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Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 07 Maggio 2011 16:31

Un giorno al nord

Domenica scorsa il direttore Scamardella ha dipinto in modo efficace la situazione italiana nel suo ultimo editoriale del 2010. I giovani si vedono la strada sbarrata e si stanno arrabbiando. La scena politica italiana è ridotta a un tifo da stadio, pro o contro il signor B. E gli unici che ci guadagnano sono i leghisti. Io sono del nord, sono nato a Genova. E anche quest’anno, come ogni anno, per le feste di Natale sono tornato nella mia città. Mia moglie ha parenti in provincia di Pavia, ed è andata a trovarli. Genova è da sempre una città multietnica e non soffre di razzismo ma, oltrepassato l’Appennino ligure, si entra in Padania e si respira un’aria completamente differente. Si respira l’odio. Tutto, ma proprio tutto quello che non va bene in Italia è colpa dei terroni, o degli extracomunitari. Ogni fatto negativo è attribuito agli “altri”, dalle piccole cose quotidiane (in cui si cerca sempre un terrone a cui attribuire la colpa) ai grandi fatti della politica e dell’economia. Roma ladrona non è un detto folcloristico, è una filosofia di vita. La degenerazione culturale del nord Italia è cosa fatta. Se le cose vanno male, è sempre molto utile poter trovare un capro espiatorio e dire: se non ci fossero loro... tutto andrebbe per il meglio. Ha sempre funzionato (dai cristiani ai tempi dei romani, agli ebrei ai tempi di nazismo e fascismo), e la speranza che l’uomo di oggi fosse immune a queste suggestioni è speranza vana. Non serve a niente dire che gran parte del benessere del nord (e non solo d’Italia) è dovuta alle braccia che, dal sud, si sono spostate con grandi sacrifici in una terra nuova e hanno lavorato per portarla alla situazione attuale. Non serve a niente dire che i grossi scandali finanziari, tipo Parmalat o Banco Ambrosiano, sono stati concepiti e perpetrati al Nord. Non è nel ragionamento il filo conduttore del pensiero leghista. Sono le viscere a parlare. Quando Vendola cade dalle scale e ci si rammarica che non abbia avuto danni permanenti... che altro bisogna aggiungere?

 

La prima cosa che gli elettori del sud devono capire è che non possono votare per la lega. Né direttamente, né indirettamente. Non è folclore, sono sono sparate. E’ una subcultura che pervade quell’elettorato. Alla quale non si può concedere nulla.

Detto questo, occorre prendere atto che la classe dirigente del sud ha fallito. Ha fallito quella di destra e ha fallito quella di sinistra. Con sfumature differenti, ma entrambe hanno fallito. Il sud è stato sommerso dai finanziamenti, prima nazionali e poi europei, e il risultato è che la malavita organizzata è ricchissima e potentissima e i problemi ci sono ancora tutti. La questione meridionale è aperta e non accenna a chiudersi. Il suo emblema è la Salerno-Reggio Calabria, costata più di qualunque autostrada al mondo e totalmente inefficiente. O il Ponte sullo Stretto: costato fortune in progettazione e mai neppure iniziato. Nel nostro piccolo potremmo parlare del filobus a Lecce, o di due superstrade parallele per andare da Lecce a Maglie. Molto spesso sono le aziende del nord a guadagnare e a usare questi fondi. Ma non possiamo fare i leghisti al contrario e dire sempre che la colpa è degli altri. Quei soldi sono arrivati qui e sono stati spesi qui. Il direttore Scamardella ha parlato di furto di futuro ai giovani. Se arrivano generosi finanziamenti europei per rimettere in sesto il sud, e questi vengono “distolti” (un eufemismo per dire “rubati”) per fare cose che, alla fine, lasciano tutto come era prima (a parte la ricchezza di qualche furbastro), si è rubato il futuro ai nostri giovani. Perché quei finanziamenti non durano in eterno. Poi ci verrà chiesto il conto. Ci si dirà: i fondi ve li abbiamo dati, voi li avete utilizzati male. Non ve ne daremo più, arrangiatevi. Succederà presto, quando la nostra regione non sarà più nell’area dell’Obiettivo 1 dell’Unione Europea. La corsa a quei fondi, oggi, è nel costruire quanti più porti turistici possibile, o infrastrutture che deturperanno il nostro paesaggio, senza procurare veri benefici. E’ l’ultimo assalto all’ultima diligenza. I politici salentini dovrebbero fermarsi e chiedere: come possiamo disegnare il futuro di questa terra? Con quali risorse possiamo pensare di continuare a prosperare, quando saranno finiti i fondi europei? A me pare che il primo e più grande patrimonio del Salento sia la qualità dei suoi prodotti agricoli. Il miglioramento enorme della qualità del vino ci insegna che si può fare moltissimo anche in altri campi. Poi c’è l’ambiente, prima di tutto quello rurale, e poi quello della costa, del mare. Sono belli perché non ci sono grandi infrastrutture a deturparli. Dobbiamo usarli come attrattiva turistica ma non con la strategia di Rimini. Ne dobbiamo trovare un’altra. Forse quella di Siena.  E poi ci sono i beni culturali. Le architetture storiche, la musica, l’artigianato e la cultura in generale. Sono cose che non si possono fabbricare in Cina o in Serbia. Dobbiamo puntare all’alta qualità e all’unicità del nostro saper fare. E’ inutile pensare che potremo competere con paesi in cui ancora ci sono gli schiavi, se non diventando schiavi anche noi (sta succedendo alla Fiat).

