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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 28 Maggio 2011 17:02

Quale Università per il Salento (e per il Paese)?

 

Martedì 8 marzo c’è stata la Conferenza di Ateneo, per fare il punto della situazione dell'Università del Salento alla luce della riforma Gelmini. Abbiamo discusso se le attuali Facoltà si dovranno chiamare Facoltà oppure Scuole, e pare che la maggior parte di noi le voglia chiamare Facoltà. Saranno diverse dalle Facoltà odierne, ma il nome resterà lo stesso. Abbiamo parlato di tante cose che riguardano le norme, l’organizzazione, lo statuto. Sono qui da 24 anni e ho assistito a molti riordinamenti del sistema universitario (calati dal centro, e attuati localmente). Ogni volta che ho iniziato a capire la “filosofia” di una riforma ne è entrata in vigore un’altra, che cambiava tutto. E siamo all’ennesimo cambiamento. Pare che ne arriveranno altri. In molti, alla conferenza, hanno detto che l’Università deve essere il luogo dove si svolge la ricerca (scientifica o umanistica o economico-giuridica che sia) ed è la ricerca a rendere qualificante la didattica universitaria. Il professore universitario, infatti, deve dare contributi originali alla disciplina che insegna. Non basta ripetere quel che si è studiato, bisogna produrre conoscenza nuova. Ognuno nel proprio campo.

Leggo che  gli iscritti all’università pubblica diminuiscono, mentre aumentano quelli nelle università private, tipo E-Campus, del CEPU. Ci sono strutture per la ricerca in queste università? I docenti hanno una produzione che aumenta le conoscenze nelle discipline che insegnano? Mistero. A me fa piacere che ci sia la concorrenza, però deve essere leale. La mia impressione è che si dia l’etichetta di Università a una struttura che non produce nuova conoscenza, dandole la possibilità di erogare lauree, in alternativa al sistema pubblico, assegnandole anche finanziamenti (mentre si riduce il supporto all’Università pubblica). Questa non mi pare concorrenza leale.
A questo punto l’Università pubblica, per stare al passo con la concorrenza, dovrebbe smettere di fare ricerca (la ricerca costa moltissimo e i soldi non ci sono) e diventare un esamificio. E’ questo che si vuole da noi?

 

Forse sì. I laureati non trovano lavoro, i più bravi e motivati scappano all’estero (la fuga dei cervelli) ma la grande massa resta qui. Frustrati, precari, sempre più arrabbiati, senza una visione del proprio futuro. Produrre queste persone costa molto, ma la resa in termini di utilizzo è minima. Il sistema Italia non sa che farsene dei laureati che produce. La mia impressione è che si sia deciso che non vale la pena spendere molti soldi per tenere in piedi un sistema di produzione di buoni laureati che poi non verranno utilizzati (e che magari verranno utilizzati da stati “concorrenti”). Tanto vale far dare le lauree al CEPU. Non costa allo stato, qualcuno ci guadagna, e i laureati non saranno molto arrabbiati, visto che la fatica per arrivare alla laurea presumibilmente sarà poca. Se l’Università pubblica starà al gioco, anche lei diventerà un CEPU e lo smantellamento culturale del nostro paese sarà compiuto. La cultura non si mangia, continuano a ripeterci.

A me pare un disegno mostruoso, e non so se è veramente questo che si prefigge la riforma, anche se pare proprio che si stia andando in questa direzione. Ovviamente tutti si strappano le vesti, dicendo che la ricerca è importantissima, ma poi i finanziamenti sono tagliati sempre più. Per sostenere gli evasori delle quote latte, invece, i finanziamenti si trovano. Posso permettermi di ricordare che siamo l’unico paese al mondo che ha organizzato due G8, uno in Sardegna e uno in Abruzzo, con spese immani per costruire strutture che ora sono in completo abbandono? Per queste imprese i soldi si trovano. Ogni settimana Le Iene e Striscia la Notizia ci mostrano opere costate fortune e abbandonate a se stesse.

Torniamo all’Università. Quello che manca è un disegno strategico oppure, se c’è, io non riesco a vederlo. Deve servire al “territorio”? Allora il territorio ci deve dire cosa vuole. E noi ci dobbiamo organizzare in modo da darglielo. Certo, diventeremo un’Università di provincia, chiusa in se stessa. Oppure potremmo dire: a seguito delle valutazioni è evidente che siamo bravi in un certo numero di discipline. Puntiamo su queste, e proponiamo corsi avanzati, magari in inglese, che attirino qui studenti dall’area mediterranea, e non solo. Se i nostri giovani aspirano a lauree che noi non abbiamo, se ne andranno, ma qui verranno giovani di altre regioni, di altri stati, per seguire i nostri corsi di laurea, perché la nostra offerta si basa sull’eccellenza. In tutto il mondo, le Università eccellenti sono tali perché hanno docenti riconosciuti come eccellenti a livello internazionale (e non perché se lo dicono da soli).

