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Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Critica letteraria
Scritto da Antonio Prete   
Giovedì 09 Giugno 2011 08:18

[L'Associazione per la storia e le memorie della Repubblica e la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università "La Sapienza" di Roma nei giorni 25-26-27 maggio 2011 hanno promosso un seminario sullo stato di crisi dell’unità nazionale. Riportiamo qui alcune riflessioni di Antonio Prete]


I passaggi che seguono potrebbero servire da sponda –o da abbreviato punto di riferimento- per alcune riflessioni e discussioni da svolgere nel corso del Seminario. Si tratta di percezioni più che di vere analisi. Una soglia eventuale da cui muovere per ulteriori approfondimenti, per obiezioni e considerazioni.

 

Un’osservazione, che è una premessa. Nell’arco degli ultimi trent’anni i processi di unificazione del Paese –che con la nascita della Repubblica si auspicava potessero  subire un balzo- hanno mostrato non solo un rallentamento ma una vera crisi, mentre, all’opposto, si sono accentuati i modi e le forme di una progressiva uniformazione a modelli di consumo, a costumi veicolati dalle mode, a un immaginario diffuso dai mezzi di comunicazione. Invece di un’unità, che avrebbe presupposto per se stessa l’articolazione delle differenze, è diventata prevalente un’uniformità nei processi di mercato. Uniformità che, mentre trasforma le differenze in particolarismi, in artificiali rivendicazioni di identità o appartenenze o radici, favorisce la passiva disposizione ad accettare modelli di vita “esteriore”: desideri e bisogni sempre più orientati dal sistema mercantile della comunicazione, dalla diffusa spettacolarizzazione delle esistenze, dalla pervasività della moda e della pubblicità.

 

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Le domande –periodicamente riproposte-  intorno alla funzione degli intellettuali, pur riconoscendo la crisi e l’eclisse stessa dei ruoli critici dinanzi ai nuovi assetti sociali e alla nuove forme di produzione del sapere, dei saperi, tendono a trascurare la questione della responsabilità dell’intellettuale nei confronti delle specifiche forme e dei linguaggi con cui egli si trova ad operare: è nel linguaggio, nella sua vita e nelle sue forme, che si definisce la fisionomia e la singolarità dell’ azione culturale.  Inoltre, queste periodiche domande intorno alla funzione dell’intellettuale rendono spesso opaca –o non assumono come necessario elemento di confronto- la sopravvenuta espansione pressoché egemonica degli stili mercantili e delle forme di spettacolarizzazione capillarmente penetrate in tutta la società. E’ questo scarto e questa discrasia che fanno apparire desueta e polverosa la ricorrente questione  sul ruolo dell’intellettuale.

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Negli ultimi anni le diverse mutazioni sopravvenute nell’editoria –espansione della produzione libraria, concentrazioni e accorpamenti di grandi gruppi, progressiva e rapida adeguazione ai modi di produzione aziendale, alle loro leggi, con conseguente attenuazione del compito di ricerca e di formazione critica- si possono vedere compendiate in alcuni passaggi: la redazione è stata sempre più sottratta all’ordine delle scelte culturali e connessa ai principi e alle esigenze del management e del marketing ; il sistema di distribuzione e di esposizione e vendita del libro e gli stessi interventi legislativi hanno sacrificato la piccola editoria, che pure in gran parte ha provveduto a tenere in vita quelle funzioni culturali, d’invenzione e ricerca, spesso  abbandonate dalla grande editoria; le riviste di cultura –filosofiche, letterarie, storiche, politiche- che erano anche luoghi di confronto, di formazione e di intervento critico, hanno subito un forte ridimensionamento per via dell’abolita distribuzione nelle librerie (fenomeno non compensato in tutti i suoi aspetti dalla sopravvenuta e sempre più diffusa presenza delle riviste nella rete).