La domanda, quindi, è semplice: come vedete il futuro di questa terra? Come pensate di realizzarlo? Con quali progetti? Questo dobbiamo chiedere ai nostri politici.

Ai nostri politici, poi, dobbiamo chiedere le credenziali. Ci devono mostrare la loro storia e devono dimostrare di essere stati capaci. Ho già scritto molto sugli incapaci al potere e sui capaci scacciati, allontanati. Non è possibile continuare così. Ogni incapace al potere è un motivo di sostegno alla subcultura leghista (anch’essa piena di incapaci, a partire dal figlio di Bossi). I politici di destra e di sinistra dovrebbero fare un esame di coscienza e dovrebbero porsi queste semplici domande sul futuro. E noi che li votiamo dovremmo esigere che lo facciano.

 

 

 

Gli incapaci

Ho già scritto sull’epidemia di incapacità che sta affliggendo il nostro paese ma, dato che nessuno ne parla, desidero riprendere l’argomento. Non è importante quanto si lavora (questo lo si può valutare con un semplice cartellino da timbrare) ma come si lavora. Pare che l’obiettivo più importante sia di far andare la gente al lavoro e di tenerla lì. Che poi lavorino davvero pare non importi molto. Non ci sono valutazioni, anche se le utenze di qualunque servizio sono sempre insoddisfatte. Ve ne siete accorti? Si rimane sorpresi quando qualcuno fa bene il suo lavoro, chiedendo un compenso ragionevole. La normalità è un evento eccezionale. Se si va in un ufficio e si incontra qualcuno efficiente e gentile si rimane sorpresi. Gli artigiani sono più efficienti e devo dire che ne ho incontrati di capaci e onesti, anche se ho sentito storie da far rabbrividire (e le ho viste a Striscia la Notizia). Più aumentano i livelli di comando, più aumentano i livelli di incompetenza. Ci avete mai fatto caso? Persone intelligenti e brave sono ai livelli più bassi e, invariabilmente o quasi, ai livelli superiori ci sono persone con poche capacità. Funziona così. A quei livelli si arriva per appartenenza, per raccomandazione, per amicizia, per parentela, per collusione. E quando si è lì si reclutano altri dello stesso tipo. Piano piano questo modo di reclutare persone ha invaso tutti i gangli del paese. Eh già, c’è la fuga dei cervelli. Ma come mai i capaci vanno via? Come mai non trovano lavoro qui da noi? Il motivo è semplice: perché il sistema privilegia gli incapaci. Gli incapaci hanno terrore dei capaci, perché evidenziano le loro lacune, i loro difetti, la loro incapacità. I capaci danno fastidio e se mai tentano di far valere le loro capacità sono considerati degli spocchiosi boriosi.  E tutti sono contro di loro, cercando di trovare qualcosa che possa dimostrare che anche loro sono incapaci. In modo da schiacciarli, da rigettarli indietro, da inglobarli in una sorta di bozzolo dal quale non possano “dare fastidio”. Mentre gli incapaci prosperano, si difendono reciprocamente, si elogiano e si promuovono, si assegnano fondi e gestiscono progetti. Poco importa che falliscano. Tanto non guarda mai nulla nessuno. Chi deve valutare è un incapace, di solito. I progetti si fanno, si prendono i soldi, i rapporti vengono messi in uno scaffale e vengono dimenticati. Magari dopo un anno o due si ripresenta lo stesso progetto e si riprendono i finanziamenti.