Forse potremmo fare entrambe le cose. Una parte della nostra Università ha i numeri per fare concorrenza al CEPU, e tale deve diventare (mi faccio orrore mentre lo dico, ma questa è la strada che ci si chiede di imboccare), e forse un’altra parte ha la possibilità di competere in campo nazionale e internazionale. Dovrebbero essere le valutazioni a dire quali aree si trovano in una di queste due categorie. In questo modo potremo competere con gli esamifici e anche con le Università vere. Se poi vorremo sviluppare cose nuove, dovremo investire. Chiamare i docenti migliori e offrire loro grossi incentivi a restare. Ma questo, in Italia, non è mai stato fatto. Nelle grandi Università estere è la norma.
Che poi le Facoltà si chiamino Facoltà oppure Scuole, poco importa.

 

 

A che serve il Ministero della Cultura?

 

Lo so, i miei lettori (se ce ne sono) penseranno che sono ossessionato dalla cultura. Hanno ragione. Lavoro in Università e, in teoria, il mio mestiere dovrebbe essere di trasmettere un pochino di cultura alle generazioni che vengono dopo la mia. E’ il modo con cui la nostra specie trasmette le informazioni che, a differenza di molti altri animali, non si trasmettono con l’istinto (come avviene nelle api) ma con l’apprendimento. La cultura si costruisce piano piano ed è il patrimonio più importante di un popolo.

Ma il nostro ministro delle Finanze dice che la cultura non si mangia. In effetti il fallimento del Ministro Bondi è dovuto prima di tutto ai tagli che il ministro Tremonti ha apportato al suo Ministero (quello di Bondi). Schiacciato dalle critiche e dall’evidenza del fallimento del nostro sistema culturale, il povero Bondi ha gettato la spugna. Ho già scritto della promozione del CEPU  a istituto universitario con tanto di inaugurazione del premier. Fino a poco tempo fa, il CEPU era oggetto di barzellette: ma dove l’hai presa la laurea? al CEPU? Ora la barzelletta è vera, proprio come Cetto Laqualunque e la sua politica basata sulle donnine procaci. La cosa peggiore che si può fare a un popolo è togliergli la sua Cultura. E noi, noi Italiani, siamo un popolo che ha talmente tanta cultura che la esporta. La nostra conoscenza ha posto le basi del vivere attuale. Un’altra delle mie ossessioni è che la scienza è parte integrante della cultura, e sulla scienza si basa poi la tecnologia che, almeno lei, è riconosciuta come qualcosa che “dà da mangiare”.

L’elettricità l’ha scoperta Galvani (con esperimenti sulle rane) e poi Alessandro Volta ha trasformato la scienza di Galvani in tecnologia e ha inventato la pila. L’elettricità! Cosa faremmo senza elettricità? Non ci sarebbe la civiltà tecnologica attuale. Marconi ha inventato le telecomunicazioni, con il telegrafo senza fili. E Meucci ha inventato il telefono. Le telecomunicazioni! E Fermi dove lo mettiamo? Con lui inizia l’era nucleare.

E poi penso a Cristoforo Colombo, che postula la rotondità del pianeta, verifica la sua ipotesi con un viaggio, e scopre l’America, portandoci fuori dal Medio Evo. Ovviamente con l’aiuto del Rinascimento. Un fenomeno tutto Italiano. Scienza, tecnica, arte. Nessuno è più bravo di noi! Ma questi signori sono tutti individui. E il “sistema” nel quale vivono, la società italiana, come li ha sostenuti? Che vantaggi ha tratto dal loro genio? Li ha sostenuti poco, e ha tratto pochi, pochissimi vantaggi dalla Cultura che hanno creato. I nostri geni inventano o scoprono le cose, ma altri stati, altre culture, capiscono il valore delle loro idee e le sviluppano, le usano, le fanno diventare globali. Il nostro sistema no.

C’è una mancanza di democrazia in questo. La Cultura è per pochi eletti. Mentre la massa, il sistema, la disprezza e la deride (... non si mangia mica, la cultura!).

