Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Il boomerang dei tagli PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 30 Maggio 2011 13:02

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 29 maggio 2011]

 

Il “Piano Nazionale delle Riforme”, messo a punto dal Ministro Tremonti, conferma e accentua la linea di ‘austerità’ che l’Italia, come la gran parte dei Paesi europei, ha seguito negli ultimi anni. A fronte della più grave crisi economica degli ultimi ottanta anni, si prospettano ulteriori riduzioni della spesa pubblica, che, combinate con l’aumento dei tassi di interesse BCE, non potranno che generare esiti esiziali per lo sviluppo economico e la coesione sociale del Paese e, ancor di più, per il Mezzogiorno. Il deficit pubblico dovrebbe essere ridotto dall’attuale 2.7% sul PIL allo 0.2% in due anni. Il che significa ulteriore riduzione della spesa pubblica combinata con eventuali aumenti dell’imposizione fiscale.  Per recuperare le risorse necessarie al risanamento della finanza pubblica, occorrerà reperire circa 40 miliardi di euro, pari a quasi 2.8 punti del Pil, nel biennio 2013-2014. Minori spese che si sommano ai tagli di circa 12 miliardi l’anno realizzati fra il 2008 e il 2010. Gli investimenti pubblici (in particolare per infrastrutture e trasporti) si sono ridotti, nell’ultimo biennio, da 38 miliardi di euro a 27 miliardi di euro.

Si stima che la riduzione della spesa pubblica nell’ultimo biennio ha determinato un minor tasso di crescita di circa l’1% rispetto a quello che si sarebbe potuto ottenere con spesa pubblica ferma ai valori precedenti la crisi.

 

L’irrazionalità di questa linea di politica economica – evidenziata anche da autorevoli esponenti di Confindustria - si rileva in due considerazioni.

1) L’obiettivo del pareggio di bilancio non può essere conseguito con tagli alla spesa pubblica, dal momento che la riduzione della spesa pubblica riduce l’occupazione e il PIL. Conseguentemente, si riduce la base imponibile e, a parità di aliquota di imposta, si riducono le entrate per lo Stato. Pur essendo questo effetto noto e certo, esso viene totalmente ignorato nell’impostazione prevalente. Le ragioni non sono ben chiare e la motivazione ufficiale a sostegno delle politiche di rigore finanziario riguardano, nel dibattito di questi ultimi mesi, la (presunta) migliore reputazione che un Governo ottiene riducendo la spesa pubblica. In sostanza, si argomenta che il “comportarsi bene” (cioè, adeguarsi all’indirizzo di politica fiscale voluto dalla Germania) protegge l’Italia da attacchi speculativi e la rende più credibile nelle trattative in ambito europeo. Si può obiettare che, a parte il fatto che la reputazione non è una variabile quantificabile e che, dunque, non è possibile stabilire una correlazione fra manovra della spesa pubblica e credibilità del Paese, è molto più ragionevole ritenere che il ‘peso politico’ di un Paese dipenda essenzialmente dalla ricchezza che esso riesce a produrre e, dunque, dal PIL.

2) Per quanto attiene alle politiche monetarie restrittive – sotto forma di aumento dei tassi di interesse BCE -  va innanzitutto precisato che il modesto aumento del tasso di inflazione (dal 2.4% di febbraio al 2.6% di marzo) è interamente imputabile all’aumento dei prezzi delle materie prime importate. E’ ampiamente documentato, su basi teoriche ed empiriche, che l’aumento dei tassi di interesse, in quanto accresce le passività finanziarie delle imprese e dunque i loro costi di produzione, tende a generare un aumento dei prezzi. In tal senso, contrastare le pressioni inflazionistiche aumentando i tassi di interesse è come spegnere un incendio gettando benzina sulle fiamme. Vi è di più. L’aumento dei tassi di interesse riduce il reddito disponibile delle famiglie indebitate con mutui a tassi variabili e, per questo canale, comprime i consumi.

L’impostazione di politica economica che si è delineata ha cominciato ad esercitare effetti rilevanti, e tutti di segno negativo, sull’economia meridionale e, in particolare, sulla tenuta dei bilanci delle amministrazioni locali. Ciò a ragione di una duplice circostanza. In primo luogo, le politiche restrittive esercitano il loro impatto più significativo in aree con alta disoccupazione e con un tessuto imprenditoriale poco innovativo e costituito da imprese di piccole dimensioni. In questi contesti, la riduzione della spesa pubblica non solo riduce l’occupazione, ma riduce ulteriormente i mercati di sbocco delle imprese locali, che operano prevalentemente su mercati locali. In secondo luogo, l’aumento dei tassi di interesse penalizza maggiormente le famiglie indebitate con più bassi redditi, concentrate prevalentemente nel Sud d’Italia.

A fronte di queste scelte, le amministrazioni locali possono fare ben poco. Dovendo rispettare gli stringenti vincoli imposti dal Patto di Stabilità interno (pena il commissariamento o la sospensione dell’erogazione di fondi pubblici), di fatto non possono che replicare, su scala ridotta, le politiche nazionali, con significative riduzioni della spesa locale e conseguente smantellamento dei servizi di welfare e dei servizi pubblici essenziali. I ritardi dei pagamenti alle imprese – da parte degli enti locali - è ormai prassi nella gestione della cosa pubblica di molti comuni del Mezzogiorno. I pagamenti ritardati favoriscono le imprese che dispongono di maggiore liquidità, il che, nella peggiore delle ipotesi, e soprattutto in contesti nei quali è rilevante la presenza della criminalità organizzata, favorisce innanzitutto l’imprenditoria irregolare.

A fronte della scarsità di risorse, e, dunque, della necessità di allocarle nel migliore dei modi possibili, lo strumento del bilancio partecipativo (sperimentato per la prima volta a Porto Alegre, in Brasile, nel 1989) potrebbe costituire un dispositivo adeguato per una maggiore razionalità delle scelte pubbliche. Il bilancio partecipativo consente a piccole collettività di esprimersi in ordine alle priorità di spesa e, oltre ad essere uno strumento di partecipazione democratica ‘dal basso’, può consentire agli amministratori locali di tener conto delle priorità che la maggioranza dei cittadini esprime, evitando, in tal modo, di impegnare fondi per opere che possano rivelarsi di scarsa utilità o, nella peggiore delle ipotesi, per opere che generano opportunità di guadagno a beneficio di pochi e a danno della maggioranza.

 



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