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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
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Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
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Stagione teatrale a Lecce
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Home Saggi e Prose Storia e Cultura Moderna Ancora una volta Scuola e Mezzogiorno
Ancora una volta Scuola e Mezzogiorno PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Franco Martina   
Venerdì 10 Giugno 2011 16:30

[In “Quaderno di comunicazione” 8/2008, pp. 142-144]

 

La ripresa dell'emigrazione dei giovani meridionali verso il Centro-Nord in cerca di lavoro è la prova più evidente delle difficoltà in cui versa l'intera area economico-sociale del Sud.

Dunque, è la realtà stessa che si è occupata di replicare a quelle tendenze sociologico-storiografiche che negli ultimi due decenni del Novecento avanzarono la proposta di leggere il Mezzogiorno senza la lente deformante del meridionalismo e svilupparono una critica serrata  a quanti avevano fatto della denuncia delle insufficienze e dei ritardi nel Mezzogiorno uno dei principali impegni della loro attività intellettuale e quasi un dovere civile prima che politico. Non è questo il luogo per riflettere su quella stagione culturale, ciò che invece va considerato, è il ritorno, duro e amaro, di un tema e di un nesso problematico che si ritrovano alle origini del dibattito meridionalistico stesso, quello tra scuola e Mezzogiorno.  Da Pasquale Villari a De Sanctis, da Salvemini a Gramsci, tutto il meridionalismo classico considerava l'elevamento dell'istruzione un fattore decisivo per la soluzione della 'questione' del Mezzogiorno.

Tante sono state le politiche che hanno cercato di dare una risposta alle sollecitazioni del meridionalismo o che con esse si sono confrontate con vario spirito. Ciò che oggi conta è altro. Per un verso bisogna riconoscere che c'è ancora un ritardo grave per quanto riguarda la scuola, come ha significativamente sottolineato il Governatore Draghi, per altro verso bisogna individuare i nuovi caratteri che esso ha assunto rispetto al passato.

Da quest’ultimo punto di vista, un dato risulta immediatamente e con tale evidenza da sottrarsi ad ogni bisogno di dimostrazione. I classici del meridionalismo parlavano di una scuola che non c'era, di un'istruzione e di una cultura negate. Soprattutto l'accesso alla formazione universitaria era circoscritto pressoché esclusivamente alla classe dirigente e ai ceti abbienti. Su questi due aspetti la realtà di oggi è profondamente diversa. Non c'è paesino del Sud che  non abbia le sue scuole e anche il doposcuola e il bus e il docente di sostegno. Le scuole secondarie di quasi tutti gli indirizzi sono facilmente raggiungibili. Ci sono facilitazioni di ogni tipo: tutto quello che i meridionalisti chiedevano e anche qualche cosa in più. Una constatazione analoga si può fare per l'università. La mutata condizione economica delle famiglie permette ai giovani in qualunque campo e luogo di intraprendere studi universitari. Ma sul risvolto della medaglia troviamo: alto tasso di abbandono scolastico, scarsa efficacia ed efficienza dell'azione didattica, alto indice di disoccupazione intellettuale. Certamente ognuno di tali aspetti  ha una sua specificazione, ma considerati tutti insieme permettono di constatare come oggi il  problematico nesso tra scuola e Mezzogiorno si presenta in termini esattamente capovolti rispetto a quelli denunciati dal meridionalismo classico: non l'assenza di opportunità formative, bensì l'inefficacia e l'inefficienza di quelle abbondantemente offerte rappresentano un limite e un danno per le giovani generazioni e, quindi,per l'intera realtà meridionale.

Perchè, allora, proprio nella scuola, sul terreno della formazione è possibile riscontrare oggi una negatività grave del Mezzogiorno rispetto alle aree più avanzate del Paese e dell'Europa?

Rispondere alla domanda su come si sia potuti giungere a tanto, richiederebbe un discorso a sè, che qui non si può fare, anche se un'esatta individuazione di quelle ragioni darebbe un aiuto non trascurabile per imboccare una strada nuova.

