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Scritto da Beatrice Stasi   
Mercoledì 25 Marzo 2020 11:46

Il Dantedì dell’Università Popolare

Coincidenza? Che proprio nell’anno più difficile dal dopoguerra, ma prima ancora che questa drammatica difficoltà si manifestasse, il Consiglio dei Ministri abbia istituito il Dantedì più che (felice) coincidenza può diventare segno che anticipa l’esigenza in questi giorni da tutti condivisa di riscoprire le radici anche culturali della nostra esistenza.

Padre della letteratura italiana, Dante, per usare la forma enfatica che dichiara un semplice dato anagrafico. Ma Padre della letteratura, per una Italia che sarebbe diventata politicamente tale solo molti secoli dopo, vuol dire padre di quell’immaginario in cui la stessa prefigurazione dell’Italia e degli Italiani prendeva forma.  E mai come nei momenti di difficoltà ascoltare il padre diventa atteggiamento spontaneo e rassicurante. Anche l’Università Popolare, raccogliendo lo stimolo di alcuni soci, ha voluto mettersi in ascolto. E lo ha fatto attraverso i contributi di alcuni soci e amici. Scritti diversi, da punti di vista diversi, ma tutti tenuti insieme dalla straordinaria forza centripeta del testo dantesco, che da secoli attrae, raccoglie e rapprende la nostra identità culturale. Anche oggi, in tempi di distanziamento sociale, grazie al Dantedì il Padre della letteratura italiana ci riunisce, ci fa stare insieme, nella casa comune virtuale del nostro sito, in un’occasione d’incontro e di scambio culturale come quelle che siamo abituati a organizzare e che tutti speriamo di tornare presto a vivere, tutti insieme. Buon Dantedì e buona lettura a tutti.

Beatrice Stasi

Il Dantedì di Maria Rita Bozzetti

Dante e il nostro quotidiano

Giornata di Dante: un giorno per ricordare il Grande.

Forse occorrerebbe solo un silenzio di ascolto per gustare quanto Egli ha scoperto della nostra natura fragile e insicura, insegnandoci a riflettere nella semplicità di parole cariche di sola verità. Parlare di Dante emoziona chiunque abbia amore per la Poesia, perché leggerlo crea sempre un moto di piccolezza, di personale insufficienza a comprendere, senza l’ausilio di un a robusta critica a supporto, il significato profondo dei versi. Dante non è stato solo un Poeta che ancora oggi si ama leggere, ma è stato studioso di Astronomia, di Storia, di Filosofia, di Teologia, un amante della Parola e della forza che essa ha in sé. Le sue battaglie da esule sono state affidate alla poesia, e con essa il poter svelare segreti nascosti e tradimenti come in una spy moderna. Il suo acume nello sbrogliare fatti taciuti, ha trovato conferma nella storia che lo ha raccontato, facendo al cuore immaginare il grande sconforto della sua anima perché non compreso dai suoi contemporanei, anzi assalito con menzogne e rifiutato. A conferma della sua grande personalità, una cosa galleggia nell’aria del nostro tempo come nel tempo dei nostri genitori e forse nonni: la sue parole, alcuni suoi versi sono entrati nella coscienza comune e sono diventati proverbi, aforismi. Tanto lo scavo del dolore in lui è stato profondo che ha potuto svelare i sottili meccanismi psicologici e rivelare anfratti che solo il suo sensibile diapason poteva percepire. Tramite la poesia ha raccontato la storia contemporanea e con parole essenziali libere da ogni eccesso inutile ha inciso i caratteri dei suoi personaggi con le loro debolezze e attraverso essi la nostra umanità. Dante ha analizzato la complessa ridda di pulsioni umane, ha descritto ogni moto, dal punto di partenza alla meta, a volte tragica, disperata. Per questo le sue parole sono diventate parole di tutti, perché sono vere, non cercano di spiegare, sono il sentimento stesso racchiuso spesso in pochi lemmi, anche dal senso comune, non forbito. La luce con cui Egli guarda i nostri cuori è incisiva, profonda, un laser che non confonde margini di emozioni simili, ma dritto va al punto centrale di una passione: alcuni versi sono entrati nel comune parlare, tra gente di diversa origine culturale. Sono brani che risuonano insieme al Maestro in modo empatico, ne ripetono il senso, a testimoniare come le parole siano cariche di una cifra universale, che tutti possono usare come espressione di un sentimento e che ci accomuna al Grande non mettendo distanza nel cuore. Forse davvero il cuore di Dante parla per il cuore di tutti gli uomini che nell’ascoltarlo lo hanno abbracciato con un assenso totale, oltre l’Universo, nell’Infinito...

