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Programma gennaio 2019
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Nel giardino dell’Eden 13 PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 05 Giugno 2011 08:26

A ciascuno il suo mestiere


Il prof. Umberto Veronesi è un luminare della medicina. Un grande scienziato. Se mai dovessi ammalarmi di cancro, mi metterei nelle sue mani, potendo scegliere. Però, se dovessi chiedere a qualcuno di progettare una casa dove vivere, be’ andrei da un architetto per fare il progetto, e da un ingegnere per renderlo esecutivo. Mica andrei da un medico! E se dovessi coltivare un campo, forse chiederei ad un agronomo, no? A ognuno la sua scienza. Ho sentito un esponente politico dire: se il nucleare può avere effetti sulla salute, e far insorgere patologie oncologiche (traduco: far venire il cancro), chi meglio di un oncologo per vigilare sul nucleare? Eh no! Non funziona in questo modo. Veronesi cura le malattie che potrebbero insorgere in seguito a problemi con l’energia nucleare, ma non è nelle sue competenze progettare centrali che elimino i rischi oncologici per la popolazione. Questa è competenza di fisici e di ingegneri nucleari. Uno a caso: un premio Nobel per la fisica. Lo abbiamo, si chiama Rubbia. E lui non è d’accordo con Veronesi. Se devo ascoltare qualcuno sul cancro ascolto Veronesi, ma se devo ascoltare qualcuno sul nucleare ascolto un premio Nobel per la fisica.
Conosco personalmente tre premi Nobel. Uno si chiama Tim Hunt, e ha chiarito il modo con cui si svolge il ciclo cellulare. Poi c’è Christiane Nüsslein-Volhard, una biologa molecolare, e il più simpatico si chiama Torsten Wiesel, un neurobiologo.  In occasione di uno dei nostri incontri, il presidente della Stazione Zoologica di Napoli ha chiesto a Wiesel se poteva tenere una conferenza inerente la biologia marina. E Torsten, un vero gigante della scienza, ha detto: ma io non sono mica competente in questo! Non è che, perché ho preso un premio, divento esperto in qualunque disciplina. Ho avuto il privilegio di conoscere altri scienziati (senza virgolette) di fama mondiale, e tutti sono persone umilissime. Tanto più sono grandi, tanto più sono modesti. Ora, Veronesi viene visto come un essere divino dai malati, può dar loro la vita quando temono di perderla. E’ una persona a cui si bacia la mano. Io lo farei, se mi salvasse la vita, o se salvasse la vita di un mio caro. Però, un giorno, ho letto una sua dichiarazione sull’essere vegetariani, ed ha giustificato la sua scelta (di essere vegetariano) dicendo che i nostri cugini scimpanzé (la specie a noi più vicina) mangiano frutta, e quindi anche noi possiamo vivere senza la carne. Mi vanto ancora un po’. Conosco anche Jane Goodall, la scienziata che più di ogni altro ha chiarito la biologia e l’etologia degli scimpanzé. Gli scimpanzé cacciano, uccidono altre scimmie, o altri animali, e se le mangiano, alternando una dieta a base di vegetali con una a base di animali. Proprio come noi. Nei film di Tarzan, invece, Cita mangia solo banane, e probabilmente è su questa fonte che Veronesi ha basato la sua convinzione del fatto che gli scimpanzé siano vegetariani!
E quindi: i medici lavorano per curare le malattie, ma qui stiamo parlando di produrre energia in modo da non far venire le malattie. Non è un compito da medici! Un conto è curare i tumori, e un altro è di produrre energia in modo che non ci vengano i tumori. Veronesi è un oncologo, non è un etologo (non sa cosa mangiano gli scimpanzé) e non è un fisico nucleare. Il suo posto è in un ospedale a curare i malati. Non a pianificare la produzione di energia nucleare. Quando dice che se le metterebbe in camera da letto, le scorie nucleari, è facile che esprima pareri simili a quelli che ha espresso sulla dieta degli scimpanzé. Non c’è un modo sicuro per sbarazzarsi delle scorie nucleari. I loro effetti durano troppo a lungo, e non sappiamo quanto le protezioni che potremmo predisporre siano davvero in grado di durare tanto. Che eredità lasciamo alle generazioni future? Io mi sentirei sicuro se Veronesi fosse in sala operatoria e Rubbia a progettare centrali. Non sarei contento di vedere Rubbia col camice verde e un bisturi in mano. Come non sono contento di vedere Veronesi in camice bianco a disquisire di dove mettere le scorie nucleari. Mi spiace, non mi fido di questi esperti improvvisati. Che non hanno neppure un premio Nobel! E quest’anno alla Fondazione Veronesi il mio 5 per mille non lo darò. Lo darò all’Università del Salento!

