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Stagione teatrale a Lecce
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Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Venerdì 03 Giugno 2011 07:37

[Già pubblicato ne "IL CARABINIERE", aprile 2009]

 

Viaggio nei

PROVERBI D’ITALIA

Tradizione, filosofia, sorrisi e curiosità nell’antica saggezza popolare

 

Ci sono storie che non finiscono mai. Che non si sa neppure quando siano nate e da chi. Storie sempre attuali, capaci di conservare e rappresentare nel tempo il tessuto più significante e profondo della civiltà di un popolo, della sua cultura e identità.

Le storie dei proverbi, ad esempio: pillole di saggezza impareggiabili e inestinguibili alle quali attingiamo, spesso anche inconsapevolmente, come ad una limpida fonte.

Diffusi fin dall’alba dei tempi in tutte le letterature del mondo, compresa la Bibbia, e tenuti in alta considerazione anche dai grandi filosofi greci (come Aristotele, che ne fu il primo raccoglitore), i proverbi rappresentano un prezioso patrimonio di sapere popolare che compendia tutti gli aspetti distintivi della nostra natura e della nostra vita quotidiana, eternamente cadenzati e contrapposti tra bene e male, tra vizi e virtù, tra sacro e profano, in un multiforme caleidoscopio di varia umanità.

Non c’è, insomma, un condensato etico-civile più classico e carismatico, e nello stesso tempo più incisivo e moderno, della “paremiologia”, che è appunto la disciplina che studia e ordina i proverbi. Tanto che perfino le più avanzate scienze della comunicazione devono talora inchinarsi e ricorrere al lampo illuminante di una sentenza tradizionale la quale, anche per la sua concisione di stile, risulta sempre e ovunque accreditata e riconoscibile.

Nel nostro Bel Paese, forse più che altrove, le massime e i modi di dire della tradizione sono abitualmente presenti nel comune lessico di tutti i giorni, e risultano spesso tra le forme discorsive di maggiore suggestione, usate peraltro da ogni classe sociale, e in ogni regione e contrada della Penisola che, pur nelle proprie differenti tipicità, denotano una comune matrice di arguzia e finezza d’ingegno.

Sicché, questo viaggio nei proverbi d’Italia (presentati nella loro originaria struttura dialettale per mantenerne più vivi l’intensità e il vigore espressivo), oltre a proporsi come motivo di esplorazione, rivisitazione e confronto etnico-geografico, intende soprattutto evidenziare alcuni aspetti allegorici e curiosi, che rivelano lo straordinario senso dell’umorismo e la vivacità di spirito, di cui i nostri antichi ‘seminatori di sapienza’ erano sicuramente animati.

A tale proposito, e per introdurre emblematicamente il nostro percorso, basterà richiamarsi ad un singolare quanto arguto adagio del Veneto che, non senza una punta d’ironia, recita testualmente: I nostri veci ga magnà i caponi e i n’ha lassà i proverbi (I nostri vecchi si sono mangiati i capponi e ci hanno lasciato i proverbi).

 

I proverbi del mangiare e del bere, con i quali apriamo appunto questo primo incontro tematico, sono (in tutti i sensi) fra i più gustosi che si possano incontrare nelle varie raccolte regionali. E qualcuno offre perfino riflessioni altamente poetiche. Come questo, della Sardegna: Sa vida e su binu volen assazaòs a ticu a ticu (La vita e il vino vanno assaggiati goccia a goccia). O quest’altro, della Sicilia: La tavula è trazzera (La tavola è un sentiero), dando alle occasioni conviviali il più ampio e simbolico significato di cammino, di saluto, di conoscenza, di comunione. Peraltro, lo stare insieme a tavola, quella che in quasi tutti gli altri luoghi viene normalmente definita ‘la mangiata’, a Palermo si chiama ‘l’addivirtuta’: letteralmente, il divertimento, cioè il gusto vero e il diletto della compagnia.

Di sapore ugualmente epicureo e godereccio è il detto di un’altra grande capitale del Sud, Napoli: Meglio magnà poco e spisso ca fà uno muorzo (Meglio mangiare poco e spesso che fare un unico boccone), con il quale si consiglia appunto di centellinare le vivande, godendone quindi il più a lungo possibile, piuttosto che esaurirne il piacere in un breve lasso di tempo.

 

Napoli e la Campania, si sa, sono un’autentica miniera per i modi di dire (anche e soprattutto sul cibo), che risultano particolarmente pittoreschi, e meritano almeno un altro paio di citazioni.

La prima è dedicata, allusivamente, a chi ha poca ambizione o poca voglia di fare sacrifici: Chi pesce vò magnà i piede s’ha da sfònnere (Chi vuole mangiare pesce deve bagnarsi i piedi). La seconda, pur rimarcando lo scarso nutrimento che può derivare da un umile ortaggio, è una chiara metafora sulla stupidità umana: 'A cucozza comme t'a faje faje, è sempe cucozza (La zucchina, in qualsiasi modo tu la prepari, resta sempre zucchina). In parole povere: se una persona è sciocca e insipida come una cucozza, è inutile tentare di farla ragionare.