Ho cominciato a conoscere Dante con alcuni versi che mia madre e mio padre ripetevano come essenze di saggezza: e così quando cominciai a studiarlo mi sembrò ritrovare il filo della mia infanzia, un filo forte e il Poeta mi piacque tanto perché parlava lingua del cuore. Ho scelto alcuni brani che mi paiono serpeggiare nel discorrere comune, non come espressione di cultura ma icone di una sentimento profondo, stato di coscienza diffuso e uguale in tutti.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
(Inferno, Canto I, incipit)

Racchiude in sé le angosce che colgono durante un percorso che pare arrivato ad una svolta, con una metà del tragitto fatta e l’altra in attesa di esserlo e che pare più faticosa. Interpreta l’immobilità in una situazione di spartiacque, l’indecisione del passo, in quella “ selva oscura” che in sé racchiude l’inafferrabile domani, con il carico di paure, privato dei calchi tranquillizzanti della ripetitività del passato.

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
(Inferno, Canto III, 1-9, Scritta sulla porta di ingresso dell’Inferno)

Anche questo brano viene molto spesso usato, soprattutto l’ultimo verso: per la chiarezza con cui viene indicato un luogo da cui non si può uscire, con senso metaforico.

Esiste poi un modo per indicare la ineluttabilità del destino, la sua forza rocciosa cui non si può accedere per chiedere una modifica, uno sconto, una fuga: questi versi interpretano bene il senso del fato, delle sue regole che non possono essere mutate e che esprimono una forma di rispetto e di umiltà nell’accettare quanto accade e non può essere cambiato.

E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare»

(Inferno, Canto III, 94-96, Virgilio a Caronte)

E quando si vuole indicare una persona arrabbiata, che incute timore:

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
(Inferno, Canto III, 109-111, Caronte)

E l’amore?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense
(Inferno, Canto V, 100-107, Paolo e Francesca)

Quando si leggono questi versi, si prova il turbamento dell’amore, presi da un desiderio viscerale che cerca la simbiosi totale con l’altro. Ti sorprendi e ti chiedi se siano stati i versi a farti scoprire creatura presa dal sentimento per l’altro: ogni volta nel leggerli, si rinnova il fremito e nel ricordo si rinnova la pausa per rivivere l’emozione della passione, dell’intima fusione, con riempimento e capovolgimento del tempo che ti estranea dal tuo presente.

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore».
(Inferno, Canto V, 121-123, Paolo e Francesca )

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
(Inferno, Canto V, 127-138, Paolo e Francesca)

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa, sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
(V, 139-142, Dante dopo il racconto di Paolo e Francesca)

L’uso anche solo di un verso, può sembrare un uso superficiale, quasi un distruggere la grandezza dell’impianto poetico: ma il fatto di essere entrato nel linguaggio comune, nulla toglie alla bellezza del canto, semmai aggiunge una facilità d’uso che a distanza di secoli conferma la veridicità emozionale del verso.