Un paese che scaccia i capaci e promuove gli incapaci non ha futuro. Gli incapaci possono essere rimossi in diversi modi, ma non sono facili. Ci vorrebbe un’autorità superiore che facesse una ricognizione spietata di quanto si è avuto rispetto a quanto si è dato, in termini di realizzazioni. Sto parlando di valutazioni. Penso che nessuna parte politica sia immune al dilagare dell’incapacità e sono terrorizzato dal mio qualunquismo. Senza problemi potrei dare un colpo al cerchio e uno alla botte parlando di cose promesse e non fatte da parte della sinistra, e di cose promesse e non fatte da parte della destra. Vivo a Lecce e vado ogni giorno a Ecotekne, e quindi non posso non vedere i pali del filobus. Abbiamo speso milioni e milioni di euro e i filobus non ci sono. Incapaci al lavoro. Non ci sono scuse. Le risorse sono state spese, il risultato non c’è. Ovviamente c’è il solito scaricabarile di responsabilità. Ma il fatto permane: montagne di danaro spese a fronte di zero risultati. Anzi, a fronte di uno scempio della città. In compenso abbiamo fatto piste ciclabili irrazionali e pericolose. Partendo dalla scala cittadina, si può salire e passare a provincia, regione, stato, e si trovano fenomeni simili. Il paese crolla e frana perché incapaci hanno disegnato una urbanizzazione e industrializzazione folli. Edifici appena costruiti si rivelano inadatti agli scopi per i quali sono stati progettati. Nell’Università ce n’è qualcuno.

Valutazioni quindi. Ma poi? Una volta stabilito che hanno operato incapaci che si fa? Non si possono licenziare, e se si fa causa o se li si persegue, le trafile sono lunghissime (forse ci sono tanti incapaci anche tra chi deve giudicare gli incapaci).

Il problema, comunque, va risolto. Perché altrimenti il sistema crolla sotto il peso dell’incapacità. E se da un sistema si rimuovono per decenni tutti i capaci, mandandoli via o sottoutilizzandoli, e si promuovono gli incapaci, poi si assiste alla impossibilità di formare altri capaci. Rimettere in piedi un paese ridotto in questo stato richiede grande coraggio. I giovani che studiano e lavorano seriamente sono molto ma molto arrabbiati. Hanno assaggiato il benessere dai loro genitori e vogliono migliorare. Invece vedono che la situazione per loro sarà peggiore di quella dei loro genitori. Avendo ottenuto un livello culturale e professionale superiore. Neppure gli incapaci si salveranno, perché i soldi non basta stamparli, bisogna produrre qualcosa di valido che ne giustifichi la stampa. Ma, e questo è un problema mondiale, gli incapaci ci hanno persino convinto che produrre non sia più una cosa necessaria, basta far “girare” i soldi con la finanza. La cultura non si mangia, è vero, ma non si mangiano neppure i soldi.

Cosa devo insegnare a mia figlia? Devo stimolarla a diventare sempre più capace, o devo spingerla a entrare in una confraternita che la proteggerà, indipendentemente dalle sue capacità? La seconda strada, per ora, ha dato maggiori garanzie di successo. Ai giovani posso solo dire di cercare di diventare il più capaci possibile, di lottare per far valere le loro capacità e, se non si riesce, di andarsene via, dove le loro capacità sono apprezzate. Oramai siamo cittadini europei. Chi non ama la capacità non merita di averla a propria disposizione. Gli incapaci, però, devono sapere che prima o poi il conto dei loro danni sarà presentato. Forse loro non pagheranno e si godranno magnifiche pensioni. Mentre i giovani pagheranno il conto di un pranzo di cui non hanno usufruito.