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La sconnessione tra università e mercato del lavoro ha raggiunto limiti estremi. La stessa organizzazione degli studi universitari, la loro adeguazione, con la riforma detta del 3 + 2,  a criteri europei e i successivi interventi e aggiustamenti degli ordinamenti didattici non hanno fermato processi di disgregazione e di impoverimento della funzione formativa propria dell’ università. La proliferazione di discipline e di esami, la quantificazione del tempo-spazio didattico, la disseminazione di propaggini universitarie nel territorio, l’estensione del precariato, i sistemi tutt’altro che limpidi dei concorsi,  il prevalere, per i docenti, del tempo didattico sul tempo della ricerca, la fragilità dei sistemi di valutazione scientifica, hanno finito col trasformare gli stessi modi di trasmissione del sapere. Ad esempio, è pressoché scomparsa la forma-seminario, che, nella sua relativa autonomia dal sistema di valutazione, era uno dei luoghi in cui sapere e ricerca si connettevano,  sullo sfondo di una reciproca conoscenza dei soggetti attivi e di un loro dialogo. Alcune di queste funzioni si sono dislocate nei dottorati di ricerca. I quali riflettono la crisi più generale dell’università, anche perché  privi di ogni connessione sia con un sistema di reclutamento universitario -allo stato attuale assente-  sia con la scuola o  con altre istituzioni culturali.  Per altro verso la scuola pubblica è da tempo in attesa di una riforma che ne rilanci  la funzione in modo forte, ristabilendo il suo fondamentale compito culturale e formativo, ridefinendo la formazione didattica e scientifica dei docenti, dando al loro ruolo la piena dignità e un corrispettivo economico adeguato alla funzione. Questa situazione già di per sé fragilissima è aggravata  dall’assenza di una politica che consideri la ricerca come strumento necessario alla sopravvivenza anche economica, non solo culturale, del Paese e che tuteli davvero il patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico.

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La letteratura, negli ultimi decenni, appare orientata da processi mercantili che promuovono il consumo di un “romanzesco” assimilabile a quello veicolato dai mezzi di comunicazione visiva. L’invenzione di forme, la singolarità degli stili,  la pluralità dei modi di scrittura –dal frammento alla poesia, dal dialogo all’ essai, dal racconto breve alla prosa non romanzesca-  appaiono sospinte su posizioni marginali. La stessa attenzione ai classici sembra attenuarsi, segno di una perdita di valore della tradizione a vantaggio di una contemporaneità tutta dispiegata intorno alla dominanza del mezzo televisivo. E’ come se il sapere tendesse a rinunciare sia alla verticalità storica sia alla replica interiore e immaginativa. Quanto alle forme narrative vulgate, diventano prevalenti i generi –noir, poliziesco, saga familiare, fantasy, biografia, romanzo a sfondo storico- più facilmente omologabili ai modi propri del fantastico televisivo.

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E’ forse possibile leggere, nello svolgimento delle forme letterarie, un altro passaggio.  Il Sud, la rappresentazione delle sue condizioni, dei suoi mali, delle sue culture e tradizioni e caratteri –basti pensare al non incremento della vocazione agricola, alla forzata industrializzazione e al suo rapido smantellamento, agli effetti culturali e sociali provocati dalle migrazioni e dal loro rientro-  non trova più (al di là di alcuni efficacissimi racconti-inchiesta sulla criminalità) una relazione con la scrittura letteraria, con le forme proprie della rappresentazione. Insomma non c’è più una “letteratura meridionale”, e questo non perché la questione meridionale abbia trovato soluzioni nel processo di unità nazionale né perché l’unificazione europea ne abbia reso irrilevante la specificità, ma forse perché è diventata prevalente, letterariamente, l’attenzione a un Sud cristallizzato nelle sue figure più stereotipate, nei suoi paesaggi e costumi da cartolina o da narrazione caratteristica e di maniera. Questo processo di  distanziamento  del paesaggio geografico e umano del Sud dalle forme letterarie non pare riguardare i modi della rappresentazione filmica, la quale anzi mostra su questo piano un’accresciuta vitalità. C’è tuttavia da ribadire, più in generale, che sul piano della rappresentazione letteraria e artistica,  tra le forme dell’accadere e le forme del dire non c’è mai una relazione diretta, ma c’è, in mezzo,  un processo di traslazione, di trasposizione, di metamorfosi.