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
(Inferno, Canto XXVI, 112-120, Ulisse)

Qui colpisce il termine “canoscenza” che indica un tipo di conoscenza che non è superficiale e modesta, rivolta al periferico intorno, piuttosto ad una visione profonda del proprio sé e nell’accezione comune viene indicato come un sapere che sappia superare i limiti normali e vada oltre nelle sfere dello spirito. Dante da sapiente quale è stato, conosceva i limiti della conoscenza molto spostati nel profondo del suo io e dell’umana scienza e arrivava a toccare limiti alti nello studio della spiritualità, con un profondo mix di Filosofia e Religione che gli ha permesso di scrivere pagine insuperate di teologia. La sua immensa cultura lo ha autorizzato a scrivere, senza tema di essere smentito, la storia del suo tempo.

Ecco una pagina indimenticabile:

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
(Inferno, Canto XXX III, 1-3, Conte Ugolino)

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.
(Inferno, Canto XXXIII 68-75, Conte Ugolino)

“più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno”: come meglio descrivere in poche lettere la pulsione di sopravvivenza che annulla anche il dolore? E che spesso porta i genitori a vivere oltre la perdita di un figlio. L’istinto supera qualsiasi muro costruito per difenderci dai mostri della solitudine e della disperazione: la morte di chi amiamo fa crescere barriere di dolore che crediamo insuperabili, ma in fine il nostro cuore afflitto sarà schiacciato dall’istinto di sopravvivenza, perché vivere è necessità del corpo, superiore anche all’anima.

L’Inferno finisce con questi versi che danno timbro di serenità alla lettura da renderla felicemente adesa al cielo:

Salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
(Inferno, Canto XXXIV, Explicit)

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
(Purgatorio, Canto I 71-72, le parole rivolte da Virgilio a Catone Uticense, custode dell’accesso al monte del Purgatorio, per presentargli Dante)

Chi può dire di non aver mai sospirato con tali versi cercando in essi un’empatia che conforti, che dia una misura universale al dolore di chi sia vessato da un potere? Sono emozioni del perdente, dello sconfitto che invece di restare nel mugugno addolorato di un carcere, risuonano nei secoli come canto che chieda la possibilità di esprimersi senza paura. Questa è la grandezza di Dante.

E si collega a questo anche il brano seguente, che traccia la figura di chi non deve piegarsi ma restare nella forza delle proprie idee:

 

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti.
(Purgatorio, Canto V, 13-18, Virgilio)

E questi versi seguenti sono per me pane quotidiano:

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’ han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more.
(Purgatorio, Canto VIII, 1-6)

E’ la nostalgia per gli affetti lontani, che oggi, con questo lavoro che distribuisce i figli nel mondo , diventa sentimento continuo. Quell’ora si rinnova ad ogni squillo di telefono, e si mescola con la voglia di non lasciare trasparire nulla, e allora si rimanda sempre quel pianto liberatorio che interrompa la nostalgia, anche se nel dolore.

E poi alcuni versi del Paradiso, che è un tessuto di teologia:

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Paradiso, Canto I, Incipit)

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
(Paradiso, Canto XXXIII, orazione di San Bernardo alla Vergine Maria)

Come non sentire viva la preghiera alla Madonna, così potente da restare nei secoli insuperata per sintesi teologica della sua figura, pur conservando sfumatura di amore che la rende a noi vicina e che nella sua celebrazione non perde nulla della sua umanità: anzi, quel rapporto “Madre, figlia del tuo figlio” sembra squarciare l’Infinito per nobilitare la forza di donare la vita attraverso la maternità.

Credo che tutte la pagine di Dante possano offrire personali mantra capaci di sostenere nei momenti difficili il cuore. La sua lezione di vita, che alla violenza subita ha risposto con la scrittura sbocciata da profonde analisi interiori, deve essere ancora oggi punto di riferimento: rispondere alle offese non per ribattere, ma per abbattere i muri di male con la “canoscenza” che sa guardare in alto.

Maria Rita Bozzetti

Il Dantedì di Mario Graziuso

Non ci lasciamo condizionare dal covid19, ma utilizziamo ogni risorsa per trovare motivazioni e benessere soprattutto mentale.

Un aiuto, pertanto, potrebbe provenire dal celebrare oggi mercoledì 25 marzo, anche da casa, il Dantedì, la Giornata per l’Alighieri istituita ufficialmente a gennaio dal Consiglio dei Ministri, in vista della ricorrenza nel prossimo anno dei 700 anni dalla morte del sommo poeta.