 

 

Un futuro dopo il nucleare: onestà e competenza

 

E così abbiamo detto addio al nucleare. Chi diceva che non ci fosse altra alternativa ora ci ripensa e dice: no, abbiamo scherzato. Abbiamo fatto meglio i conti e ci siamo resi conto che i costi per dismettere le centrali non sono stati conteggiati (e sono altissimi) e poi, sapete una cosa?, non sappiamo come smaltire le scorie! Nessuno lo sa.

Ma guarda un po’. E quindi non conviene economicamente ed è una follia per la sicurezza delle generazioni future, e anche per la nostra. Ma queste cose le dicevano da sempre quelli che si opponevano alle centrali. Il vero motivo per cui si fa marcia indietro è che al referendum la gente sarebbe andata a votare, e avrebbe votato no. E allora... l’uva è acerba, come disse la volpe che non riusciva a prenderla. Chernobil non è bastato, c’è voluta anche Fukushima. Nel frattempo vediamo che per installare gli impianti solari si usano gli schiavi. Oppure che si fanno cose encomiabili, come i filobus a Lecce, ma poi non si realizzano fino in fondo. Ci sono i pali e i fili, ma i filobus non ci sono. E comunque pali e fili non arrivano fino a Ecotekne, dove il filobus sarebbe davvero necessario.

Da una parte si sfianca il paese per spendere meno soldi pubblici, dall’altra si spendono montagne di denaro per imprese che non portano a niente. Tipo le installazioni per i due G8 (prima Maddalena e poi L’Aquila), costati fortune e ora in completo abbandono. Credo che l’Italia sia l’unico paese al mondo ad aver organizzato due G8 al posto di uno. Ogni giorno Striscia la Notizia ci fa vedere complessi architettonici degni di un faraone ma in completo abbandono. Mai finiti, ma costati fortune. La sanità nel nostro paese ha costi inaccettabili, a fronte di servizi non sempre impeccabili. Non riusciamo a smaltire la spazzatura domestica, figuriamoci le scorie nucleari. E purtroppo ne approfittano tutte o quasi le amministrazioni. Di destra e di sinistra. Quegli sprechi no, quelli non riusciamo proprio ad eliminarli. Tutti sanno che la Salerno-Reggio Calabria è una vergogna nazionale, ma i lavori fasulli continuano come se niente fosse.

Si pensava che le privatizzazioni avrebbero risolto tutti i problemi. E invece, chissà perché, i privati, invece di pensare al bene comune pensano al proprio. I treni vanno peggio di prima, non parliamo delle poste, qualcuno ci capisce qualcosa nei telefoni? Tutto quello che è stato privatizzato costa di più e funziona peggio. Ricordo che le privatizzazioni le ha iniziate un governo di sinistra.

L’accettazione rassegnata di questa tragedia nazionale, basata sulla disonestà generalizzata, si basa sul qualunquismo del “tanto sono tutti uguali”. Ci si assolve dalle proprie colpe stigmatizzando le colpe degli altri.