In passato queste cose hanno causato reazioni inconsulte. Speriamo che i corsi e i ricorsi storici non ricorrano ancora.

 

 

Studenti e baroni (massoni)

Gli italiani hanno davvero la memoria corta. C’è stata una riforma di una parte del sistema universitario che è andata contro i baroni. Non l’ha proposta il Ministero dell’Università ma quello della Sanità. Il ministro si chiamava Bindi e propose di imporre ai medici (molti erano professori universitari di Medicina) di scegliere tra il pubblico e il privato. Infatti, proprio come ora, chi lavorava nelle strutture pubbliche poteva anche lavorare in quelle private e, caso strano, le private funzionavano benissimo (e non c’era mai da attendere) mentre quelle pubbliche erano un disastro. Proprio come ora. E spesso gli stessi che non riuscivano a far funzionare le cose pubbliche poi, miracolosamente, diventavano efficientissimi quando si trattava di far funzionare le cose private (le loro). Bindi cercò di rompere questo meccanismo. Tutti i presidi di tutte le Facoltà di Medicina d’Italia minacciarono di dimettersi e alla fine si dimise il Ministro e le cose stanno ancora come le ho descritte sopra. Con qualche eccezione, ma questa è più o meno la regola. I baroni dell’Università, quelli veri, sanno difendere benissimo i loro interessi e non hanno bisogno di manifestazioni di piazza per farli valere. Non mi risulta che questi saranno toccati dalla riforma. Ho già scritto molte volte che l’Università italiana funziona male, ma non credo che i rimedi proposti da Gelmini siano il toccasana, a volte sono fumo negli occhi. Faccio un esempio: abbiamo avuto un Maldini padre che ha avuto un Maldini figlio alle sue dipendenze. Uno faceva l’allenatore e l’altro faceva il giocatore. Nessuno ha gridato allo scandalo, e sapete perché? Perché la presenza di quei due professionisti giovava alla squadra e i risultati c’erano. Questo importa: i risultati. Quando Lippi non ha voluto Cassano perché aveva avuto guai con suo figlio (il figlio di Lippi) ... i risultati non ci sono stati. Giustamente Lippi fu mandato a casa. Sono i risultati che decidono se una scelta è giusta. Lo scandalo di parentopoli non è nel fatto che ci sono parenti negli stessi dipartimenti, lo scandalo è che ci sono persone che valgono poco, e sono lì solo perché sono parenti di qualcuno. Se fossero ottimi professionisti non ci sarebbe nulla di strano. Ne dico una che mi arrovella da tanto tempo. Gli adepti di alcune confraternite giurano di aiutarsi reciprocamente e quindi sono legati da un vincolo di giuramento. Credo che sia così, ho qualche amico “fratello” che me lo ha riferito. Se in commissione c’è un “fratello” e un candidato è “fratello”, i due sono legati da vincolo di giuramento. Anche senza giuramento, la cosa vale per affiliati ad altre confraternite più o meno occulte: questi tipi si aiutano. Dato che le società segrete sono proibite, dovrebbe essere pubblico il fatto che chi è legato da vincolo di giuramento non può essere candidato o commissario in concorsi dove siano coinvolti altri soggetti legati anch’essi da vincolo di giuramento.  Non mi risulta che questo sia preso in considerazione. Se si vogliono colpire certi gruppi di potere bisogna fare questo. E vedrete che gli studenti non scenderanno in piazza. E neppure quei tipi. Hanno altri modi per far valere le loro ragioni. Quando parlo con i miei colleghi non so con chi ho a che fare, non ce l’hanno mica scritto in faccia. Ma quando vedo fulgide carriere a fronte di scarse produzioni scientifiche mi vengono in mente le confraternite (raramente i sindacati o i partiti). Quando vedo gente che non ha mai fatto nulla di rilevante che ottiene finanziamenti faraonici e questi invariabilmente portano a fallimenti, e i fondi sono rinnovati per arrivare ad altri fallimenti... beh, qualche sospetto mi viene. Poi altri, qualunque cosa facciano, di qualunque livello, si sentono sempre dire che “non ci sono soldi”. Così funziona il nostro Paese. E l’Università non è eccezione. Però, lo ripeto, io non mi scandalizzo se un massone fa carriera, o un opus dei, o altri di altre confraternite che neppure conosco. Se è bravo/a va benissimo. Se è indipendente e può dire no, va benissimo. Se invece è un fido scudiero che dovrà sempre dire sì, perché la sua promozione è solo dovuta a appartenenza al gruppo, allora non ci siamo. Quando sono arrivato qui, tanti anni fa, ho ricevuto raccomandazioni da chi doveva vigilare a che non si facessero raccomandazioni. Ho detto pubblicamente che non accetto raccomandazioni e quindi, da allora, non sono persona “affidabile” (e nessuno mi fa più raccomandazioni). Questa riforma non cancella queste cose. Ci vuole ben altro. Il bello è che queste persone sono trasversali, sono a destra e sono a sinistra, nessuno è immune. Sono loro che comandano davvero, e non sarà questa riforma a scalfire il loro potere. Il segreto sta nel promuovere incapaci. Perché gli incapaci ti diranno sempre di sì, i capaci no, i capaci pensano e possono ribellarsi. Con questo sistema la qualità diminuisce sempre più. I capaci fuggono (la fuga dei cervelli), perché sono malvisti, e non hanno spazio. Gli incapaci prosperano. Fino a quando non crolla tutto, perché tanta incapacità al potere alla fine fa crollare il bluff del potere per il potere. La mia impressione è che l’Italia stia scendendo da quella china. Non ho nessuna prova, ma questa è la mia impressione, ed è avvalorata da tanti indizi. Quei ragazzi che protestano forse non sanno neppure cosa c’è scritto nel decreto Gelmini (ma poi è o non è la nipote di don Gelmini? sarebbe un caso di parentopoli, tipo quello del figlio di Bossi... ma chi è che ci fa la morale?), però si vedono la strada sbarrata e il futuro bloccato. Mi pare che abbiano aspettato fin troppo a svegliarsi. Intanto, però, il sistema è bloccato da questa massa di incapaci e dal loro modo di vedere il mondo. Non sarà facile cambiare. Ancora una volta è questione di cultura. C’è la selezione naturale, però. Questo modo di gestire le cose porta al disastro, e chi non vuole continuare così deve essere sempre pronto, se si presenta l’occasione, a cercare di fare qualcosa di diverso. I giovani lo “sentono” e speriamo che riescano a far meglio di quel che abbiamo fatto noi alla loro età.  Ah, un’ultima cosa al nostro Presidente del Consiglio che dice ai manifestanti di non perdere tempo e di andare a donne: alle manifestazioni ci sono maschi ma, davvero, ci sono anche femmine, e si incontrano, si piacciono, e magari finisce anche che fanno l’amore. E ora gli svelo un segreto: lo fanno senza che i maschi debbano pagare le femmine.