Da parte degli Italianisti e della comunità letteraria era stata annunciata una lodevole programmazione di incontri e dibattiti che avrebbero dovuto in particolare coinvolgere il mondo della scuola e dell’università, ma che possono coinvolgere tutti noi.

E Paolo Di Stefano nel numero 433 del 15 marzo de “La lettura”, supplemento culturale del Corriere della Sera, ha inteso convincere i suoi lettori che, sebbene cada in un periodo di isolamento, il Dantedì di questo anno potrà dimostrare che “è impossibile mettere in quarantena anche la letteratura.

Basterebbe sedersi su una poltrona e prendere in mano la Commedia per confermare questa banale constatazione: prendi e leggi, semplicemente. Fai risuonare la voce e stai a vedere quel che succede.”

Si potrebbe realizzare qualcosa in più, come suggerisce l’Associazione Italiana degli Italianisti, proponendo a studenti e insegnanti, ma l’idea può essere estesa a tutti coloro che vogliano condividere questa idea, di leggere o ascoltare attraverso collegamenti online a mezzogiorno il Canto XXVI dell’Inferno.

Le terzine dantesche possono aiutarci in questo particolare momento, consentendoci di riaffermare il significato “consolatorio, oltre che conoscitivo” della poesia e della letteratura in generale.

Potremo ritrovare serenità e gioia nel pronunciare quei versi che arricchiranno la nostra giornata, offrendoci un senso anche in questi momenti difficili, facendo tesoro di quell’”orazion picciola” con cui Ulisse seppe incitare i suoi uomini a compiere gesta eroiche, per superare difficoltà immani, grazie alla certezza che egli aveva: “Considerate la vostra semenza: /fatti non foste a viver come bruti, /ma per inseguir virtute e canoscenza.”

Virtute intesa oggi in particolare come senso civico quale necessità per rispettare la nostra salute e quella altrui, canoscenza intesa, oggi ancor di più, come ricerca scientifica e impegno professionale, come la comunità scientifica e gli operatori della Sanità testimoniano in queste giornate di grande sofferenza, ma anche di grande speranza perché dobbiamo essere fiduciosi nelle capacità dell’uomo di superare tante avversità, come la storia ci ha insegnato.

Mario Graziuso

P.S. Nell’Angelus di domenica scorsa Papa Francesco ha esortato tutti i fedeli a recitare sempre a mezzogiorno di mercoledì un “Padre nostro”, quale momento comune di preghiera nella Festività dell’Annunciazione. Le due iniziative, per i credenti ed anche per i non credenti, possono essere sicuramente realizzate insieme una dopo l’altra, tanto il tempo è a nostro favore.

Per ascoltare il “folle volo” di Ulisse si può scegliere tra la lettura più “moderna”, accattivante e completa di Roberto Benigni, quella “sacrale” e tradizionale del mattatore Vittorio Gasmann o quella “musicalmente” più ricercata del nostro conterraneo Carmelo Bene, utilizzando i link sottoindicati.

https://youtu.be/UOkgT1iEp0A Roberto Benigni

https://www.facebook.com/117740594915425/videos/vittorio-gassman-recita-il-canto-di- ulisse/784125788276899/ Vittorio Gasmann

https://youtu.be/1xr4FjAEKdo Carmelo Bene

 

Il Dantedì di Marco Graziuso

Danteamente ...” nel senso di Dante a mente, a memoria, è il modo che usa dire Benigni nell’avvicinarsi alla lettura del sommo Poeta.

Perché la poesia è soprattutto voce (in principio era il verbo ...) e la poesia, più che letta, va detta, anzi va ascoltata, sentita.