Non credo che questa analisi possa essere modificata un gran che. La domanda è: un sistema che si lancia in gestioni follemente costose (e che effettua “minori spese” su scuola, università, ricerca e innovazione, beni culturali, pensioni, ambiente, etc.) può durare a lungo? La risposta è ovviamente no. Quando abbiamo abbandonato il nucleare avremmo dovuto lanciarci anima e corpo nella ricerca sulle energie alternative. Lo abbiamo fatto con l’idroelettrico, ma abbiamo abbandonato il solare, su cui eravamo pionieri. Se avessimo dedicato 30 anni di ricerca all’energia solare, mentre tutti si lanciavano nella folle avventura nucleare, oggi potremmo vendere tecnologia pulita a tutto il mondo. E invece siamo sempre qui, a comprarne. Tra parentesi, le centrali nucleari che avremmo dovuto costruire le avremmo comprate dalla Francia!

Uscire dal circolo vizioso in cui ci siamo cacciati deve essere possibile. Abbiamo solo uno strumento per farlo: il voto. Dobbiamo chiedere ai politici che ci risparmino frasi ad effetto con faccioni sorridenti e rassicuranti. Dobbiamo chiedere che ci facciano l’elenco dei problemi che ritengono più rilevanti, e che ci spieghino come pensano di risolverli. Basta discorsi generici. Basta indicare le colpe degli altri. Credo sia chiaro che gli italiani hanno perso fiducia nella classe politica e oramai “tifano” per una parte o per l’altra solo per abitudine, oppure non si interessano più, e non votano. Non ci possiamo permettere una gestione della nostra vita basata su questi presupposti.

Ci sono parole oramai cadute in disgrazia che dovrebbero diventare il metro di misura delle persone. Mi vergogno quasi a scriverle: onestà e competenza. Non sappiamo che farcene di onesti incompetenti, e anche i competenti disonesti sono letali.

I candidati a cariche elettive dovrebbero dimostrare, con la loro storia, di essere sia onesti sia competenti. Non so perché, ma l’impressione che ho dalla nostra classe politica, con le dovute e rare eccezioni, è che sia fatta di onesti incompetenti, di disonesti competenti e, e forse è la componente più rappresentata, di disonesti incompetenti. Gli onesti e competenti sono mosche bianche, e di solito vengono trattati come pecore nere. Io voterò per chi riuscirà a convincermi dalla sua onestà e della sua competenza, qualunque sia il suo colore politico. Ah, il cinque per mille a Veronesi proprio non lo darò (credo abbia preso abbastanza fondi dalle industrie del nucleare). Lo darò all’Università del Salento.

 

 

Ancora sul futuro del Salento


Ho letto con piacere la risposta del Prof. Aldo Romano ai miei commenti sulla sua proposta di “fare come la Cina, l’India e il Brasile” nel nostro Salento e, proprio da quella risposta, temo di essermi spiegato male. E’ ovvio che concordo con lui sulla necessità di un motore di innovazione scientifica e tecnologica nel nostro paese, e non solo in Puglia o in Salento. Le mie perplessità riguardano come indirizzare questa ricerca, e mi permetto di ribadire che i modelli cinesi, indiani, e brasiliani (anche se il Brasile si discosta un pochino) non mi paiono ottimi. Questi paesi hanno scelto il degrado ecologico (il Brasile cerca di rimediare, però) e hanno puntato tutto sullo sviluppo economico. Lo abbiamo fatto anche noi, qualche decennio fa, quando abbiamo creato due grandi poli industriali a Brindisi e a Taranto. Lo ha fatto la mia Genova, nel secolo scorso, quando diventò uno dei vertici del triangolo industriale (Genova, Milano, Torino) con lo sviluppo di grandi industrie pesanti. Lo stesso fece Napoli, con Bagnoli, o Venezia, con Mestre, o Trieste, con Monfalcone. A Napoli hanno smantellato le acciaierie di Bagnoli e lo stesso si sta facendo a Genova. Quelle industrie hanno portato lavoro e ricchezza, ma hanno anche devastato l’ambiente e la salute umana, proprio come fanno i poli industriali che abbiamo qui da noi. Costa meno produrre in Cina, e lì sono disposti a prendersi la devastazione ecologica in cambio di sviluppo economico. La mia modesta opinione è che se facciamo qui le cose che si possono fare anche in Cina, o in India o in Brasile, non riusciremo a farle con la stessa competitività, perché, per farle, dovremo dire addio alle leggi che proteggono l’ambiente  e la salute umana (spesso disattese, comunque). Volete che non inquiniamo? ci chiedono gli industriali. Allora i costi salgono, e dobbiamo chiudere. Scatta il ricatto occupazionale e si preferisce il degrado alla disoccupazione.