 

 

Studenti in piazza

A Londra gli studenti assaltano la sede del Partito Conservatore, a seguito di un forte aumento delle tasse universitarie. A Roma gli studenti assaltano il Senato, a seguito dei provvedimenti contenuti nella legge Gelmini di riforma dell’Università.

Pare che i giovani universitari inglesi e italiani (ma ci sono anche i francesi) non stiano gradendo il trattamento riservato alle strutture in cui stanno cercando di acquisire conoscenza. Siamo in tempi di crisi, e bisogna tirare la cinghia.

Si dice che i Governi debbano operare come buoni padri di famiglia. Mi metto al posto del Governo di un qualunque Paese. Devo tirare la cinghia: a cosa rinuncio? L’ultima cosa a cui mi sentirei di rinunciare è l’educazione di mia figlia (che ora frequenta il Liceo Classico). Prima di tagliare le spese dedicate a lei, taglierei tutto il resto. Persino le medicine per me (non per lei). E’ la cosa più importante che ho, e non ci sono altre questioni che possano passare avanti alla sua importanza. La seconda cosa a cui, assieme a mia moglie, non rinuncerei è la nostra casa. L’ecologia è lo studio della “casa” e quindi dell’ambiente. Quando si decide che bisogna tagliare, a livello governativo, i tagli sono a educazione, cultura e ambiente. Forse è la salute che ha la priorità, ma stiamo tagliando anche quella (comunque è inutile essere sani in un ambiente malato, poi ci ammaliamo anche noi).

