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TRE POESIE PDF Stampa E-mail
Poesia
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Sabato 21 Maggio 2011 16:45

[da A mio padre scrivo

Pieraldo editore, Roma 2004]

 

Un sacco di juta bello largo.

 

Quando sarà,

prenderò un sacco di juta bello largo

di quelli che mio padre teneva

marchiati con le iniziali del suo nome

perché si conoscessero dagli altri,

un sacco di juta bello largo

di quelli che profumano di grano,

e dentro metterò

un po’ di mare e di lune,

di lune gialle rotonde e belle grasse,

di lune piene d’agosto

che si conoscano dalle altre,

e una piccola strada, se ci sta,

raccolta tra due file d’oleandri,

con qualche ramo d’ulivo e qualche foglia

di tabacco e di vigna.

I gridi metterò dei miei giochi bambini,

e pietre rosse di terra, e una mela cotogna,

e una noce col mallo che mi macchi le dita,

e una pentola nera di cucina

che si conosca dalle altre, e si capisca

che ha cucinato per almeno tre vite,

uguale a quelle

sempre pronte a fumare nel camino

della casa del padre di mio padre,

lui sì che aveva sacchi di juta belli larghi,

e anche quelli sapevano di grano,

uno di quelli vorrei avere,

quando sarà,

per riempirlo di soli e di cicale.

 

 

TERRA

 

De sta terra mpastata a sole e mare

è comu sia ca nu su’ mai partutu,

e se la sentu nu pocu respirare

mi pare ca su’ statu sempre qquai.

 

Lu sacciu, nun è facile cu spiecu

quiddhu ca visciu e quiddhu ca me sentu:

ede comu na cosa ca nu sai,

comu nu cuntu, comu nu vientu,

comu na carrareddha longa ssai,

ca nu cumincia e nu finisce mai...

 

Quandu tornu,

e me mbriacu de la voce

de ste campagne stise, e de stu cielu,

ddeventu comu n’arvulu de noce,

nu craggioppu, nu fiuru de limone,

na ficalindia, na ndore de vulìa,

nu sicchiu d’acqua frisca, nu vagnone,

na cosa ca mi pare comu sia

ca su’ mortu o aggiu ‘ncora de nascire...

 

E certe fiate,

prima de durmire,

mi vene ppensu: se nun ja partutu

forsi tuttu st’amore nu mi ssia.

Forsi lu Patreternu aveva vulutu

cu mi descia sta gioia e sta fatìa:

vestutu sempre de sta terra mara

ca è sempre duce comu na poesia.

 

 

 

LA CASA DEL TAVOLO OVALE.

ai miei fratelli Annina e Paolino,

e a chi con noi ha vissuto mille vite.

 

 

Sono andati via tutti.

La nonna, nostro padre, zio Nino, le zie.

Ognuno ci ha lasciato qualcosa,

nella casa che adesso dorme.

 

A chi volesse di noi

non servirebbe neanche risalire le scale

né spingere appena quella porta

così dolcemente socchiusa

per entrare di nuovo in paradiso.

Le pareti vibrano ugualmente

di voci e di sussurri,

le pentole nere nel camino sono ancora calde

e il tavolo ovale, benché nudo,

profuma intenso di pane e di racconti.

C’è quel silenzio quasi di meriggio

quando l’estate gonfiava il basilico sui balconi

e dagli scuri serrati delle finestre

il bagliore del sole disegnava sul pavimento

lame di luce taglienti come pensieri.

 

Siamo sempre tutti lì,

a cogliere un tempo che ci è stato donato,

fatto di stagioni scolpite,

di uomini di terra, di donne madri e sorelle,

di bambini da crescere.

E se anche dolore c’è stato,

in quel piccolo regno solido e sereno,

i rami delle nostre anime

hanno sanguignamente tenuto

alle disperanti ferite,

rinnovando gl’immacolati pudori

del nostro forte respiro.

S’accende ad ogni passo

 

il calendario limpido

di quelle vite inestinguibili,

e ogni ombra si scosta

al ricrescente battito dei sempre freschi giorni.

 

Oggi è certo domenica:

c’è suono di violino nelle stanze,

e la tovaglia brilla di sughi rossi e di mani.

L’archetto di zio Nino, un ricamo nell’aria,

accompagna la danza

del frusciare dei grembiuli.

I candidi letti trapuntati di fiori

sembrano campagne odorose,

e splendono gli specchi lucidati dei comò

quante volte coperti

per tenere lontani i temporali d’autunno.

“Àzzate, san Giuvanni, e nu dormire,

ca visciu tre nuveje caminare:

una d’acqua, una de vientu,

una de triste mmaletiempu…”.

 

Risale fragoroso il palpitante teatro

delle tempeste inattese,

tra il frenetico chiudere d’imposte

e il correre di sedie nella stanzetta buia,

con lo smarrirsi d’occhi

al folgorante crepitio di tuoni e vento.

“Àzzate, san Giuvanni, e nu dormire…”:

anche tuono è la voce di zia Teresina,

prima alta poi quieto riparo,

e non è detto che sia rimprovero o preghiera

quel governare saldo la cadenza dei cori

che copre il fremito delle nostre paure.

 

 

Tra i lampi che rimbalzano sui vetri,

le deboli grida si distendono oltre i muri

e presto toccheranno il cielo.

Poi sarà come sempre è stato:

la sera tornerà a riempirsi di stelle

e il tavolo ovale s’infiorerà di noi,

pronti a seguire la nonna nel mistero.

 

La nonna è la nostra fantasia,

il nostro carro felice.

Quando viene a sedersi, d’inverno specialmente,

le nebbie e il freddo si diradano,

e i cavalli volano ovunque,

portandoci in luoghi di spaventosa tenerezza.

Non scopriremo mai la fine di quei viaggi

sempre uguali e diversi,

“e camina e camina”

anche domani ci addormenteremo.

 

Nostro padre rincasa in punta di piedi

e origlia i nostri sogni.

Per altre mille vite riconosceremo

il suo carezzante silenzio.

Adagia il cappello sulla panca di noce,

siede al tavolo in compagnia dei suoi pensieri,

scopre il piatto, e si versa da bere.

Dal largo bicchiere

il vino spande riflessi arcobaleni:

s’indora di albe e di tramonti,

ed è sole, ed è luna,

mare rosso che sale verso la notte piena.

Di quei bicchieri di vino

sono segnate le nostre sere di settembre,

quando i contadini venivano

per la paga della vendemmia

e li asciugavano tutti d’un fiato

augurando alla nostra salute.

 

Avevano volti di rame e mani d’ulivo,

i loro occhi erano lucenti e profondi

come i pozzi dei desideri.

Tornavano a Natale

con ceste colme d’uova e di formaggi,

che zia Cetta e zia Triestina svuotavano,

riempiendole coi loro dolci di cannella.

 

Così era ogni volta,

in quell’aria d’abbraccio,

quando la casa sempre aperta

s’apriva al venire della gente,

e gli uomini di terra

diventavano maghi e cavalieri,

e apparivano fate,

e la figlia del Re.

 

Dov’eravamo allora,

e in quale tempo?

Finché i nostri figli

ci regaleranno altri padri,

e madri, e candidi letti

trapuntati di primavera,

ogni giorno respireremo

le rigogliose storie di quei giorni.

E il tavolo ovale

sarà ancora un’aia di feste e d’infinito,

un veliero che va,

attraversando tutti gli orizzonti,

oltre sorella morte, oltre la vita.


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