Secondo me la strada per competere con questi paesi emergenti (e incuranti del proprio ambiente) non è di fare come loro. Dobbiamo inventare tecnologie che ci permettano di produrre senza inquinare, senza produrre rifiuti. Tecnologie che consumino meno energia, privilegiando l’efficienza delle strutture, e non solo la produzione lorda, conveniente solo se i costi ambientali si esternalizzano, accollandoli alla collettività o alle generazioni future, come i costi di dismissione delle centrali nucleari. Non conteggiati nei costi di costruzione e gestione di queste opere di alta tecnologia. E poi dobbiamo produrre cose che abbiano il valore aggiunto di essere prodotte qui. Perché il Primitivo di Manduria non è uguale al Primitivo di Manciuria! Anche se si prendono i vitigni del primitivo e li si coltiva in Manciuria, producendo una copia del nostro primitivo. I Salentini hanno già fatto una rivoluzione tecnologica, proprio con il loro vino. Qualche decennio fa il vino pugliese era usato per tagliare i vini deboli (ma nobili) del nord. Vino da taglio. Venduto per poche lire al quintale. Vigoroso sangue plebeo per rinforzare il rammollito sangue dei nobili. I Salentini hanno imparato a fare il vino, sono diventati enologi, hanno evoluto tecnologie avanzate di vinificazione, e ora vendono il loro vino in tutto il mondo. E’ stata una rivoluzione. Ci attende ancora quella dell’olio che, comunque, un tempo veniva venduto proprio come il vino da taglio. Le olive davano olio lampante, venduto per illuminare le strade di Londra, tra l’altro, prima dell’avvento dell’elettricità. Ora si produce olio extravergine, con tutt’altro prezzo, ma ci sono ancora margini di miglioramento. Dobbiamo migliorare le tecnologie per salvaguardare i nostri beni culturali, che non possono essere fruiti se non qui. Possiamo inventare nuovi modi di costruire le case, in modo che non richiedano energia ma che, invece, ne producano. Dobbiamo fare come i Cinesi, gli Indiani e i Brasiliani nel puntare sulle tecnologie, concordo. Ma non lo dobbiamo fare come lo fanno loro. E dobbiamo stare molto attenti alle delocalizzazioni, perché portano all’arricchimento di chi possiede le aziende, ma impoveriscono chi lavora(va) in quelle aziende. Ricordo che molte multinazionali del turismo hanno fatto base qui, per sfruttare le nostre bellezze naturali, costruendo villaggi vacanze i cui introiti vanno all’estero, e noi svolgiamo solo ruoli di servizio. Siamo la meta di delocalizzazioni, ve ne siete accorti? Le nostre aziende produttive, tipo il calzaturiero, emigrano in Albania, per la manodopera a basso costo, e ci sono aziende dell’industria del turismo che delocalizzano da noi perché abbiamo le bellezze naturali. Ma non ce ne accorgiamo e le lasciamo sfruttare da altri. Benissimo delocalizzare un certo tipo di industrie (anche se c’è molta ipocrisia in queste politiche), malissimo non accorgersi dell’unicità del nostro patrimonio e pensare di fare come i destinatari delle delocalizzazioni (Cina, India, Brasile). Le tecnologie sono solo strumenti, per utilizzarle e svilupparle al meglio ci vuole una strategia, altrimenti i nuovi centri potrebbero andare incontro agli stessi problemi di quelli che li hanno preceduti e che, ora, sono chiusi o sono in difficoltà (con qualche nobile eccezione).

 


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