Credo che nessun buon padre di famiglia si comporterebbe in questo modo: in tutto il mondo i Governi non prendono le decisioni che prenderebbe un buon padre di famiglia, anche se nessuno ha tagliato l’educazione e la ricerca, solo noi.

L’economia prevale, lo posso capire. Ma se si valuta anche solo in termini economici dobbiamo farli bene, i conti. Prendiamo un esempio: il Veneto. Negli anni cinquanta e sessanta era una regione depressa, e il fulcro dell’economia del Paese era il famoso triangolo industriale: Genova, Milano, Torino, teatro della grande industria (di stato o privata). Poi il baricentro è passato al Nord Est, con la piccola e media industria. In Veneto si è costruito moltissimo e tutto il territorio è coperto da piccole aziende di qualunque tipo. In pieno spregio, ovviamente, delle leggi dell’ambiente che dicono che non si costruisce in certi posti, perché può arrivare l’alluvione. Ora il Veneto è sott’acqua e lo dobbiamo salvare. Io credo che sia nostro dovere, e sono contento se le mie tasse vanno a coprire i costi degli aiuti al Veneto. Però lasciatemi dire che questo sviluppo non va bene. In nome dell’economia violentiamo l’ambiente, e poi dobbiamo pagare prezzi che mettono in ginocchio l’economia.  Quando il nostro Paese non avrà più persone istruite e competenti in numero sufficiente, pagheremo prezzi ancora più cari.

Sono d’accordissimo che si debba tagliare. Credo che abbiamo vissuto troppo tempo al di sopra delle nostre possibilità. Il merito non ha pagato e non paga. Spesso chi appartiene a confraternite (partiti, o associazioni più o meno segrete, confessionali e non) o a gruppi familiari potenti prevale su tutti gli altri. Nel lungo termine questo modo di gestire il paese non paga, e i vantaggi acquisiti diventano svantaggi.

Non credo che il bene stia tutto da una parte e il male dall’altra. Nella riforma Gelmini ci sono cose buone che la sinistra non ha mai avuto il coraggio di fare, però non si possono lesinare i fondi alle strutture pubbliche e trovarne per quelle private.

Il Capo dello Stato continua a richiamare l’attenzione sulla cultura. Il Papa continua a richiamare l’attenzione sull’ambiente. La finanza continua a dominare la scena politica e detta il passo a tutto il resto, causando disastri con il sistema bancario e esigendo fondi pubblici per sanare i suoi fallimenti, spesso privati. Pena il fallimento dello stato.

Piccola nota finale: il sud, con il sistema illegale di produzione di ricchezza, si sta comprando le aziende del nord, e non solo in Italia, e si sta espandendo come nessun altro sistema economico, con una crescita da far impallidire quella cinese. Il bello è che viene persino misurata (la malavita organizzata ricava 100 miliardi all’anno). Ufficialmente il sud è la parte  più povera del paese, ufficiosamente è la più ricca e ‘ndrangheta, mafia e camorra, assieme, sono il nostro colosso produttivo. Il risultato di questo successo economico è il degrado culturale e ambientale. E forse il risultato alla fine sarà lo stesso anche con l’economia legale.

 

 

Un nuovo modello di sviluppo

Il Papa, domenica 14 Novembre, ha invocato un nuovo modello di sviluppo e ha affermato l’importanza dell’agricoltura nella nostra economia. Il Pontefice viene ascoltato come autorevolissima voce quando dice quel che fa comodo a qualcuno, altrimenti viene tranquillamente ignorato.