A proposito d’incomunicabilità, e divagando per un momento dallo specifico argomento del cibo, a Napoli c’è un'altra tipica locuzione: È comm’o fatto d'e quatte surde! (È come il fatto dei quattro sordi!), particolarmente divertente e curiosa, che si usa a fronte di una situazione o di un discorso particolarmente complicati o confusi. Il detto ha origine da una specie di apologo, che racconta appunto di quattro deboli d’udito, i quali viaggiavano insieme sullo stesso treno. Alla prima fermata in una stazione, un sordo chiede agli altri: - Scusate simmo arrivate a Napule? (Scusate, siamo arrivati a Napoli?) Il secondo risponde: - Nonzignore, ccà è Napule! (Nossignore, qua è Napoli!). Il terzo commenta: - Ah, i' me penzavo ca stevamo a Napule (Ah, io credevo che stessimo a Napoli). Conclude infine il quarto: Maje pe cumanno, quanno stammo a Napule, m'avvisate? (Per cortesia, mai per comando, quando arriveremo a Napoli, mi potete avvisare?).

Il famoso Regimen Sanitatis dell’antica Schola Medica Salernitana, scritto agli inizi del XII secolo per il futuro re d’Inghilterra Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore, può considerarsi uno dei documenti storici più ‘proverbiali’ in materia di educazione alimentare (e non solo). Tra le innumerevoli versioni tramandate fino a noi, sembra giusto riportare qui almeno quella – tradotta dal latino in lingua volgare – che riassume i precetti per una vita ed un’alimentazione sane e corrette: “Se vuoi te vivere sano, le gravi pene caccia, l’adirarti credi insano, parco bevi, cena scarso, fuggi il sonno meridiano, e se mancherai di medici, a te medici sieno la mente lieta, il riposo, la moderata dieta”.

Di uguale tenore, ma molto più lapidario, è il monito che ci viene da questo proverbio della Val d’Aosta: Sobre à la table, santé durable (Sobrio a tavola, salute durevole). Senza infine dimenticare che – come si dice un po’ ovunque – La fame è il miglior cuoco che ci sia.

Non mancano, naturalmente, altre regole e consigli per i cibi e la buona cucina. Per i lombardi La verdura l'è ona pitanza che la voeur condiment in gran bondanza (La verdura è una pietanza che vuole condimento in abbondanza). Nel Trentino-Alto Adige, similmente ad altre regioni, è d’obbligo avere in tavola Pan coi bus, formaj senza bus, e vin che salta al mus (Pane coi buchi, formaggio senza buchi, e vino che salti al muso, in faccia, cioè allegro e frizzante).

E a proposito del nettare di Bacco, mentre a Roma e dintorni possiamo imbatterci in queste colorite riflessioni, che non necessitano di ulteriori commenti: - Sciroppo de botte fa trista la moje e allegra la notte - Vino e maccheroni so’ la cura dei polmoni. - Pe magnà chi magna magna, ma le bevute che sieno paro, in Piemonte (dove di vino se ne intendono!) Ël vin pì bun al’è cul ch’as beiv cun ij amis (Il vino più buono è quello che si beve con gli amici). E non gli daremo certamente torto…

La cucina e la tavola, infine, si prestano spesso ad immagini apparentemente umoristiche ma che invitano a profonde meditazioni. Nel Salento, ad esempio, si dice: Li cuai de la pignata li sape la cucchiara ca li vota (I guai della pignatta li sa il cucchiaio che li rimesta), per significare che le inquietudini e le preoccupazioni di una persona, anche se non si manifestano esteriormente, le può conoscere nel proprio intimo soltanto la persona interessata. Il che richiama un altro noto proverbio, di incerta pertinenza regionale, ma di uguale senso figurato, che così suona: Un libro non si giudica mai dalla copertina.

In Abruzzo, invece, quest’altro bellissimo detto rimarca con sarcasmo l’eterna insoddisfazione, insita nella natura umana: A la signore che magneije li pollastrelle ije venne vulèije de li pera cotte (A la signora che mangiava le pollastrelle venne voglia di pere cotte). Mentre dalle Marche, e indipendentemente dal cibo, gli fa eco un autentico inno alla bellezza della vita, racchiuso nel dolce-amaro e comunque poetico Lu munnu è ‘na valle de lacrime, ma ce se piagne tantu volintieri. (Il mondo è una valle di lacrime, ma ci si piange molto volentieri).

 

Per concludere l’argomento del mangiare e del bere, e dandovi appuntamento alla prossima puntata (con i detti sull’amore e sulla donna), mi sembra opportuno, e spero anche gradevole, riportare qui la gaudente rappresentazione che Giovanni Boccaccio (1313-1375) fa nel Decamerone dell’immaginario Paese di Bengodi, poi diventato un proverbiale modo di dire, oltre che il sogno proibito di tutti i ghiottoni: «…una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denajo e un papero per giunta. Et eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facean che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi li gittavan giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva. Et ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi dentro gocciol d’acqua».

Non meno fantastica è la descrizione del Paese di Cuccagna, che Teofilo Folengo (1491-1544), due secoli dopo, darà nel “Baldus”: «…c’è qui una montagna che si leva fino alle scarpe della luna: Alpi di formaggio, ora tenero ora ben stagionato… Al basso corrono giù cavi fiumi di buon brodo che vanno a finire in un lago di zuppa, in un pelago di stracottini… Ci sono poi costiere di burro tenero e fresco, e cento pentole fumano alle nubi, piene di casoncelli, di gnocchi, di tagliatelle…».

Acquolina in bocca? Bene: buon appetito! E arrivederci a presto.

(Roma, aprile 2009)


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