A dire la verità non è che mi dispiaccia, anzi!... Ma ora, come faccio a tornare dove stavo?

- Ma tu stai già dove stavi.

- Ah, di nuovo: e che è adesso, un altro indovinello?

- Ma quale indovinello! Gli indovinelli lasciamoli  agli indovini di professione, come il maestro Matteo Tafuro, il famoso ‘Mago di Soleto’.

- Pure lui è di fantasia?

- Metà e metà... Per un verso è considerato una specie di stregone, per l’altro è uno dei più grandi filosofi e scienziati di tutta Europa. Ma, non mi dire che non lo conosci!

- Come no? Lo conosco per fama... A proposito, ma è vero che è stato lui che nel giro di una sola notte di tempo, e con l’aiuto dei diavoli, ha costruito il famoso campanile di Soleto?

- Così si dice, ma a parte il fatto che il campanile era già costruito cent’anni prima che nascesse lo stesso Tafuro, quel monumento è tanto bello che non può essere opera dei diavoli! Ti pare che il diavolo possa fare meraviglie di quel genere? Semmai, quelli sono miracoli che li fanno gli angeli o puramente gli uomini illuminati per ispirazione divina...

- Come la chiesa del paese mio, Santa Caterina a Galatina...

- Bravo!, altra meraviglia delle meraviglie, che poi deriva sempre dalla stessa mente,  stessa manu e de lu stessu core: il prode nobile crociato Raimondello Orsini Del Balzo, principe di Taranto... E s’è pe quistu, mancu la cattedrale de Otrantu scherza, cu ddhu splendore de pavimentu a mosaico, cesellatu petra dopu petra de nu Monacu Santu... E cce dire poi de le chiese, de li palazzi e de li castelli de Lecce? E de Nardò, de Copertinu, de Caddhipuli, de Casaranu, de Coriglianu, de Uscentu, de Maje, de Tricase, de Leuca?...  Eh, quante bellezze tene, sta terra noscia benaditta... Mo’ aggi pacienza, giovinottu, ma tocca propiu cu bbau...

- E va bene. Ma n’addha curiosità, però, mi l’ha cacciare, Papa Caiazzu!

- Ha vistu ca chianu chianu sta mi faci l’intervista?...

- Vulia semplicemente cu sacciu comu ede ca li “cunti” toi suntu pe lu cchiui maliziusi, piccantini, spintarelli... “Oh, mia santa Liberata / fa che dolce sia l’uscita / come dolce fu l’entrata”, per esempiu. O le Quattru Tèmpure. E tanti addhi...

- Cce bboi, lu populinu ride pe pocu, pe nienti. Basta na parolina a lu mumentu giustu o na situazione appena sapurita, e ride. Iu lu chiamu “lu risu de l’innucenti”, percè è liberu puru verace... Ridere e sorridere è importante: ede lu sale e lu pepe de la vita, e tie mi pare ca ste cose le sai benissimu, o me sbaju?

- Ma cuarda che spettaculu! Ci putia pensare ca papa Caiazzu era puru nu filosufu?...

Iu nu su’ nienti, giovinottu. Comu t’aggiu già dittu, nun esistu. O meju:  suntu la voce e lu spiritu de lu populu... Mo’ torna a casa toa, a ngrazzie de Diu, ca tocca cu portu la ciuccia a lu ferraru. E salutami tutti li paesani de San Pietru de Galatina...

della stessa mano e dello stesso cuore: il prode nobile crociato Raimondello Orsini Del Balzo, principe di Taranto... E s’è per questo, neanche la cattedrale di Otranto scherza, con quello splendore di pavimento a mosaico, cesellato pietra dopo pietra da un Monaco Santo... E che dire poi delle chiese, dei palazzi e dei castelli di Lecce? E di Nardò, di Copertino, di Gallipoli, di Casarano, di Corigliano, di Ugento, di Maglie, di Tricase, di Leuca?... Eh, quante bellezze ha questa nostra terra benedetta... Ora, abbi pazienza, giovinotto, ma devo proprio andare...

- E va bene. Ma un’altra curiosità me la devi togliere, Papa Galeazzo!

- Hai visto che piano piano mi stai facendo l’intervista?...

- Vorrei semplicemente sapere com’è che i tuoi “cunti” sono per lo più maliziosi, piccantini, spintarelli... “Oh, mia santa Liberata / fa che dolce sia l’uscita / come dolce fu l’entrata”, per esempio. O le Quattru Tèmpure. E tanti altri...

- Che vuoi, il popolino ride per poco, per niente. Basta una parolina al momento giusto o una situazione appena saporita, e ride. Io lo chiamo “il riso degli innocenti”, perchè è libero puro verace... Ridere e sorridere è importante: è il sale e il pepe della vita, e tu mi pare che queste cose le conosci benissimo, o sbaglio?

Ma guarda che spettacolo! Chi poteva immaginare che papa Galeazzo fosse anche un filosofo?...

Io non sono niente, giovinotto. Come t’ho già detto, non esisto. O meglio:  sono la voce e lo spirito del popolo... Adesso, torna a casa tua, in grazia di Dio, ché devo portare l’asina al maniscalco. E salutami tutti i paesani di San Pietro di Galatina...


Non ricordo d’essermi svegliato.

Forse sono rimasto in quel sogno. O sono addirittura finito in un altro. Perché non mi è più capitato di rivedere Papa Galeazzo.

Spero d’incontrarlo ancora, quel prete straordinario, non fosse altro che per restituirgli il breviario che stava leggendo quando l’ho visto per la prima volta.

Deve averlo smarrito nel ripartire frettolosamente a dorso di quell’asina, ed io l’ho raccolto e conservato come una reliquia.

Adesso che lo guardo bene mi accorgo che non è affatto un breviario: sembra piuttosto un quaderno di appunti, dove potrebbero essere annotati nuovi “culacchi” e storie inedite che nessuno conosce. Ma la scrittura è più illeggibile di quella di un medico d’altri tempi, e per venirne a capo bisognerà necessariamente farsela tradurre dall’autore in persona.

Chissà, infine, che per risolvere questo piccolo mistero non mi riesca di tornare nuovamente a sud-est del tempo, fermandomi ancora sotto un qualche albero frondoso, in quella splendida e forse non lontana Terra della Fantasia, dove perfino Don Chisciotte pare si sia definitivamente trasferito, in cerca di nuove avventure e meraviglie.

Roma, giugno 2008

(per IL TITANO, Galatina)


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