E’ nell’incontro tra parola detta e parola ascoltata che si consuma il mistero stesso della poesia ... Come dire poesia, allora? Esiste un modo per dire poesia? Voglio chiarire: un modo giusto, uno solo? Sicuramente non solo uno, ma allora che cosa fa chi dice poesia? Per rispondere si può partire da cosa fa il poeta ... anche lui va incontro ... A chi? A cosa? A noi ... Il poeta è un Io che scava, scava così in fondo per cercare sì qualcosa di suo, che gli appartiene intimamente, ma poi finisce che in quel qualcosa ci riconosciamo anche noi ...

Il poeta si è ritrovato, ma ha trovato anche noi, anzi ha incontrato noi. Lo ha fatto seguendo una strada, un sentiero, un fiume i cui argini sono come le due pareti del letto del fiume.

Da una parte la pausa, l’attesa della parola successiva, il respiro che si blocca per riprendere ... Dall’altra la rima, la musica che ritorna, la memoria che ricorda, la parola che si ritrova.

Allora possiamo pensare almeno a tre modi di dire poesia, che poi racchiudono un po’ tutti gli altri. Tre voci che possiamo chiamare Roberto Benigni, Carmelo Bene, Vittorio Gasmann (o anche Vittorio Sermonti).

Se la poesia è il fiume, con la sua acqua che scorre, Benigni si getta per lasciarsi andare, farsi trasportare dalla corrente, per raggiungere la foce del fiume, là dove le acque si incontrano. E in questo viaggio, lasciarsi accarezzare, toccare, sfiorare dalle parole che si incontrano, respirandole tutte ...

Come si getta Carmelo Bene in questo fiume? Sicuramente sceglie di andare contro la corrente, sfidandola e cercando nelle parole ogni appiglio per voler raggiungere la sorgente, dove le acque nascono, volendo catturare il suono-urlo della nascita.

Il terzo modo di entrare nel fiume è di chi vuole entrarci piano, un passo alla volta, appoggiandosi ad ogni pietra-parola e con la cura dell’archeologo studiarla e prenderla un po’ con sé, assecondandola fino a raccontarla.

Marco Graziuso

Il Dantedì di Rosa Anna Valletta

INVIDIA

 

Sotto il pietroso fardello

Percorri i neri giardini

Il peccato è sul tuo tergo

Hai riverso i tuoi occhi sul fratello

Hai succhiato i suoi averi

Hai morso le labbra per invidia

Avido corrodi il cuore

Non ti basta il tuo mantello

Scorgi quello altrui più bello

Bramoso desiderio di folle invaso

Lesini oggi ciò che non è tuo

Piangi domani ciò che hai sognato tuo

Rosa Anna Valletta

Il Dantedì di Giancarlo Vallone

La mia passione per Dante non è stata mai travolgente, e ci saranno diverse ragioni. Mi piacevano quegli scorci storici del poeta, quel suo rendere con una parola l’essenza di un personaggio. Poniamo Federico II. Dopo il liceo però non ho più avuto contatti ravvicinati con la sua opera, perché ho preferito, del tutto aridamente, la lettura delle antiche leggi e degli antichi giuristi; ma qui, improvvisamente dalla pagina di un’edizione dei capitula angioini, e in uno di essi (del 1332), salta fuori, senza vera ragione, questa frase “cum nullus unquam credatur esse adeo impudicus amator, ut amare non desinat eam que recusat amari”. Che bel dire in una legge, ma ci credereste? In un barboso latino forense, e in un testo prescrittivo, che poi vuol punire le donne impudìche, irrompono echi dei versi di quelle celebri terzine (Inf. V, 100ss.):

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Ho fatto la cosa giusta: ho comunicato il reperto a mio padre, Aldo, che fu dantista; e lui si appassionò a questa prospettiva, cioè alla presenza di Dante nella letteratura giuridica (ma conosceva bene le fonti decretalistiche, in particolare di Innocenzo III e di Bonifacio VIII), e, rapidamente se ne impadronì scovando innumerevoli citazioni del poeta nei più disparati giuristi, e ne scrisse.

Sembra che uno dei poteri della poesia sia questo: emergere inaspettata e fare breccia.

Giancarlo Vallone

 

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