Chiudiamo il cerchio e torniamo a Bondi. Il poveretto, che ha tutta la mia simpatia e solidarietà, non è stato messo in grado di fare le cose buone che voleva fare. Se lo prendessero in Germania, a gestire la Cultura, forse farebbe miracoli. Perché lì hanno deciso, nonostante la crisi, di investire in Cultura. E la stessa decisione, in tempi di crisi, è stata presa in USA, in Francia, in Giappone, in Cina. Noi no, noi non siamo mica scemi a spender soldi in cultura! Non si mangia mica, la cultura! Lo so che è la terza volta che lo scrivo, ma questa frase mi ha davvero turbato. Mi ha trasmesso la considerazione nella quale è tenuto il mio lavoro (nessuna) e nella quale è tenuto il sistema culturale del nostro Paese (destinato a passare al CEPU).

C’è qualcosa di perverso che sta accadendo, nel nostro Paese. Anche perché, se non sbaglio, la nostra bilancia dei pagamenti va in attivo solo nei mesi in cui la gente viene qui, da tutto il mondo, per godere di qualcosa che non può essere spostato in Cina o in Serbia: la nostra Cultura. E questa Cultura ci dà da mangiare, più di qualunque altra cosa. La dovremmo custodire, proteggere, valorizzare e sviluppare, anche solo per meri interessi di bottega. E invece la deridiamo, la sviliamo e la distruggiamo. E’ questo che auspica la maggioranza degli Italiani votanti. In democrazia la maggioranza vince, ma non è detto che abbia ragione. Privare un popolo della propria Cultura è un genocidio, perché i corpi fisici restano, e possono anche mangiare, ma se perdono la Cultura perdono l’anima. C’è un genocidio culturale in atto, e lo stiamo affrontando con rassegnazione, senza ribellarci. Anzi, ne siamo fieri. Fieri di non leggere, di non studiare (tanto c’è il CEPU), di disprezzare chi lo fa (ma chi si credono di essere?) e fieri di essere ignoranti.

Il mio non è un discorso di sinistra. Il peggior ministro dell’Università che io ricordi (e li ho visti tutti) è stato Mussi, di sinistra. Bei discorsi e nessun fatto: un velleitario. Il peggior ministro dell’ambiente che io ricordi (e li ho visti tutti) è Pecoraro Scanio, anche lui di sinistra. Gli altri, comunque, con qualche eccezione, non sono stati meglio. Il degrado è generalizzato e la mia diagnosi, per quel che vale, è proprio la deliberata soppressione della Cultura. Abbiamo urgente bisogno di una terapia, perché stiamo entrando nuovamente nel Medio Evo.

 

 

Istruzione pubblica o privata?

 

Il nostro premier ha fatto alcune dichiarazioni riguardo alla scuola. Ha detto che non riflette i valori delle famiglie nell’educazione dei figli, e che tutti hanno diritto a scegliere l’istruzione che vogliono, per i loro figli. Mi pare che nella Costituzione ci sia scritto che questo diritto è sancito, solo che le scuole private devono operare senza oneri per lo stato. Ma forse non conosco bene la Costituzione. Il fatto è che si tolgono soldi alle scuole pubbliche e si danno alle private. Il motivo è chiaro, così le rette scendono e anche chi potrebbe non permettersi una scuola privata può farlo, visto che diventa pubblica (dato che è sostenuta con soldi pubblici). Però il reclutamento dei docenti dovrebbe avvenire con regole trasparenti, altrimenti si pagano con soldi pubblici gli insegnanti scelti con criteri  che potrebbero non essere molto chiari. E’ sintomatico che, in concomitanza con la riforma Gelmini, il nostro premier abbia presenziato all’inaugurazione di E-Campus, l’Università telematica del CEPU. Non mi risulta che abbia partecipato ad altre inaugurazioni di anni accademici in Università Pubbliche.

A quanto dicono i giornali, il CEPU è già stato colto sul fatto, a Perugia, mentre procedeva in modo illegittimo a fornire tesi di laurea preconfezionate ai suoi studenti. Quali dovrebbero essere i criteri di vigilanza sulla qualità dell’insegnamento nelle strutture private?

Un’altra domanda che mi pongo è: ma quali sono i valori della famiglia ai quali si riferisce il nostro premier? Sarebbe troppo facile dire che è divorziato, risposato e in corso di separazione perché la sua seconda moglie è convinta che frequenti minorenni con scopi tutt’altro che educativi! Queste cose dovrebbero farci riflettere sul futuro del nostro sistema formativo.

Il figlio del professionista potrà “comprarsi” la laurea e continuare a svolgere il mestiere del padre, mentre il figlio di “nessuno” frequenterà una buona università pubblica e poi andrà a lavorare per l’inetto figlio del professionista che, senza spintarella, una laurea non l’avrebbe mai presa? E’ un sospetto che mi è venuto.