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Un esempio di come la rappresentazione del particolare –di cultura, di lingua, di tradizione, di modi immaginativi – possa non essere né risospinta verso l’asfissia provinciale del chiuso territorio né verso mitografiche radici e tanto meno verso il folklore: la vitalità, in Italia,  della poesia affidata alle lingue dialettali. Nella poesia  in lingua dialettale invenzione linguistica, elaborazione di forme e rappresentazione del mondo rurale e delle sopravvenute trasformazioni hanno proceduto insieme, mostrando come l’unità linguistica nazionale possa essere arricchita dalla pluralità creativa dei dialetti.

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Analfabetismo di ritorno, ritardi nei processi di acculturazione, scarsa estensione dell’abitudine alla lettura e, soprattutto, debole diffusione dell’educazione linguistica sono fenomeni che riguardano l’intero territorio nazionale. In particolare sull’educazione linguistica lo scarto dagli altri Paesi europei è consistente. La promozione del multilinguismo è lontana dall’essere avviata e formalizzata nelle istituzioni scolastiche. Come è disattesa  la proposta dell’Unione Europea –rapporto della Commissione Maaloof-  di favorire in tutte le scuole, accanto all’apprendimento di una lingua di comunicazione internazionale, l’apprendimento  di una lingua personale adottiva,  una lingua d’elezione che permetterebbe ai giovani di sviluppare una relazione profonda con tutti gli aspetti di quell’altra cultura. Una società multilingue è in grado dare il giusto valore ai particolarismi regionali, e di ricomporre  le differenze in un respiro almeno europeo.

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La diffusa presenza di migranti nelle grandi città italiane e nei piccoli centri urbani  è stata letta più di una volta come minaccia alla sicurezza dei residenti e come elemento di possibile disgregazione del tessuto sociale e della coesione nazionale. Assai debole è stata, in questi anni, una cultura che,  accanto all’accoglienza, fosse in grado di elaborare forme di valorizzazione dei saperi e delle memorie  che gruppi e individui portano con sé migrando. E fosse in grado di favorire la preservazione di quelle culture, al di là dell’astratta, invocata, integrazione e al di là delle recinzioni dentro lo spazio della singola comunità etnica. Anche su questo piano il processo di unità nazionale può essere vivificato dal coro delle differenze –di storie, di radici, di lingue- e contribuire a dissipare  un’idea di unità nazionale garantita dall’unità -e unicità- linguistica e culturale. L’attività letteraria, artistica, musicale dei migranti ha diritto a spazi editoriali e d’ascolto, in modo  che essa possa dialogare con le nostre tradizioni culturali.  Si sa che sul piano linguistico la letteratura detta dei migranti può contribuire a rinnovare, modificare, rimodulare la lingua del paese d’arrivo. Può introdurre -certo, in un arco temporale esteso-  nuovi ritmi, modulazioni diverse del dire, persino una nuova apertura lessicale, nuovi repertori metaforici ed espressivi. Può portare, per così dire,  la lontananza, tutte le sue figure, nella nuova lingua. Un’immensa geografia poetica e umana può trovare un suo respiro nella lingua ospitante.

Occorre, più in generale in rapporto ai migranti e non solo, tener presente come un’idea di cittadinanza non può limitarsi ai diritti umani ma deve estendersi ai diritti sociali, se è vero che una democrazia è tale quando la si intenda ancorata nel difficile equilibrio –equilibrio almeno prospettico- tra libertà e uguaglianza.


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