Se viaggiate ogni tanto sulla statale ionica vi sarete accorti che questa importante arteria è spesso bloccata dalle proteste degli agricoltori. Nessuno ne parla, forse qualche cronaca locale.  Nell’economia mondiale l’agricoltura ha un ruolo secondario. Chi produce beni di importanza vitale (senza cibo moriremmo) si vede offrire prezzi irrisori e poi quei beni arrivano a noi a prezzi esorbitanti. C’è qualcosa che non funziona. I governi pagano gli agricoltori perché distruggano le colture, e quelli che producono ancora sono sconvolti nel vedere che le spese della raccolta superano i ricavi della vendita. Il sistema “libero” sta producendo effetti disastrosi. Chi produce può essere facilmente ricattato, perché i prodotti sono deperibili. Chi trasforma e confeziona, invece, può stoccare le merci e venderle poco alla volta. Così, chi produce alla fonte guadagna sempre meno, e gli utilizzatori finali (noi) pagano sempre di più. Ci impoveriamo noi, si impoveriscono gli agricoltori, e si arricchiscono gli intermediari. C’è qualcosa che non funziona per il verso giusto. Se gli agricoltori nostrani falliscono, e smettono di produrre, gli intermediari comprano i prodotti cinesi, o turchi, o marocchini. Poi li confezioniamo qui e li vendiamo come prodotti italiani. Truffette... che si scoprono molto spesso nel nostro paese e che sono solo la punta dell’iceberg. Se l’agricoltura collassa si muore di fame. Eppure chi produce il nostro cibo è in gravi difficoltà, mentre gli agricoltori dovrebbero vivere benissimo, visto che producono beni vitali. Ma loro sono giusto il primario (producono le materie prime) poi c’è il secondario (la trasformazione) e il terziario (la distribuzione e la vendita). Noi diamo più importanza al secondario e al terziario, in termini economici, mentre il primario non vale nulla. Ma noi non mangiamo le confezioni, mangiamo il contenuto! Le confezioni contribuiscono a formare le montagne di rifiuti che ci stanno soffocando.

I valori sono rovesciati, la furbizia del mediatore prevale sulla sapienza dell’agricoltore. Certo, gli agricoltori dovrebbero organizzarsi, dovrebbero fare delle cooperative, saltare a piè pari i mediatori e collegarsi direttamente con chi consuma (noi). E invece non lo fanno (spesso sapienza e furbizia non vanno assieme) o, se lo fanno, non lo fanno in modo efficiente. A volte trovano più conveniente prendere qualche sussidio che produrre veramente.

Il Papa ci mette in guardia, e ci dice che l’agricoltura ci dà di che vivere, come nessun’altra attività. Qualcuno (qualcuno molto autorevole) ha detto che la cultura non si mangia. E’ giusto. Se stessi morendo di fame e mi chiedessero di scegliere tra la Divina Commedia e un panino con la mortadella... non avrei dubbi. Però non si mangia neppure la carta moneta, e non si mangiano le transazioni finanziarie. Quel qualcuno non produce roba che si mangia. Produce scartoffie, che poi acquisiscono un valore spropositato, ma che non si mangiano, non sostituiscono il cibo. Lo possono comprare. Ma se non ce n’è più... cosa possono mai comprare? I soldi non si mangiano. Le azioni non si mangiano. Neppure i computer o gli spettacoli televisivi, o le automobili, il petrolio.

Sono nozioni elementari, non dovrebbe essere necessario scomodare un Papa per ricordarcele. Un pochino di cultura in più forse ci risparmierebbe di pianificare in modo idiota la nostra vita, facendoci riconoscere l’importanza di chi produce quello che mangiamo. Il Papa dice che bisogna cambiare il nostro stile di vita. All’inizio dell’anno ha detto che bisogna insegnare l’ecologia nelle scuole.

Sono ansioso di vedere chi si rifà ai valori Cristiani che corre a seguire gli insegnamenti papali, facendoli propri e inserendoli nei propri programmi politici. Cambiando l’impostazione dei suoi programmi politici. Sono proprio ansioso di sentire queste dichiarazioni. Ah! dimenticavo. Non mi risulta che nelle appena generosamente finanziate scuole private (molte di ispirazione cattolica) si sia inserita l’ecologia come materia obbligatoria, seguendo le esortazioni papali. Forse mi sta sfuggendo qualcosa.


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