Poi guardo quel che succede in Nord Africa. I giovani che protestano sono in gran parte laureati. Ma non sanno che farsene della loro laurea. Incautamente, i governi hanno promosso un sistema educativo per tutti, senza però sviluppare politiche di valorizzazione del patrimonio di materiale umano di alto livello che si veniva creando. I giovani con una cultura non sono disposti ad accettare quello che i loro padri semianalfabeti accettavano. E si ribellano. Forse la loro cultura li terrà alla larga dal fondamentalismo religioso. E’ rischioso dare una cultura alla popolazione, se la si vuol tenere sotto controllo.

Sarà per questo che ci viene detto che la cultura “non si mangia”? Sarà per questo che la nostra televisione è infarcita di donnine seminude, di quiz show, di lotterie, di partite di calcio, di insulsi talk show e di reality show? Ci sono nicchie significative (ma ristrette) che vogliono vedere altro. Ma la grande massa non guarda i programmi “culturali”, guarda la melma che ogni giorno tracima nel nostro soggiorno attraverso i nostri televisori.

La cultura è l’anima di un popolo. Se tutta la cultura si basa su un singolo libro (magari sacro) o su nessun libro (nel nostro paese moltissimi non leggono neppure un libro all’anno) è molto facile ottenere consenso e consolare il “popolo” con il famigerato panem et circenses degli antichi romani.

E allora è meglio smantellare il sistema universitario e sostituirlo con il CEPU.

Forse il nostro premier ha solo fatto una battuta. Forse non è questo il suo piano. Ho cercato nel sito di E-Campus e ho visto che nel corpo docente c’è Marcello Dell’Utri che, mi risulta sempre dai giornali, sia stato condannato in via definitiva per reati legati all’organizzazione mafiosa. Dell’Utri è molto legato al nostro premier. E lavora in un’università dove il nostro premier si reca molto volentieri. Questa Università riceverà fondi con questo cambiamento di orientamento? Mi risulta che già il CEPU abbia ricevuto finanziamenti pubblici. Ma spero proprio di sbagliarmi.

C’è qualcosa che non mi convince in tutto questo e penso che le famiglie dovrebbero davvero porsi il problema di quale educazione vogliono per i loro figli.

 

 

 

Il gigante buono

 

La prima volta che ho visto uno squalo elefante ero su una barca di sette metri, e lui, lo squalo, era di otto metri. Vederlo passare sotto la barca mi ha fatto sentire così piccolo e insignificante, una bella lezione. Animali di queste dimensioni, in Mediterraneo, possono solo essere cetacei oppure squali. Lo squalo bianco raggiunge i sei metri, e non è un incontro da affrontare a cuor leggero. Ma se la “bestia” è più grande, allora si può stare tranquilli, si tratta di uno squalo elefante.

L’animale avvistato a Frigole è, con ogni probabilità, proprio uno squalo elefante, o cetorino. Può anche raggiungere i 15 metri di lunghezza, ma da noi in Mediterraneo di solito arriva a 8-10 metri. Quello avvistato a Frigole pare fosse di sei-sette metri, e quindi è un cucciolo!

Lo squalo elefante si nutre di piccoli crostacei e di piccoli pesci, proprio come le balene. E’ un filtratore, ha denti piccolissimi e si procura il cibo procedendo in acqua con la bocca enorme spalancata, in modo da poter utilizzare le branchie come filtro. L’aspetto è spaventoso, ma è solo apparenza.

Da noi è abbastanza comune e, ogni tanto, ne capita uno nelle reti dei pescatori. Una volta un pescatore ne ha trovato uno nelle sue reti, a Porto Cesareo, e lo ha donato al Museo di Biologia Marina “Pietro Parenzan”. Adesso quello squalo fa bella mostra di sé nel Museo, è lungo otto metri, ed è la principale attrazione per le migliaia di visitatori che ogni anno ci vengono a visitare. I più piccoli che entrano in quella sala e se lo trovano davanti restano a bocca aperta, increduli. Per molti, ne sono sicuro, quell’incontro sarà il primo ricordo della loro vita, e forse li avrà fatti diventare rispettosi della natura.

Ci pare strano che il nostro mare ospiti animali di queste dimensioni, come i capodogli che tempo fa sono spiaggiati sulla costa del Gargano, ma non c’è da stupirsi.

Il cetorino è inoffensivo, molto mite. In internet ci sono molte foto di subacquei che si sono immersi vicino a lui, per farsi immortalare vicino al gigante.

Lasciatelo stare, è un animale protetto in molti paesi, non è attrezzato per farci del male, e ha tutto il diritto di vivere. Se volete provare un brivido, tuffatevi in acqua con lui e accarezzatelo mentre vi passa accanto. Sono emozioni che possono cambiarci la vita, in meglio.

 


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