Più urgente è domandarsi quale può essere tale strada nuova? In che modo è possibile fare della scuola un'effettiva opportunità per le giovani generazioni meridionali?

Si possono certo fornire varie risposte, ma saggezza vorrebbe di ritornare proprio agli esiti del dibattito meridionalistico. Avendo comunque presente il severo punto di discontinuità che nel frattempo è maturato . Pressoché per tutto il meridionalismo classico valeva la convinzione che il destino dell'Italia fosse legato a quello del Mezzogiorno. Ma l'antica premonizione di Mazzini, ”l'Italia sarà ciò  che il Mezzogiorno sarà”, non ha più orizzonte. I problemi dell'area meridionale riguardano solo il Mezzogiorno. Quella meridionale non è più la ‘questione’ nazionale, che tanti avevano teorizzato. Mai come adesso il Mezzogiorno è solo di fronte ai suoi problemi. Una solitudine che è l’effetto non tanto della corrosione progressiva della solidarietà sociale, né dello sgretolarsi del vincolo nazionale prodotto di avventate riforme ( come quella del Titolo V della Costituzione), bensì proprio dei progressi dell’integrazione europea.

Ciò mentre si fa più formidabile  l’attacco della criminalità organizzata, non solo per l’estensione (fino a valicare i confini nazionali), ma anche per  il livello dei suoi effetti che mirano quasi a produrre un annichilimento del paesaggio civile e naturale. A questo salto di qualità corrisponde un’altra grande differenza, paradossale, del presente rispetto al passato. Larga parte dei problemi che costituivano storicamente la ‘questione’ meridionale venivano dalla difficoltà  di agganciare le forze ed i processi della modernizzazione. Oggi è esattamente il contrario, nel senso che la debolezza del tessuto civile e la difficoltà del controllo del territorio consentono a forze potenti di sfruttare a loro favore le enormi opportunità offerte dalla globalizzazione economica e dal flusso mondiale dei traffici.

Sui giovani che si affacciano alla vita e vanno facendosi una prima idea del mondo, questo spettacolo produce un effetto devastante. Perché  essi possono constatare con i loro occhi che lo studio, il lavoro, l’impegno personale non solo non sono l’unica strada ma neanche quella privilegiata per raggiungere la meta dell’affermazione di sé e del benessere. Si può essere ‘vincenti’ usando ben più facili strumenti, alla maniera del resto non solo  di mafie e di camorre, ma anche di ben altri soggetti come dimostrano le inchieste che hanno investito le Università di Bari e di Lecce, cioè i massimi centri di formazione e di ricerca.

Ed è proprio su questo terreno che si sente più urgente la necessità di riprendere la lezione del meridionalismo classico.

Il dibattito sulla ‘questione’ del Mezzogiorno si chiuse definitivamente intorno alla metà degli anni venti, proprio mentre il fascismo consolidava il suo potere. Le Lettere pugliesi di Fiore, la Rivoluzione meridionale di Dorso, le note su Alcuni temi della quistione meridionale di Gramsci concludevano un cinquantennio di riflessione, non perché gli sviluppi della realtà non lasciassero spazio a nuove analisi e a nuove soluzioni, ma perché si era fatto chiaro il nodo più proprio della “questione”: il fatto che, quale che fosse il problema ( arretratezza economica, analfabetismo, criminalità…) spettava ai meridionali di risolverlo. Non era più tempo di analisi, ma di azione, non di denuncia, ma di lavoro per la soluzione dei problemi. Richiamarsi oggi al meridionalismo significa fare propria questa lezione: agire nella consapevolezza che la ‘questione’ meridionale viene risolta da ognuno di noi ( non da altri, non per delega) nel quotidiano impegno di lavoro, di cittadinanza, di umanità. Anche se è solo attraverso le istituzioni che queste istanze morali degli individui raggiungono la necessaria dimensione etica, si caricano cioè di legittimazione sociale e assumono perciò valore formativo. Si comprende quindi che la scuola è il terreno strategico sul quale si gioca il destino delle giovani generazioni meridionali e il futuro dell’intero Mezzogiorno.


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